Il mercato immigrazionista e la solita pappa del cuore

Lampedusa, sbarco immigrati clandestini dalla Tunisia.

di Alessio Mulas

È apparso di recente un documento del Migration Policy Centre dell’European University Institute, intitolato «Is what we hear about migration really true? Questioning eight stereotypes»[1], che esamina i presunti stereotipi che il solito popolino, cattivo e ignorante, ha sul tema dell’immigrazione. Lo studio, che ha avuto ampio seguito sui giornali dell’Europa intera, non porta niente di nuovo a un dibattito che sempre più si rivela sterile: snocciola qualche banale quanto necessaria confutazione dei luoghi comuni anti-immigrazionisti, servendo il piatto con la solita salsa buonista e un’apparente scientificità. Sebbene sembri riuscire nell’impresa, basta scorrere il documento curato dal MPC per accorgersi che i veri problemi riguardanti l’immigrazione sono tacitamente ignorati.

Da queste pagine siamo più volte tornati sull’argomento. In particolare, abbiamo proposto una interpretazione del fenomeno migratorio come spostamento di incertezza[2]. Questa costituisce, insieme al fattore tempo, la cornice dell’azione umana. Non avere certezza sul futuro, essere preda del dubbio riguardo all’esito delle proprie attività e subire l’inutilità della propria conoscenza a causa della mutevolezza del presente sono costanti della modernità. L’immagine della liquidità, proposta da Bauman, è calzante: tutto scivola, inafferrabile. A ciò si aggiunge l’inflazione di aspettative che la cittadinanza ha verso la politica, aspettative che solo un Pericle potrebbe conciliare e soddisfare.

Ma all’orizzonte non vediamo dei Pericle. L’immigrazione rappresenta uno spostamento di incertezza (prevalentemente economica) da Paesi sofferenti verso Paesi forti. Insieme all’incertezza economica, arrivano anche nuove ed eterogenee aspettative, le quali vanno ad aggiungersi al già difficilmente governabile “mercato delle aspettative e delle idee”. La stessa ethnoscape, caos informe di nativi, turisti, gruppi in passaggio, lavoratori e professionisti stranieri, immigrati e rifugiati, è il primo simbolo del crollo dell’identità culturale di una nazione o di una civiltà, perché — promuovendo un’economia globalizzata e una cultura globalizzante — mina all’omogeneità identitaria di un Popolo, creando nuova incertezza culturale. Si istituisce una classe di uomini senza identità, sempre più schiavizzata e facilmente governabile dal capitale.

Oltre all’aspetto economico e culturale del problema, c’è quello strategico e geopolitico. Nel primo dopoguerra, il teorico militare inglese Liddell Hart descrisse un approccio indiretto alla guerra (e ricordiamo che per guerra non si intende solo lo scontro effettivo, l’atto del combattere, ma anche quel «tratto di tempo in cui la volontà di combattersi è sufficientemente nota»[3]), che consiste nel colpire l’avversario senza affrontarlo direttamente, cioè colpendone le industrie, le attività economiche e le reti di comunicazione, il piegandone il morale[4].

L’immigrazione (legale o meno) è così interpretabile come strategia indiretta volta a innestare in un Paese nuove aspettative, che vanno a modificare in una direzione le linee generali di politica estera, le attività culturali, l’apparato produttivo del Paese che ne riceve gli effetti. Chi trae beneficio dall’immigrazione è la classe politica inetta dei Paesi dai quali si emigra: la diminuzione della pressione demografica porta sollievo ai conti pubblici; l’abbassamento dell’incertezza garantisce i responsabili economici e politici del fallimento di un Paese dalla pericolosità delle masse. Se masse ad alto grado di incertezza si spostano, diminuisce il rischio di una reazione — poco importa se democratica e culturale o violenta e furiosa — contro gli inetti politici locali o le industrie straniere che sfruttano i territori. Ogni difesa del fenomeno migratorio affranca dalle inemendabili colpe i veri responsabili dei fattori (povertà, carestie, guerre) che hanno portato allo spostamento di uomini. Nessun sistema, sia esso socialista o liberale, è invulnerabile allo spostamento dell’«esercito industriale di riserva» (Marx) o impermeabile alla teoria politica.

