DESTINAZIONE ITALIA: ULTIMA FERMATA PRIMA DELL’INFERNO.

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di Gianni Petrosillo

Come chiamare il più grande programma di dismissione del patrimonio pubblico e dell’impresa di Stato dalla fine della II guerra mondiale? “Destinazione Italia”, ovvio. I gioielli pubblici, gli ultimi fiori all’occhiello dell’industria nazionale vengono svenduti agli stranieri e lor signori del Governo chiamano l’operazione  “Destinazione Italia”.

Potenza del linguaggio, o meglio del suo rovesciamento semantico. Immaginate due genitori che decidessero di sperperare tutta l’eredità dei figli, per godersi allegramente la vita facendo bagordi a ritta e a manca, e definissero il loro scialacquio “Obiettivo Famiglia”. Come no? Forse quella degli altri, mentre, quella dissennata qui presa in considerazione cadrebbe in rovina nel volgere di poco tempo.

Non si comprende con quale autorità un esecutivo appiccicaticcio, tenuto insieme con la colla, anzi con il Colle, sempre più protagonista della scena politica, molto al di là delle sue competenze costituzionali, possa permettersi, in quella sua composizione alchemica priva di vaglio elettorale, di arrogarsi il diritto di compiere azioni talmente devastanti per la sovranità e l’economia italiana.

Sia ben chiaro, non ne facciamo una questione di principio, non nutriamo, pregiudizialmente, alcuna preferenza per il pubblico rispetto al privato, perché non è la forma giuridica della proprietà che fa la differenza tra una buona e una cattiva gestione industriale e l’eventuale preservazione delle prerogative nazionali. Il punto sono gli obiettivi che una classe dirigente si pone e la collimanza di questi con l’interesse generale.

La maggior parte dei nostri gruppi imprenditoriali, privati e pubblici,  non è all’altezza della difficile situazione storica. Essa rinuncia all’innovazione, non investe nei settori ultramoderni ma si nasconde nei comparti di nicchia per non disturbare i grandi manovratori esteri, non rischia in proprio e colma questo deficit d’iniziativa e di prospettive facendo man bassa delle risorse collettive. Le aziende private battono cassa allo Stato ad ogni minima difficoltà e quelle in mano statale vengono utilizzate dai partiti come strumenti per fidelizzare spezzoni di elettorato o favorire ristrette clientele di privilegiati. Questa allenza criminale tra Grande Finanza e Industria Decotta, con ampie ramificazioni nei corpi politici parlamentari, è il vero dramma italiano.

Tuttavia, ci sono delle eccezioni importanti, dei casi esemplari, oramai isolati, in cui certe cattive abitudini, impossibili da eliminare del tutto in un sistema di tipo capitalistico (ma probabilmente in qualsiasi costruzione sociale umana), sono state controbilanciate da dinamicità adeguate che hanno portato alcune aziende di casa nostra a primeggiare in mercati mondiali tecnologicamente avanzatissimi. Praticamente, ci siamo dimostrati imbattibili in segmenti  ad elevata profittabilità e questo dà fastidio a molti. Pensiamo a best companies come Eni, Finmeccanica ed Enel che si sono fatte strada sbaragliando la concorrenza di competitors agguerriti e iperprotetti, più o meno correttamente, dalle proprie Amministrazioni politiche centrali. In queste aziende, ben dirette ed  organizzate  c’è ciccia da spolpare, ci sono gli ultimi muscoli efficienti di un Paese scarnificato che fatica a stare in piedi. Sciacalli e avvoltoi non vogliono farsi sfuggire la ghiotta occasione di colpire prede così succulente ma indifese. Anzichè attivare le fortificazioni politiche indispensabili ad impedire il prossimo saccheggio, abbiamo ceduto alle sirene del libero scambio e del pareggio di bilancio che col loro canto attirano soltanto gli allocchi ubriacati dall’ideologia o i sicofanti coscienti dei loro cattivi propositi.

Ed è su queste eccellenze dell’energia e dell’aerospazio che si stanno concentrando i vampiri nostrani (in combutta con poteri internazionali) nel tentativo di perpetrare la loro esistenza parassitaria a danno del benessere della “patria”.

