Riflessioni sulla democrazia

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Quando l’accesso a qualsiasi funzione non è più controllato da alcuna regola legittima, il risultato inevitabile è che ognuno sarà portato a fare qualunque cosa e spesso ciò per cui egli è meno dotato. [..] L’ultimo a intervenire, sarà proprio il solo fattore che do-vrebbe contare in un simile caso, cioè la differenza di natura esistente fra gli uomini. La causa di siffatto disordine è la denegazione di una tale differenza.. perché si è disconosciuta la natura dei singoli prima di finire col non tener alcun conto di essa – una tale negazione, diciamo, è stata costituita dai moderni in uno pseudo-principio sotto il nome di «eguaglianza».
Ora, sarebbe troppo facile mostrare che l’eguaglianza non può esistere in nessun caso, per la semplice ragione che è impossibile che due esseri siano realmente distinti eppure simili sotto ogni riguardo. Non meno facile sarebbe mettere in rilievo tutte le conseguenze assurde che derivano da questa idea chimerica, in nome della quale si è preteso di im-porre dappertutto un completo uniformismo, ad esempio impartendo a tutti un identico insegnamento, come se tutti fossero egualmente capaci di capire le stesse cose e come se, per farle comprendere, gli stessi metodi fossero adatti per tutti indistintamente. D’altronde, ci si può chiedere se non si tratti più di «apprendere» che non di veramente «comprendere», cioè se non si sia sostituita la memoria all’intelligenza nella concezione affatto verbale e «libresca» del moderno insegnamento, il quale mira solo ad accumulare nozioni elementari e eteroclite e nel quale la qualità resta interamente sacrificata alla quantità, come accade dappertutto nel mondo moderno per ragioni che chiariremo in seguito: si tratta sempre di una dispersione nel molteplice.

Nel riguardo, vi sarebbe molto da dire sui misfatti demo-cratici dell’«istruzione obbligatoria»: ma non è questo il luogo di insistervi e, per non uscire dallo schema che ci siamo proposto, dobbiamo limitarci a segnalare di passata questa conseguenza speciale delle teorie «egualitarie» come uno di quegli elementi di disordine, che son divenuti troppo numerosi per poterli enumerare tutti senza omissioni.
Naturalmente, quando noi ci troviamo di fronte ad una idea, come quella dell’«eguaglianza», o del «progresso», o di fronte agli altri «dogmi laici» che quasi tutti i nostri contemporanei hanno accettato ciecamente e la maggior parte dei quali han cominciato già a formularsi nettamente durante il XVIII secolo, non ci è possibile ammettere che tali idee siano nate spontaneamente. Si tratta, in fondo, di autentiche «suggestioni», nel senso più stretto della parola, che peraltro poterono produrre un effetto solo in un ambiente già preparato a riceverle.
Se dunque esse non hanno creato lo stato d’animo complessivo che caratterizza l’epoca moderna, hanno tuttavia contribuito ad alimentarlo e a svilupparlo fino ad un punto, che altrimenti non sarebbe stato di certo raggiunto.
Se queste suggestioni venissero meno, la mentalità generale sarebbe assai vicina a cambiar d’orientamento: per questo esse vengono così accuratamente favorite da tutti coloro che hanno un qualche interesse a protrarre il disordine, se non pure ad aggravarlo – e tale è anche la ragione per cui in tempi, nei quali si pretende di tutto sottoporre alla discussione, queste suggestioni sono le sole cose che non si debbono mai discutere.

Del resto è difficile determinare esattamente il grado di sincerità di coloro che si fanno i propagandisti di simili idee, e sapere in che misura certe persone finiscono con l’essere prese dalle loro stesse menzogne e col suggestionarsi all’atto di voler suggestionare gli altri.
Spesso in una propaganda del genere gli ingenui sono anzi gli strumenti migliori, perché vi portano una convinzione che agli altri sarebbe alquanto difficile fingere, e che è facilmente contagiosa.

Ma dietro a tutto questo, almeno inizialmente, occorre che vi sia stata una azione assai più cosciente, una direzione che può venir soltanto da uomini sapienti perfettamente il fatto loro in ordine alle idee fatte circolare in tal guisa.
Noi abbiamo parlato di «idee», ma una tale parola qui calza assai poco, essendo evidente che nella fattispecie non si tratta per nulla di idee pure e nemmeno di alcunché che appartenga come che sia all’origine intellettuale.

Si tratta, se si vuole, di idee false, ma sarebbe ancor meglio chiamarle «pseudoidee», destinate soprattutto a provocare reazioni sentimentali, questo essendo il mezzo più efficace e più facile per agire sulle masse.

Del resto, in questo ambito, le parole hanno una importanza maggiore dei concetti che esse dovrebbero esprimere e la gran parte degli «idoli» moderni non sono, invero, che parole, e noi ci troviamo dinanzi al curioso fenomeno noto sotto il nome di «verbalismo»: la sonorità delle parole basta a dare una illusione di pensiero.

L’influenza che gli oratori demagogici esercitano sulle folle è, a tale riguardo, assai caratteristica e non occorre studiarla da presso per rendersi conto che si tratta di un procedimento di suggestione paragonabile in tutto e per tutto a quello degli ipnotizzatori.

[..] ma accade altresì, che uno stesso individuo sia chiamato a esercitare successivamente funzioni affatto diverse, quasi come se le sue attitudini potessero venir cambiate a volontà. In un’epoca di «specializzazione» ad oltranza, ciò può sembrare paradossale, ma pure così è, specie nel mondo politico obbediente alle ideologie democratiche e liberali.
Se la competenza degli «specialisti» è spesso illusoria e in ogni caso ristretta ad un dominio limitatissimo, la fede in una tale competenza è tuttavia un fatto, per cui ci si può chiedere come è che questa fede non abbia più parte alcuna quando si tratta della carriera degli uomini politici, ove, in regime parlamentare, l’incompetenza più completa ben di rado ha costituito un ostacolo. [..]

Tuttavia, pensandoci sopra, ci si accorge facilmente che non v’è da stupirsi, che si tratta insomma di un risultato naturalissimo della concezione “democratica”, in virtù della quale il potere viene dal basso e poggia essenzialmente sulla maggioranza, cosa che ha per necessario corollario l’esclusione di ogni vera competenza, dato che la competenza è sempre una superiorità, anche se relativa, e può esser solo di pertinenza di una minoranza. […]

Definita come l’autogoverno del popolo, la “democrazia” è una vera impossibilità, qualcosa che non può nemmeno esistere come un fatto bruto, né nell’epoca nostra, né in un’altra qualsiasi.

Non bisogna farsi giocare dalle parole: è contraddittorio ammettere che stessi uomini possano essere ad un tempo governati e governanti perché, usando il linguaggio aristotelico, uno stesso essere non può essere in “atto” e in “potenza” simultaneamente e sotto lo stesso riguardo.

La relazione suppone necessariamente la presenza di due termini: non possono esservi dei governati se non vi sono anche dei governanti, siano pur essi illegittimi e non aventi altro diritto al potere oltre quello che essi stessi si sono arrogato.

Ma la grande abilità dei dirigenti democratici del mondo moderno sta nel far credere al popolo che esso si governi da sé.
E il popolo si lascia persuadere volentieri, tanto più che così esso si sente adulato, mentre è incapace di riflettere quanto occorre per accorgersi di una simile impossibilità.

René Guénon, La Crisi del mondo moderno, 1927

Grazie  Philip ‘Don Brewer’ Lynott

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