E nella teoria politica non deve trovare spazio quella «pappa del cuore» (Hegel) propagandata in modo martellante, a suon di lacrime, dai mezzi di informazione italiani. Nella strategia indiretta immigrazionista è osservabile la nascita di un “mercato del migrante”, di un cartello politico dell’immigrazione, del tutto simile alle dinamiche del commercio di petrolio e materie prime. Tale politica, attraverso lo spostamento della riserva di manodopera, «costringe di fatto i Paesi riceventi a costi di produzione, dati i salari medi (dei migranti regolari o irregolari qui poco importa) a permanere in filiere produttive a bassa produttività, che verranno prossimamente attaccate o sostituite dai Paesi Terzi in fase di industrializzazione»[5]. Secondo il quarto rapporto «Gli immigrati nel mercato del lavoro in Italia»[6], promosso e curato dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali e dalla Direzione Generale dell’Immigrazione e delle Politiche di Integrazione, gli stranieri occupati sono 2.355.923; «a fronte della diminuzione del numero di occupati italiani di 500 mila unità nell’arco di appena dodici mesi, aumenta il numero di occupati stranieri di entrambe le componenti UE ed Extra UE per complessivi +21.875 lavoratori». Andatelo a dire al signor Rossi: gli immigrati “non ti rubano il lavoro”, come affermerebbe con abietta convinzione il documento del Migration Policy Centre.

Nel frattempo, l’Operazione Mare Nostrum, ribattezzata Mare Mostrum, continua a donare l’illusione che l’Europa e l’Italia possano accogliere tutti coloro che hanno bisogno. Ieri, 20 persone sono morte durante un naufragio al largo di Al Khums, a 100 chilometri a est di Tripoli. Kassem Ayoub, portavoce della Marina libica, ha reso noto che 22 clandestini, aggrappati a ciò che restava della barca, sono stati messi in salvo.

Negli ultimi 25 anni sono 20mila le persone morte durante il viaggio clandestino verso l’Europa. La tragedia si può fermare solo con una visione chiara del fenomeno migratorio, acquistando consapevolezza che lo spostamento di incertezza e l’inflazione delle aspettative sono difficili da governare e vanno a danno di chi è già debole. Senza la perversa pappa del cuore.

 

[1] http://cadmus.eui.eu/bitstream/handle/1814/31731/MPC_2014_FARGUES.pdf?sequence=1
[2] http://www.lintellettualedissidente.it/perche-limmigrazione-e-coeva-al-capitale/
[3] T. Hobbes, Leviathan, XIII cap.
[4] B. Liddell Hart, Paride o il futuro della guerra, introduzione di Fabio Mini, Editrice Goriziana, Gorizia, 2007.
[5] M. Giaconi, Dall’influenza economica al rischio jihad. L’Immigrazione elemento di strategia indiretta, Gnosis 2/2009.
http://gnosis.aisi.gov.it/Gnosis/Rivista19.nsf/servnavig/19#(14) (30 giugno 2013)[6] http://www.integrazionemigranti.gov.it/Attualita/News/Documents/IV_RAPPORTO_MDL_ITA_ENG_ALTRELINGUE/IV_Rapporto_annuale_MdL_immigrati_2014.pdf

Fonte

Quando Bukowski invitava a “non parlare così forte e a leggere Cèline”

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di Francesca Varasano

Ho iniziato a leggere Bukowski in prima liceo, alla fine degli anni ’90 – lo scrittore era venuto a mancare pochi anni prima, nel 1994. Un qualche compagno di classe aveva sentito parlare di Post Officee l’aveva preso in prestito in biblioteca: la versione originale era del 1971 e quella che era arrivata a noi era una ristampa economica, che ci siamo passati di mano in mano, leggendola con avidità (va da sè che nel caso in cui la copia in questione non sia mai stata restituita, ogni riferimento a fatti realmente accaduti è puramente casuale).

Quando il programma di italiano prevedeva il Dolce Stil Novo, Petrarca e Poliziano, Bukowski era inaspettato, rivoluzionario. Ne parlavamo all’intervallo; quando la ricreazione era finita se ne discuteva nei gabinetti – perché i bagni dei licei italiani come è noto ne sono il salotto letterario e la tribuna politica. Bukowski raccontava addirittura Los Angeles quando non c’era nemmeno Ryan Air a portarci a Londra al prezzo di un paio di jeans nuovi; ne raccontava il degrado, la rabbia e lo faceva con disprezzo o ironia, e noi lo capivamo tutto o così ci sembrava: a sedici anni gli scrittori ci parlano in privato e i libri ci cambiano la vita. E poi: che grammatica, che stile, che punteggiatura! Niente rime, niente metafore, poche lettere maiuscole e molte imprecazioni: Post Office non fu per me che l’inizio di un amore duraturo per l’opera di un autore complesso e prolifico.