Il Primo Ministro Letta ha dichiarato di avere in mente un grande pacchetto di dismissioni e incentivazioni per l’attrazione degli investimenti esteri a valere sul 2014. Probabilmente, lui non ci arriverà a quella data ma i suoi castighi si faranno sentire per le generazioni a venire. Nelle sedi della Trilaterale, del Bilderberg e dell’Aspen, dove il Premier è ospite fisso, già si stappa lo champagne alla faccia nostra.

Al fine di rendere la campagna promozionale ancor più allettante per i futuri clienti (cioè gli approfittatori e gli speculatori di mezzo mondo), verrà pianificato “un roadshow per spiegare il programma nei maggiori centri finanziari in Europa, Stati Uniti e Far East”.  Cioè, con la bocca impastata di saliva e d’inglese, la lingua degli affari altrui, costoro andranno in pellegrinaggio per il pianeta ad esporre la convenienza dello shopping nel Belpaese. Ma gli stranieri lo sanno di già tanto che hanno agevolato l’ascesa ai nostri vertici istituzionali dei loro piazzisti migliori, quelli allevati a pane e roadshow,  per assicurarsi una sponda romana ai loro futuri business in Italia. Per noi lo show sarebbe quello di vederli finire on the road cacciati a calci nel sedere da un’orda di connazionali arrabbiati.

 

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La vera faccia del M5S: Casaleggio al Forum Ambrosetti di Cernobbio

ULTIMA GIORNATA DEL WORKSHOP AMBROSETTI 2013

di Italo Romano

“Al momento di marciare molti non sanno che alla loro testa marcia il nemico”
Bertold Brecht

Gianroberto Casaleggio, co-fondatore del MoVimento 5 Stelle, è intervenuto al forum Ambrosetti di Cernobbio in un panel sui nuovi media e sulla politica del futuro.

Ai giornalisti prima di entrare in tutta fretta ha detto:

«Sono qui per esporre le idee del movimento e per spiegare le evoluzioni delle reti e della politica».

http://www.youtube.com/watch?v=2u7HEqOlQyg

Casaleggio, accompagnato dal figlio Davide, ha aperto i lavori dell’ultima giornata del Forum Ambrosetti, e in sala ad ascoltarlo c’erano il presidente del Consiglio, Enrico Letta, ma anche l’ex premier Mario Monti. Tra i tanti volti noti, c’erano anche i due amministratori delegati della maggiori banche italiane, quello di UniCredit Federico Ghizzoni e quello di Intesa SanPaolo Enrico Cucchiani, e specie quest’ultimo ha molto apprezzato quanto esposto dall’ideologo del M5S:

Casaleggio ha fatto un discorso tecnico educativo per gli altri politici in sala. Alcuni non sono cosi’ attenti sulla rete e credo non capiscano cosi’ bene le potenzialita’ di Internet. Lui sì, e quindi credo sia stata una specie di consulenza, e credo che la consulenza sia stata apprezzata anche dai suoi competitor” .

Gianroberto Casaleggio ha spiegato che ”Internet non è solo un altro media, è un processo di trasformazione” e aggiunge che siamo a un ”tipping point”, dunque un punto critico, di non ritorno. E infatti negli Stati Uniti il tempo medio passato su internet ha superato quello trascorso davanti alla tv. Secondo Casaleggio, ”giornali e tv – riportano tweet di persone presenti – sono lo strumento del potere, ma per fortuna declinano davanti al web”. Leggi il resto dell’articolo

Genitore 1 e 2. La degenerazione nel nome dell’ “evoluzione”.

