Quella famiglia targata Barilla

barilla

di Diego Fusaro

Non molti giorni fa, Guido Barilla, il presidente della multinazionale di Parma, ha incautamente pronunciato, nel programma radiofonico “La Zanzara”, una frase che molto ha fatto discutere: “sono per la famiglia tradizionale, non realizzerò mai uno spot con i gay”. La dichiarazione ha subito creato l’usuale chiacchiericcio mediatico su internet, dando vita – come sempre accade – ai due blocchi identitari dei sostenitori e dei detrattori.

 

Fermo restando che questi pseudo-dibattiti corrispondono ad altrettante manifestazioni di una precisa strategia volta a produrre la distrazione di massa rispetto ai rapporti di forza e alle contraddizioni reali, siamo fermamente convinti che l’omofobia debba essere incondizionatamente combattuta, come del resto tutte le forme di discriminazione. Delle quali – giova ricordarlo – il classismo imperante che il fanatismo dell’economia produce a propria immagine e somiglianza resta la più grande. Curioso il fatto che il coro virtuoso che denuncia tutte le discriminazioni quasi mai abbia qualcosa da dire sul rapporto di forza capitalistico, subdolamente vissuto come naturale.

 

Chiarita la necessità di lottare contro tutte le forme di discriminazione, occorre rilevare che ben altra cosa è l’opportunità o, addirittura, la necessità di introdurre il matrimonio gay. Poiché si tratta di un argomento delicato e scivoloso, è bene partire col piede giusto, chiarendo preliminarmente – onde evitare equivoci e l’apertura immediata del fuoco incrociato da parte del politically correct – la nostra posizione: le coppie omosessuali devono essere tutelate e protette nei loro diritti civili e sociali.

 

Ma il punto della questione sta altrove. L’odierna discussione intorno al matrimonio gay non deve certo essere analizzata, come sempre si fa, dal punto di vista della difesa delle minoranze e dell’amore omosessuale (difesa che – lo ripetiamo – è giusta e massimamente degna di essere perseguita). La si deve guardare da un diverso angolo prospettico, che è quello dell’odierno processo di distruzione della famiglia tradizionale portata avanti dal capitalismo postborghese e postproletario. A questo tema, abbiamo dedicato un intero capitolo – il quinto – del nostro lavoro Minima mercatalia. Filosofia e capitalismo (Bompiani, 2012), a cui rimandiamo.

 

Ci limitiamo qui all’essenziale della questione, che sta in ciò: la distruzione della famiglia che si sta oggi verificando con intensità sempre crescente si inscrive nella logica di sviluppo di un capitalismo ormai del tutto incompatibile con le tradizionali forme borghesi – “etiche”, avrebbe detto Hegel – in cui si era sviluppato fino a prima del Sessantotto (famiglia, religione, Stato, ecc.). E la discussione sui matrimoni omosessuali, in questa prospettiva, non deve essere letta come funzionale al giusto e sacrosanto riconoscimento di diritti degli omosessuali, ma alla distruzione delle vecchie forme borghesi di esistenza, vetuste e “bacchettone” finché si vuole, ma pur sempre incompatibili con l’odierna dinamica di oscena estensione totalizzante del codice patologico della forma merce.

 

Se, infatti, la famiglia comporta, per sua natura, la stabilità affettiva e sentimentale, biologica e lavorativa, la sua distruzione risulta pienamente coerente con il processo oggi in atto di precarizzazione delle esistenze. La lotta ideologica contro la famiglia borghese avviene, per ironia della storia, proprio nel momento in cui il rapporto di forza capitalistico rende impossibile ai giovani sottoposti al lavoro flessibile e precario la costruzione di una famiglia!

 

L’aveva splendidamente sottolineato Hegel: la stabilità professionale e quella affettiva di tipo familiare costituiscono il fondamento dell’“eticità”, là dove il capitalismo odierno di tipo post- e antiborghese dissolve entrambe. Più precisamente, rimuovendo la stabilità lavorativa tramite il precariato, rende, di fatto, impossibile il costituirsi del nucleo familiare nelle sue forme tradizionali. In questo senso, con le sue battaglie contro la famiglia tradizionale, la sinistra non ha smesso di lavorare per il re di Prussia, assecondando a livello teorico la dinamica stessa del mercato.