Bukowski ha condiviso con i lettori un’infanzia dolorosa (Panino al prosciutto) e una profonda vena poetica; l’alcolismo e la solitudine; il cinismo e la tragica inutilità di molti lavori dell’età contemporanea, la spaventosa chimera della possibilità di carriera. Ci ha messo in guardia contro il cosiddetto successo, ha espresso riserve sulle trappole del posto fisso e l’alienazione delle masse: è stato l’antitesi della gauche caviar e dei benpensanti. In povertà, combattendo per farsi pubblicare, scriveva in una Los Angeles agli antipodi dell’American dream con rabbia e disgusto per alcuni aspetti della civiltà contemporanea (prima di tutto il mercato del lavoro), sentimenti vivi più che mai nell’Occidente riemerso dalla crisi dei mutui subprime.

A vent’anni dalla morte, una biografia celebra la vita e l’opera di Bukowski: Tutti dicono che sono un bastardo (edizioni Bietti), di Roberto Alfatti Appetiti.

Il libro prende in considerazione molti aspetti della vita dello scrittore: dalla travagliata storia familiare al lavoro da postino alle prime pubblicazioni, dal (difficile) rapporto con le donne e il femminismo a quello con la corrente letteraria beat (altrettanto difficile). Ne emerge un ritratto molto umano, lontano dai clichés e non privo di contraddizioni: nel mondo dell’editoria, Bukowski sembra incapace di mantenere rapporti amichevoli anche con quei pochi che lo appoggiano quando non apertamente ingrato e sfacciato, in linea con il titolo del libro. Anche se le donne vanno e vengono (ma per di più vanno), un amore immenso ha caratterizzato la vita di Bukowski – l’amore per la letteratura: profondo e totalizzante, pare essere un sentimento ideale che ammette pochissimi eletti e non risparmia mostri sacri (sì a Dostojevskij, no a Gogol’; sì a Fante, no a Shakespeare).

La visione politica di Bukowski è controversa e radicale, un riflesso della vita e del carattere dello scrittore: Alfatti Appetiti ne fa un resoconto dettagliato, dedicandogli un capitolo apposito.

Essere di origine tedesca nell’America del dopoguerra non era stato facile, nè lo era stato sopravvivere ad un padre dispotico e violento e ad una forte forma di acne giovanile: l’adolescenza di Bukowski pone le premesse per un’esistenza ai margini, da outsider. In questo contesto, una volta all’università, si avvicinerà a gruppi filo nazisti, naturalmente più a suo agio fra i reietti che fra i vincenti. Non legge il Mein Kampf nè si cura di Hitler ma ammira gli eroi di guerra tedeschi e, soprattutto, vuole provocare. Anche più avanti, presto stanco del fanatismo dei nazisti e lasciata l’università, ci tiene a mantenere la fama guadagnata: «una sera venne uno studente a casa mia e dopo alcune birre mi disse: “il mio prof dice che sei un nazista e che venderesti tua madre per cinque centesimi”. “Non è vero, mia madre è morta”». Di certo detesta quanto percepisce come ipocrisia di sinistra e non ha simpatie per il comunismo, ma il credo politico ed umano di Bukowski non è semplicemente un’ideologia: è il disgusto profondo per il politicamente corretto, è l’opposizione alla dittatura del pensiero prevalente, ad ogni costo. Meglio ancora se si può essere additato come nazista, beffandosi dei benpensanti.

Lontanissimo da queste provocazioni, oggi Bukowski è per di più un nome a piè pagina per giustificare aforismi di dubbia provenienza da condividere su Facebook. Una ricerca su Google per citazioni di e su Bukowski dà circa 165,000 risultati – davvero mainstream per un autore che si era trovato a suo agio soltanto con gli emarginati: una biografia sincera e senza reticenze, che raccontasse un Bukowski appassionato, difficile, a volte anche bastardo era necessaria.

Irriverente, irrispettoso, disincantato e ironico, non risparmiava le opinioni – alla fine degli anni ’80, intervistato da una giornalista italiana che gli chiede ovviamente «che cosa vorrebbe dire al pubblico italiano?», risponde: «di non parlare così forte e di leggere Cèline». (da Rivista politica)

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