Camera dei Deputati - Voto di fiducia Governo Letta

di Flaminia Camilletti

Lo spettacolo di Cécile Kyenge va avanti senza esclusione di colpi. Tuttavia l’ultima trovata del Ministro congolese manca di originalità. Difatti la proposta di sostituire la denominazione di “madre e padre” in “genitore 1 e genitore 2” nei certificati di nascita, moduli scolastici e documenti simili non viene da lei, ma da un consigliere comunale di Venezia: Camilla Seibezzi, che a sua volta ha semplicemente preso l’idea dalla Francia. I francesi da bravi “rivoluzionari”, già hanno provveduto ad inserire questa modifica l’ottobre scorso insieme alle sicuramente più discusse leggi sulle adozioni gay e sul matrimonio tra omosessuali. In un’Italia in cui da ormai settant’anni è un continuo omologarsi al grido di “evoluzione, civiltà e pari opportunità” , non trovo lo scalpore nel voler continuare a prendere solo il peggio di quello che succede negli altri Paesi. Mai che si cerchi di capire come adattare il welfare scandinavo al modello italiano ad esempio, figurarsi. Inutile discutere la perversione degenerativa della proposta che risulta palese, piuttosto è stato commovente assistere alla frenesia con la quale sono stati pubblicati articoli su articoli di giornalisti indignati che insultavano l’ignoranza e l’arretratezza dei soliti “cafoni italiani medi non evoluti” malati di omofobia e dall’animo fascista e contadino. Questa è la tolleranza dei soliti progressisti in un’Italia che manca sempre più di personalità in ogni aspetto della vita sociale. Mentre aspettiamo che gli altri Paesi decidano le linee strategiche della politica estera italiana, non riusciamo neanche a difendere la nostra identità culturale. L’immagine della famiglia italiana di un tempo, i valori tradizionali di cui dovremmo andar fieri e promuovere nel mondo, li rifiutiamo, li rinneghiamo non ritenendoli adatti al mondo moderno. Con la solita scusa del  bambino che per crescere ha solo bisogno d’amore e nulla più, stanno provando a propinarci qualsiasi tipo di modello purché non sia quello della famiglia tradizionale. Basandoci su questo principio perché tenere solo due spazi, perché non aggiungere genitore 3, genitore 4 e così via? Se i valori tradizionali della famiglia sono azzerati, dove sta scritto che i genitori debbano essere solo due? Anche le pubblicità della Mulino Bianco dovranno adattarsi, il “progresso” è inarrestabile. Il ministro Kyenge invece di occuparsi delle giovani coppie che hanno difficoltà sposarsi, fare dei figli presto per non aspettare di diventare dei giovani nonni invece che dei giovani genitori, si occupa di problemi che non esistono: basti ricordare che nei documenti di cui si discute già esiste la dicitura, “..o di chi ne fa le veci”. Come sempre più spesso accade si inventano nuovi diritti civili da conquistare, quando le vere emergenze della nostra società vengono dimenticate. Tutto in nome dell’evoluzione, della civiltà e delle pari opportunità.

