Identità tra destino e costruzione culturale

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di Andrea Lacarpia

“Tu dunque su questa mia terra non spargere coti insanguinate che affilino armi e cuori di giovani e contese e rovine furenti … e i miei cittadini non aizzarli … a guerre civili, a violenze di fratelli contro fratelli. Con nemici di fuori sia, la guerra, che allora non è penosa e in essa ci sarà un terribile amore di gloria: non dico una battaglia di uccelli domestici.”

(versi dell’Orestea di Eschilo, con i quali Atena placa l’ira delle Erinni)

Il concetto d’identità è connesso all’individuazione dei confini che suddividono territori, intesi non solo come luoghi, ma anche come comunità e singole individualità. Immaginando il tempo come un corso d’acqua, l’identità può essere vista come una diga che, arginando la discesa dell’informe fluire, ne disciplina la forza donandole forme ben definite. Come la diga, prodotto dell’ingegno che ricalca le leggi naturali con il fine di ottenerne un maggiore beneficio, l’identità è un prodotto culturale, finalizzato alla prosperità e basato su un patto di comunione e reciproco rispetto, stipulato dall’uomo con i luoghi nei quali vive, che gli antichi ritualizzavano con le offerte e i sacrifici alle divinità locali.

Un’interpretazione frettolosa della contrapposizione flusso/diga potrebbe far pensare che il casuale fluire del tempo corrisponda alla libertà, mentre le costruzioni identitarie, stipulando patti ed elevando argini che si contrappongono a tale flusso, blocchino la libertà costringendola in confini innaturali. Osservando meglio le cose si può invece scoprire quanto le costruzioni identitarie possano essere espressione della natura e della libertà, tanto più della incontrollata vita senza leggi. In natura si può notare come ogni ente ed ogni luogo del mondo possieda un’identità propria formatisi per adattamento: essa è il risultato del dialogo tra la struttura genetica originaria che disciplina le forme (gli archetipi) e l’ambiente esterno con il quale essa si relaziona. Il risultato di tale dialogo sono le diverse forme naturali, che si stratificano nel tempo come sedimentazioni geologiche, mantenendo una struttura primigenia chiaramente individuabile dall’occhio innocente. La natura, quindi, incorpora in sè non solo il flusso dirompente, ma anche l’armonioso argine che trattiene e disciplina, e l’uomo ne perpetua l’operato attraverso le forme culturali, frutto della calibrazione delle pulsioni istintive con il giusto mezzo, il senso della misura che è la forma delle società civili. L’uomo è realmente libero quando è insieme flusso e argine, quando accetta di essere parte di un mondo diversificato nel quale, pur nella costante trasformazione dell’esistenza che si adatta al fluire del tempo, riesce a definire per esso e per la propria comunità un’identità coerente e stabile, ispirata dallo spirito del territorio che occupa e delimita, con il quale stipula accordi di reciproco rispetto e protezione (amor patrio). Le pretese d’universalità portano l’uomo alla prevaricazione, alla distruzione delle diverse identità e delle diverse concezioni di libertà, diverse perchè relative alle specificità naturali e culturali dei diversi territori.

Nell’uomo la libertà si esprime nell’atto di volontà guidato dalla consapevolezza di ciò che si è realmente: voler essere se stessi, nella propria concretezza spazio temporale, opponendosi alle illusioni di un’identità sfuggente, senza forma e senza luogo, vuota sia dal punto di vista materiale che spirituale.

L’identità racchiude concetti che possono sembrare opposti: destino e libertà, natura e costruzione culturale. Tutte contrapposizioni proprie del dualismo della psiche (individuale e collettiva), che le narrazioni mitologiche mettono in risalto tentando un’armonizzazione in cui il destino, pur essendo la forza più prorompente e misteriosa (subconscio magmatico e indefinito, dalla forza inesorabile), viene disciplinato dalla persuasione della parola e delle immagini (linguaggio), delle quali si fa alleato nella costruzione del mondo. In particolare, l’Orestea di Eschilo, la più grande trilogia di tutto il teatro mitico, racconta il tormento interiore di Oreste diviso tra luminosa volontà (Apollo) e oscuro destino (Erinni), terminando la narrazione con la riconciliazione tra la ragione olimpica e il Fato. A mediare positivamente è Atena, personificazione dell’intelligenza, la quale utilizza il giusto linguaggio che persuade le irrazionali Erinni, le forze della necessità che opprimono Oreste, cristallizzandole in forme simboliche. Dice la Dea: “Persuasione ha guidato il linguaggio della mia bocca”. In fondo, le Erinni ed Atena rappresentano le estreme gradazioni che può assumere la stessa energia che da occulta e lunare diviene intelliggibile e solare: entrambe spesso accompagnate da serpenti, nelle prime essi sono portatori di angoscia e calamità, mentre nella seconda sono trasformati in energia positiva. La trasformazione alchemica delle Erinni, rese benevole e accettate dalla società ateniese, cambia il destino di Oreste, liberato dal rimorso per aver ucciso la madre e con essa il legame con il passato. La stessa liberazione dagli aspetti negativi del destino si attua nella città di Atene, che accetta l’oscura tradizione incarnata dalle Erinni, rigenerandola nelle forme di una nuova coscienza mondata dagli eccessi del mondo tribale.

Ecco quindi che l’identità, quale costuzione culturale che cristallizza il flusso naturale in forme stabili, è parente del linguaggio con il quale Atena trasforma ed esorcizza le informi forze del destino: da oscure energie distruttive esse divengono energie salvifiche. Imbrigliando l’energia naturale in forme definite, il linguaggio simbolico dona dimore stabili al mutevole destino.

Anche Platone, nella sua cosmologia espressa nel Timeo, definisce con chiarezza il duale rapporto tra imprevedibilità del fato e stabilità del logos (ragione, intelligenza cosmica): “La generazione di questo universo fu il risultato della combinazione di Necessità e Ragione. Ragione prevalse su Necessità col persuaderla a indirizzare la massima parte delle cose in divenire verso ciò che è meglio; in tal modo e in base a tale principio questo universo fu plasmato alle origini dalla vittoria della persuasione intelligente su Necessità”.

(tratto da Arengo Culturale)

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