 

Non è un mistero, e occorre riflettervi: come avrebbe detto Hegel, il noto non è conosciuto. Dal Sessantotto, la sinistra promuove la stessa logica culturale antiborghese del capitalismo, tramite sempre nuove crociate contro la famiglia, lo Stato, la religione e l’eticità borghese, ossia – lo ripeto – contro tutti quei valori borghesi che sono incompatibili con un capitalismo pienamente sviluppato, ossia con l’allargamento illimitato della forma merce a ogni ambito dell’esistenza e del pensiero.

 

La difesa delle coppie omosessuali da parte della sinistra non ha il proprio baricentro nel giusto e legittimo riconoscimento dei diritti civili degli individui, bensì nella palese avversione nei confronti della famiglia tradizionale e, più in generale, della normalità borghese in ogni sua estrinsecazione. La sinistra – anche in questo caso, non è un mistero – simpatizza verso ogni forma di “diversità” e, insieme, ha un profondo odio snobistico verso la gente “normale”, verso la vecchia e rispettabile “normalità borghese”. È questo l’aspetto che, tacitamente, il politicamente corretto non può tollerare del discorso del signor Barilla, il suo rivendicare la famiglia tradizionale incompatibile con le logiche del mercato.

 

Avendo rinunciato al perseguimento di un avvenire alternativo rispetto alla prosa reificante dell’esistente, la sinistra ha scelto di investire culturalmente e politicamente sull’onestà, sulla legalità, sui diritti civili (in un integrale abbandono di quelli sociali). Lungo il piano inclinato che porta all’odierno baratro, in cui il maximum dell’emancipazione possibile sembra consistere nel matrimonio gay (Vendola), nella libertà di interrompere la propria vita individuale a piacimento (Pannella) e in cui la dimensione dei diritti sociali è stata messa del tutto in congedo, la sinistra si è accomiatata, di fatto, da ogni residua dissonanza con le logiche del reale e dell’onnimercificazione sempre più pervasiva.

 

Con Voltaire, occorre ripetersi finché non si sarà capiti: la vicenda tragicomica della sinistra sta in quella oscena e perversa complicità con il capitalismo trionfante; complicità che, peraltro, la sinistra stessa rivendica con orgoglio, legittimandola nella forma di una realistica considerazione dell’irreversibilità dei processi in atto. Restano impareggiabili, a questo proposito, le patetiche rassicurazioni pre-elettorali di Bersani (“i mercati non hanno nulla da temere dal PD!”, “siamo il partito più europeista”, e così via, di sciocchezza in sciocchezza). La cosiddetta sinistra o passa armi e bagagli all’ideologia del mercato (è il caso del “rottamatore” Renzi, con le sue ridicole serenate per il neoliberismo trionfante) o vive schizofrenicamente la propria identità, unendo un lessico da cooperativa anni Sessanta con l’accettazione supina delle logiche del mercato (esemplare, ancora una volta, Bersani).

 

La considerazione di Guido Barilla (certo goffa e fuori luogo), come anche la reazione indignata del popolo della sinistra, sono un prezioso segnalatore del problema a cui qui ho solo accennato telegraficamente: l’indignazione di cui il popolo della sinistra è ormai capace sembra riguardare sempre e solo il costume borghese tradizionale (famiglia tradizionale, religione, eticità dei costumi, ecc.), mai il capitale finanziario e l’agire troppo spesso criminale delle multinazionali.

 

L’innalzamento selvaggio dell’età pensionabile, i tagli lineari dei salari, l’erosione progressiva del welfare state vengono vissute come normali pratiche coessenziali al regime neoliberale, da accettarsi passivamente: si protesta sempre e solo per questioni che non sfiorano mai i rapporti di forza realmente esistenti. Ma i dominati, nell’intera storia umana, erano stati a tal punto integrati nell’ideologia dei dominanti.

 

Lo stesso Barilla sembra vivere sospeso in una scissione radicale: per un verso, vorrebbe la famiglia tradizionale; per un altro verso, è pienamente inserito nel circuito delle multinazionali e della loro distruzione programmata delle istanze borghesi.

 

Fonte

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