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LA MERKEL AL SERVIZIO DEL MERCATO TRANSATLANTICO

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Vai a sottovalutare l’intelligenza delle persone. Il segretario di Stato USA, John Kerry, ha detto che Assad è come Hitler. Ma come gli sarà mai venuto in mente un paragone così originale?
Però, anche senza un Hitler, nel Sacro Occidente sappiamo farci rispettare. Che bisogno abbiamo noi di tiranni e dittatori? Si sa che da noi comanda l’Elettore, il Santo Elettore, e che la cancelliera Angela Merkel non muove un passo senza prima sondare gli umori degli elettori della Vestfalia e del Brandeburgo. Eppure la Leggenda del Santo Elettore non tiene conto del fatto che costui non ha mai sentito neppure nominare il TTIP (Transatlantic Trade and Investment Partnership), il nuovo mercato comune che unirà le due sponde dell’Atlantico nel 2015. Non se ne è discusso in nessuna campagna elettorale europea, sebbene sarebbe stato interessante sapere cosa ne avrebbero pensato, ad esempio, gli agricoltori tedeschi; ma in questi anni sono stati intrattenuti a baloccarsi su questioni futili o inesistenti, come pagare o meno i debiti dei “PIIGS”. La propaganda ufficiale è riuscita a diffondere anche in Germania, Olanda e Finlandia la fiaba leghista del Nord che mantiene il Sud, e gli elettori vengono ridotti davvero come bambini che vogliono riascoltare sempre la stessa fiaba. Intanto, nel giugno scorso, la Merkel riceveva a Berlino, in pompa magna, il presidente Obama per dare l’annuncio dell’avvento del mercato transatlantico, cantando come al solito le lodi della “concorrenza” (nome in codice delle multinazionali), foriera di milioni di posti di lavoro e di benessere per tutti. In realtà si tratta di un’integrazione dell’economia europea in quella statunitense, ed al livello degli standard sociali e produttivi degli Stati Uniti.
Neanche in Germania la notizia del TTIP è stata molto rilanciata, ed anche lì la maggior parte della gente continua a non saperne nulla. Forse perché la supina accettazione del TTIP contrasta con l’immagine rampante ed aggressiva che oggi i media vorrebbero imporre della Germania. Fu infatti la stessa Merkel, nel 2007, nella sua veste di presidente del Consiglio Europeo, a firmare il primo accordo con l’allora presidente USA, Bush. Il TTIP venne spacciato per un “accordo bilaterale”, ma in effetti si poneva nella stessa linea dettata dall’Organizzazione Mondiale per il Commercio/WTO dal 1995, e ne costituiva una diretta e logica conseguenza. Infatti non c’è mai stata una vera discussione a riguardo e, solo per aver proposto di escludere dall’accordo TTIP il settore degli audiovisivi, il presidente francese Hollande si è beccato l’epiteto di “reazionario” dal presidente della Commissione Europea, Barroso. Come sorprendersi se adesso il povero Hollande vuole andare a bombardare la Siria per potersi sentire di nuovo qualcuno?
Ma la Francia non la prende sul serio nessuno, mentre è la Germania, secondo molti commentatori, a tenere per le palle l’Europa tenendo stretti i cordoni della borsa. Non c’è dubbio che la Germania abbia tratto sinora enormi vantaggi dall’euro, sino ad instaurare un vero e proprio fenomeno di sub-colonialismo sui Paesi del Sud Europa. Come è ormai arcinoto, la Germania può permettersi di pagare interessi più bassi sui propri titoli di Stato, poiché sono i Paesi con titoli “rischiosi” come l’Italia, la Spagna o la Grecia a pagare i maggiori interessi agli investitori. Allo stesso modo, l’eccessivo valore dell’euro ha penalizzato le esportazioni di concorrenti tradizionali della Germania, come l’Italia. La Bundesbank ha saputo certamente fare i propri interessi presentando l’ammissione degli altri Paesi europei al club dell’euro come un onore ed una concessione; e, probabilmente, era persino convinta che così fosse.
Sull’altare dell’Europa, un ceto politico italiano in preda alla libidine di servilismo ed all’autorazzismo, ha perciò sacrificato anche industrie in grado di infastidire i giganti tedeschi. Ciò dimostra ancora una volta che le cosiddette “borghesie nazionali” sono un mito, e che esistono solo ceti affaristici locali incapaci di concepirsi al di fuori della servitù coloniale. L’Alfa Romeo era una delle poche case automobilistiche che potevano insidiare il mercato di Mercedes e BMW, e la privatizzazione/”fiattizzazione” operata da Romano Prodi, l’ha ridotta ad un semplice marchio. Anche parte della siderurgia pubblica italiana è stata svenduta alla multinazionale tedesca ThyssenKrupp, che ci ha ringraziato ammazzando un po’ di operai italiani, adesso persino con l’avallo dei nostri giudici di Appello.
Sta di fatto però che anche il debito pubblico tedesco sta toccando sempre nuovi record. Nell’aprile scorso il debito tedesco ha sfiorato il livello dell’82% del PIL. Il motivo? Ci sono da pagare le quote dell’ESM, il Meccanismo Europeo di Stabilità, quel fondo salva-banchieri che ha appena elargito sessanta miliardi di euro alle banche europee in crisi. Nonostante la diceria che la Germania tenga stretti i cordoni della borsa, in realtà sta versando all’ESM oltre centonovanta miliardi di euro.
L’ESM impegna anche l’Italia a versare qualcosa come centoventicinque miliardi di euro, e ciò nell’ipotesi che la stessa Italia un giorno abbia bisogno di farsi prestare quei soldi (sic!). L’ESM è un Fondo Monetario Internazionale in versione europea, che sinora ha riservato le sue piogge dorate ai banchieri. Anche nel suo statuto l’ESM confessa questa sua complementarietà e dipendenza nei confronti del FMI, il quale, come si sa, ha sede a Washington. A gestire direttamente la crisi finanziaria in Europa infatti è lo stesso FMI, che appena una settimana fa ha intimato alla Grecia di trasferire definitivamente la gestione dei suoi beni immobiliari ad una holding europea con sede in Lussemburgo, che porti a compimento quel programma di privatizzazioni che ridurrà i Greci alla stregua di immigrati clandestini nel proprio Paese.
Non contento, il FMI – dissimulato sotto la voce di “Troika”, come se fosse un’invasione sovietica -, ora impone alla Grecia anche di disfarsi delle sue agenzie militari con tutti i dipendenti, senza indennizzi. In tal modo il FMI si rivela come il braccio finanziario della NATO, che diventerebbe l’unico controllore del territorio greco. Pare proprio difficile pensare che il caso greco non c’entri nulla con l’aggressione contro la Siria, ed ancora più difficile escludere che quest’aggressione rientri nel quadro di un’ulteriore stretta della sottomissione coloniale dell’intero Mediterraneo.
Se la Germania non comanda neppure in Grecia, tanto più risulta improbabile un dominio della Merkel sulla politica italiana. Non si capisce infatti su quale potere di pressione potrebbe contare la Germania, dato che le sue banche non sono neppure i principali detentori del debito italiano. Anzi, dal 2011 il debito pubblico italiano si è andato sempre più “italianizzando”.
Ma per tanti commentatori, e persino “oppositori”, fare l’antidesco oggi è sicuramente più “igienico” che fare l’antiamericano. Non è la Germania infatti non il Paese che ci occupa militarmente. Anzi, tra i suoi attuali privilegi sub-coloniali, la Germania può vantare anche la possibilità di non partecipare ad avventure militari. Bisognerà vedere però cosa rimarrà di questi privilegi quando il mercato transatlantico sarà stato avviato.

