La partita dell’energia tra Eni e shale gas

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di Francesco Carlesi

La fratturazione idraulica è una tecnica d’estrazione di gas che sta assumendo sempre più importanza e notorietà in questi ultimi anni. Per ogni pozzo, trenta o quaranta milioni di litri d’acqua, miscelata con sostanze chimiche (coperte da segreto industriale) vengono sparate con una pressione che frantuma la roccia, liberando il gas, che viene catturato e commercializzato. Tutto ciò sta diventando un’impressionante arma nelle mani degli Stati Uniti d’America, i maggiori produttori e consumatori a livello mondiale del cosiddetto shale gas, i cui prezzi rispetto alle risorse  energetiche tradizionali appaiono estremamente competitivi. Non a caso, sono proprio le lobby industriali americane ad opporsi alla vendita verso l’estero dello shale, per mantenere un vantaggio economico non indifferente rispetto ai concorrenti europei e asiatici. Difficile credere che sarà così per sempre.

La questione ucraina si inserisce appieno in questo contesto. Impossessarsi del paese – chiave attraverso il quale passa la maggior parte del gas russo per l’Europa (e quindi l’Italia) avrebbe un valore strategico fondamentale per gli Usa nella “lotta energetica” che anima le maggiori potenze mondiali. A quel punto, infatti, potrebbe essere facile per il paese a stelle e strisce entrare sul mercato con lo shale gas da dominatore incontrastato. I recenti incontri diplomatici di Obama e il tentativo di isolare la Russia nascondono anche questa valenza.

La nota vicenda del South Stream (che “bypassa” l’Ucraina) assume quindi una volta di più carattere vitale per l’Italia, in una partita in cui è l’indipendenza nazionale ad essere in gioco. Centrale per il nostro paese e il suo “braccio armato”, l’Eni di Scaroni, sarà anche la capacità di differenziare le fonti di approvvigionamento energetico. All’ordine del giorno vi è la questione della Tap (Trans Adriatic Pipeline), che  dovrebbe portare gas naturale dall’Azerbaijan all’Italia tramite Grecia e Albania. Questo progetto di Gasdotto Trans-Adriatico prevede la realizzazione di un nuovo metanodotto di importazione di gas naturale dalla regione del Mar Caspio all’Europa, lungo circa 870 km, con approdo sulla costa italiana,  nella provincia di Lecce. Sarà dura però superare le perplessità di ambientalisti e partiti politici (SEL in primis), che si oppongono strenuamente alla realizzazione in questione.

Importante è anche il gas proveniente dalla Libia, in cui ancora subiamo le conseguenze dell’intervento armato contro Gheddafi, grazie al quale Francia e Inghilterra si sono inserite nel paese mettendo in pericolo i nostri interessi. Tornare a essere “matteiani” e recuperare le posizioni in Africa, un continente nel quale oltre alla tradizionale presenza francese si stanno facendo prepotentemente strada attori quali Cina e Brasile, è una delle sfide più importanti che si pongono di fronte alla nostra nazione.

Anche perché, oltre agli Stati Uniti, anche Israele potrebbe diventare un futuro esportatore di gas, se riuscisse a sfruttare a pieno la recente scoperta del maxi-giacimento Leviathan nel Mar di Levante. Stiamo parlando di un paese che che sin dagli anni ’50 tentò di ostacolare le nostre politiche indipendentiste sul piano energetico e delle relazioni internazionali. Riguardo al Leviathan, già si è aperta una lotta, diplomatica e non, tra le potenze della zona come Cipro e Turchia (oltre ovviamente a Russia e Stati Uniti) per trarre massimo vantaggio da una situazione che potrebbe letteralmente rivoluzionare gli scenari.

Come si evince facilmente, le carte in tavola possono cambiare da un momento all’altro. Oltre alle pesanti incognite emerse recentemente riguardo allo shale gas, sia dal punto di vista delle reali potenzialità dei giacimenti che da quello del devastante impatto ambientale, i maggiori nodi da sciogliere per il nostro paese restano legati alla capacità strategica dell’Eni. A Scaroni, impegnato in diversi incontri importanti tra Africa e Washington in questi giorni, il compito di dare voce all’Italia nella complessa rete in cui da sempre si muove la nostra tormentata politica estera.

Fonte

One Response to La partita dell’energia tra Eni e shale gas

  1. fausto scrive:

    I russi dormono sonni tranquilli per almeno due ragioni. La prima: fanno i soldi con il petrolio, il gas è marginale. La seconda: lo shale gas è una costosissima bolla finanziata in perdita vendendo a noi europei i titoli di aziende che hanno prodotto solo buchi di bilancio per un decennio. Se qualcuno fa festa con i tuoi soldi, non puoi mica pensare di fare altrettanto: fregare non produce nulla.

    Posto che l’avventura shale gas polacca è finita prima di cominciare (eccesso di azoto e carenza di quattrini da buttare alle ortiche), e che l’Ucraina è giù ben aggirabile via Nord Stream e Bielorussia, credo che i mandarini del Pentagono farebbero bene a rivedere le proprie pretese di “conquista di mondo”.

    Il vero problema è semmai quale comportamento dobbiamo tenere noi italiani. Fin quando possiamo permetterci di agire come sonnambuli intenti a spararsi sui piedi? Ad un certo punto il costo di azioni lesive dei nostri interessi diverrà insopportabile.

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