L’ unificazione del pensiero nella società

school

di Alessandro della Ventura

 

Il mondo che conosciamo oggi, checchè se ne dica, è un mondo molto meno libero di quello che pensiamo. Tutto ciò che riteniamo opportuno, nella norma, attuabile è filtrato da un subconscio collettivo che viene instillato in noi fin da quando muoviamo i primi passi nella società, momento che può essere rappresentato dall’incontro con la scuola. Quando entriamo nella scuola siamo dei bambini gioiosi, ansiosi di poter esprimere la nostra voglia di vivere e la nostra creatività al prossimo. Ma non appena ci imbattiamo in questa istituzione ci vengono tarpate le ali e la nostra unicità viene vista come un pericolo, come un fattore destabilizzante dell’ordine della società poichè potente oltre ogni misura e incontrollabile. Questo avviene in buona parte con l’inconsapevolezza degli insegnanti che si trovano ad agire per instradare questa moltitudine di ragazzini all’interno di una società che li vuole in un determinato modo: uniformati, senza spirito critico, controllabili e usufruibili per gli scopi del sistema. Gli insegnanti sono assolutamente necessari per la crescita dei bambini, in quanto supervisori e supporto delle famiglie per la formazione di una buona educazione dei futuri cittadini. Ma ‘formazione’ non va intesa nel senso di indottrinamento ma come reindirizzamento delle proprie pulsioni e di tutto quanto possa recare danno al prossimo verso una pacifica convivenza nella società, che può essere perseguibile lasciando libero sfogo alle tendenze personali e alle capacità del singolo e non invece sacrificandole.

Lo scenario che invece si configura è terribilmente rassomigliante a quello che ci facevano vedere i Pink Floyd nella loro celebre canzone “Another brick in the wall”. I ragazzi sono al pari di burattini che vengono del tutto espropriati della loro personalità, costretti a rispondere alle esigenze del sistema. Ridotti a semplici ingranaggi di un’enorme macchina il cui unico scopo è andare avanti nella produzione fregandosene dei dettagli, di tutto quello che c’è al di sotto e che realmente muove il mondo. Così afferma Martha Nussbaum, una tra le filosofe più influenti nell’etica e nella pedagogia contemporanea: “in un mondo che obbedisce alle leggi del mercato, anche la scuola si è dovuta ‘adattare’. L’importante, secondo la concezione della scuola di oggi, non è fornire agli studenti gli strumenti necessari per riflettere e per interrogarsi sul mondo, ma è far andare avanti un sistema a un ritmo sempre più sfrenato. Oggi il sistema scolastico è diventato una sorta di fabbrica che sforna giovani ingegneri, economisti, tecnici, pronti a inserirsi nell’ingranaggio infernale del sistema capitalistico odierno.”

Da tutte queste considerazioni si evince come il sistema scolastico sia il punto nodale attraverso cui è possibile avviare una definitiva inversione di tendenza e ricostruire un nuovo modo di concepire gli altri e il mondo che ci circonda.

Ma un altro errore che troppo spesso in questo periodo si compie è di concepire un modello giusto ed egualitario di società in quanto “omologazione” e abbattimento delle alternative possibili, in modo da appianare le differenze e dare l’impressione che sia tutto in ordine e equamente distribuito.

E’ esemplare quello che sta accadendo in campo politico-economico. Sta sempre più emergendo una tendenza globale, fondamentalmente di stampo capitalista neoliberale, che tende a soppiantare tutte le strade “non convenzionali” e a far apparire il modello di società odierno come l’unico possibile e in cui non può essere apportato alcun cambiamento, pur essendo evidente la sua imperfezione. Citando il professore di filosofia Diego Fusaro: “Il sistema oggi non dichiara la propria perfezione ma si fa vanto della propria imperfezione non pronunciandosi sulla possibilità di trasformazione” e ancora il primo comandamento del modello sociale appare come “Non avrai altra società all’infuori di me”.

Quella che potrebbe sembrare una visione universale, neutrale, aperta alla possibilità di scelta e autodeterminazione delle altre culture in realtà cela in sè una prospettiva discriminatoria e particolaristica di ciò che è la vita buona cosicchè le culture minoritarie od oppresse sono costrette ad assumere una forma estranea. Questo è stato individuato in modo lungimirante dal filosofo canadese Charles Taylor: “la presunta società equa e cieca alle differenze non solo è disumana (perchè sopprime le identità) ma è a sua volta, in modo sottile e inconscio, fortemente discriminatoria. […] l’idea stessa di un simile liberalismo potrebbe essere una sorta di contraddizione pragmatica, un particolarismo mascherato da universale.”

Un altro esempio di questa tendenza a soppiantare ogni via centrifuga dall’opinione unica e dominante è il continuo ridimensionamento del ruolo della filosofia e dell’arte nell’istruzione. Entrambe infatti aprono le menti alla creatività personale, permettono di esprimere pienamente la propria unicità e trascendono il concetto stesso di giusto e sbagliato, normale o meno secondo l’opinione comune.

Il processo di unificazione del pensiero irrompe con la globalizzazione che, dietro l’illusione di farci sentire più vicini al di là delle distanze geografiche, ci sta rendendo tutti uguali senza una cultura, valori, senza spirito critico. Invece di permetterci uno scambio proficuo di rapporti interculturali ci sta abbassando tutti sullo stesso piano, ossia spersonificati, costretti ad osservare il mondo che ci circonda attraverso una lente che ci viene imposta e costruita ad arte. Dobbiamo invece imparare a rivalutare il potere intrinseco dell’individuo in quanto persona unica e inimitabile, che è speciale proprio per la sua ‘diversità’ e per la sua capacità di manifestare la propria essenza in base alle sue aspirazioni.

Il mondo è bello proprio perchè è vario. Ricordiamolo sempre.

Fonte

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