 

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L’Italia galleggia grazie ai nostri nonni evasori

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Che l’Italia sia in crisi nera, ce lo ripetono come un mantra ormai da qualche anno. Ogni giorno siamo sull’orlo del baratro. Ogni giorno riceviamo l’estrema unzione. Ogni sera andiamo a letto salutando i nostri cari come se non ci fosse un domani. Eppure, ogni giorno dopo, ci alziamo e ce la caviamo. In realtà, anche piuttosto bene. A sentire i dati estesi all’Europa, l’Italia è nei guai più o meno quanto Grecia, Spagna e compagnia. Ma se Irlanda e Portogallo boccheggiano, se la Grecia è ridotta letteralmente alla fame, se la Spagna ha già vissuto di recente rivolte di piazza… in Italia l’aria da cataclisma imminente non si percepisce affatto.

Si dice che i detti popolari e le massime della nonna contengano sempre saggezza. In mesi, anni di analisi impegnate sulla crisi economica nostrana, la riflessione più puntuale esce proprio dalla bocca del popolano qualunque. Le rivolte brasiliane, spagnole, greche, qui non le vedremo di sicuro. Nonostante la nostra situazione non si allontani di molto, non è questa generazione che darà il via alle sommosse. Ci toccherà galleggiare ancora un paio di decadi e poi potremo iniziare a sperare nel precipitare degli eventi.

L’Italia è, lo sappiamo tutti, un paese di risparmiatori. La fortuna del Bel paese è stata la cocciutaggine bigotta tradizionalista dei nostri nonni, che per anni hanno infilato soldi sotto il cuscino nell’ottica del risparmio non a proprio uso e consumo, ma da tramandare a figli e nipoti. Al sud, paradosso, nonostante la disoccupazione e l’economia tutta siano messe peggio, l’aria è più serena. Nonostante ci sia meno lavoro, si vive quasi meglio. La persona che, con 400 euro al mese, mangia, esce e dorme al caldo non è un essere mitologico ma la quotidianità. Questo grazie al nonno che in passato aveva il vizio di investire i risparmi di una vita per costruire case di quattro piani dove potessero vivere in futuro i figli, e i figli dei figli, e i figli dei figli dei figli. Così, il disoccupato meridionale, seppur in difetto di denaro più difficilmente si trova in difetto di mattone, e – con una famiglia vicina in grado di sfamarlo – può godere dei 400 euro puliti puliti per sigarette, aperitivi e hogan.

L’Italia è il paese delle case di proprietà se non addirittura delle seconde case. Quelle che il governo ora colpisce con Imu, Service Tax, proposte Kyenge (quella sulle seconde case) e diavolerie varie. Per allinearci agli standard europei, ci dicono. Ma se la situazione non è ancora precipitata, da noi, è perchè male che vada abbiamo una seconda casa in cui rifugiarci o – sempre male che vada – un’appartamento in eredità i nostri genitori riescono a passarcelo. Grazie anche alla nobile pratica dell’evasione, per cui i nostri saggi nonni truffatori hanno ritenuto più efficace infilare i sopra citati denari sotto il cuscino piuttosto che affidarli allo Stato malfattore. E con l’evasione, ci hanno costruito/comprato case. Quelle che ora ci mantengono a galla.

La vera domanda è: che cosa sarà in grado, la generazione di oggi, di lasciare alla generazione successiva? Nulla. L’affitto non si tramanda, il contratto a tempo determinato neppure. Tutt’al più, con un po’ di magheggi, qualche debito. Non evadere per affidare i risparmi allo Stato, che li consegna al Fondo Salva Stati, che li regala alle Banche, che li usano per lucrare sul prestito che ti concedono perchè hai bisogno di soldi e non hai risparmi.

Ancora un paio di decadi di pazienza. E poi la nuova generazione, forse, avrà la fortuna di esser libera di dar via alla rivolta.

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Il prezzo della dignità (parte prima): la guerra del Kosovo

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di Costantino Ceoldo

Il 1989 può essere considerato una data epocale. La caduta del Muro di Berlino e l’unificazione delle due Germanie suggellano, di fatto, la fine dello status quo della Guerra Fredda e della suddivisione del mondo in sfere di influenza ben definite.
La Russia si ritira dall’Europa dell’Est e di lì a poco inizia a soffrire della crisi economica dovuta al cambio di sistema politico ed economico. A Gorbaciov succede Eltsin e la politica estera dell’ex Unione Sovietica si mostra ondivaga, a tratti perfino subalterna nei confronti di quella americana.
Gli Stati Uniti la fanno da padroni un po’ ovunque, come è loro abitudine.
La crisi della Jugoslavia si consolida proprio in quegli anni e le Guerre Balcaniche vengono combattute prima nella forma di “pacifiche” manifestazione di piazza, poi di tumulti, poi di attacchi a posti di blocco della polizia o dell’esercito ed infine di vere e proprie battaglie campali che vedono l’intervento anche della NATO con bombardamenti aerei contro le posizioni occupate dai Serbi, unica tra le parti in causa ad avere sistematicamente torto. Ai bombardamenti dall’alto seguono i dispiegamenti di truppe occidentali, per sancire la definitiva secessione della Bosnia, della Croazia, della Slovenia dal resto della oramai defunta Jugoslavia.
La costituzione voluta da Josip Broz Tito prevedeva la possibilità di una secessione unilaterale delle Repubbliche componenti la Federazione Jugoslava ma non delle regioni autonome, come quella del Kosovo allora parte della Serbia.
La Serbia guardava al Kosovo con grande spirito nazionalista che veniva fatto risalire alla sconfitta contro i Turchi subita dal principe serbo Lazar Hrebeljanovic nella battaglia della Piana dei Merli nel 1389, vicino all’odierna Pristina. Pieno di monasteri ortodossi oltre che di moschee, il Kosovo rappresentava l’anima profonda della Serbia e Belgrado non era incline a discutere della sua secessione.
L’autonomia della regione kosovara venne così revocata dal governo serbo nel 1989 e vi seguì un generale repulisti di figure politiche, militari, economiche albanesi sostituite da analoghe serbe. Fino al 1995 la parte albanese della popolazione, rappresentata dall’intellettuale Ibrahim Rugova e dal suo partito LDK, mise in atto una campagna di resistenza non violenta contro il governo serbo di Slobodan Milosevic rivendicando l’indipendenza del Kosovo ed il suo innalzamento al rango di Nazione sovrana.
Una Nazione sovrana estesa quanto può esserlo un francobollo, per inciso.
Il movimento irredentista kosovaro UCK, formato da un misto di delinquenti tagliagole e reduci dalle campagne bosniache, acquistò via via importanza su quello più prettamente politico guidato da Rugova ed iniziò azioni militari contro la minoranza serba, obiettivi civili e militari facili da colpire.
Oramai, con il senno di poi dovuto all’infinita serie di rivoluzioni colorate, di velluto, delle rose e quant’altro, è fin troppo semplice scorgere il modus operandi di Gene Sharp e del suo thinktank.
Il governo serbo probabilmente non sapeva che si trovava vittima di un protocollo ben studiato: all’inazione verso le provocazioni, sarebbe seguito un loro progressivo inasprirsi mentre una qualsiasi reazione governativa sarebbe stata presentata sempre come eccessiva, anche se in realtà moderata.
Il destino della Jugoslavia era cioè già stato deciso: prima che dai popoli della Federazione, dalle Cancellerie occidentali (da quella tedesca in particolare) e dagli Stati Uniti. Leggi il resto dell’articolo

LA SIRIA SIAMO NOI

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Una delle maggiori obiezioni nei confronti dell’umanesimo riguarda la posizione di incolmabile vantaggio che ha la menzogna nei confronti di ogni tentativo di ristabilire la verità dei fatti. Quel dispendioso apparato di intrattenimento e pubbliche relazioni che va sotto l’etichetta di “democrazia”, abitua un po’ tutti alla menzogna fondamentale, cioè quella dell’esistenza di una “libertà”, per quanto relativa; ed il confine tra il crederci ed il far finta di crederci, è sempre più labile di quanto ci si aspetterebbe.
Un altro dei grandi supporti della menzogna è la cattiva memoria, che consente alla menzogna stessa di ripresentarsi e perpetuarsi ad onta delle smentite. Ma anche quando una menzogna sia stata smascherata, ciò non ristabilisce la verità, poiché è possibile sterilizzare il dato acquisito con un’ulteriore rete di falsità. Lo scorso anno una delle fonti di informazione considerate più autorevoli, la britannica BBC, presentò come immagine inedita di una strage attribuita al governo siriano una vecchia foto del 2003, scattata in Iraq. Una volta scoperto il falso, volenterosi commentatori accorsero in soccorso della BBC, ipotizzando che questa fosse caduta in una trappola tesa dallo stesso governo siriano per screditare l’informazione che lo riguardava.
L’argomento era chiaramente autocontraddittorio, poiché un organo d’informazione dotato dei mezzi della BBC, avrebbe potuto cadere in una trappola del genere soltanto se irrimediabilmente prevenuto e privo di intenzione di verificare i fatti. In questi giorni la propaganda occidentale ritorna all’attacco accreditando la versione fornita dai sedicenti “ribelli” siriani e dall’ organizzazione “Medici senza Frontiere” su un presunto attacco chimico al gas nervino compiuto dalle truppe di Assad. “Medici senza Frontiere” ammette di non poter provare scientificamente l’uso di armi chimiche, ma “lo suggerisce con forza”. Un bellissimo ossimoro, roba da poeti senza frontiere.
In un altro commento, proveniente proprio dalla “autorevole” BBC, si mettono le mani avanti rilevando la stranezza di un attacco del genere nel momento in cui Assad apre la porta agli ispettori ONU; ma poi tutti i dubbi vengono annegati sotto la presunta evidenza delle presunte prove. In effetti di evidente c’è soltanto l’ostilità dei media ed il loro zelo nel confezionare un casus belli.
Fortunatamente si può mentire solo sino ad un certo punto, dato che la verità riesce ad aprirsi un varco persino tra le righe delle dichiarazioni più mendaci, perciò le intenzioni nascoste tendono a scoprirsi. Purtroppo bisogna fare lo sforzo di cercare questi barlumi di autenticità. Il segretario di Stato USA, John Kerry, si dichiara sicuro che le armi chimiche siano state usate in Siria, e che gli ispettori ONU non potranno che accertarlo. Ma da dove gli deriverebbe tanta sicurezza, se lui non ci avesse niente a che fare con l’uso di quelle armi chimiche?
Attualmente sulla questione siriana è in atto uno scontro diplomatico tra gli Stati Uniti ed una Russia che sembrerebbe proiettata verso un nuovo protagonismo; sebbene occorra ancora aspettare per essere sicuri che anche Assad non finisca nella lunga lista di quelli mollati da Putin, insieme con Milosevic, Saddam Hussein e Gheddafi. L’attuale fermezza russa non appare sufficiente per scoraggiare le pose aggressive dell’amministrazione statunitense, la quale però tiene a precisare che comunque non agirebbe da sola. Ancora una volta si scopre che sono gli “alleati” il perno di ogni operazione colonialistica.
Che non si riesca mai a mentire del tutto, ce lo ha dimostrato anche il Presidente del Consiglio Enrico Letta nella sua visita della settimana scorsa ai militari italiani in Afghanistan. La sua prosa è degna di un’estesa citazione: “… noi siamo parte di un sistema in cui ognuno fa la sua parte. Nessun paese libero può sottrarsi agli impegni di stabilizzazione per la pace. Solo con la NATO, l’ONU e l’Unione Europea possiamo risolvere insieme i problemi che il terrorismo e l’assenza di pace comportano. ”
Quindi, secondo Enrico Letta, l’essere un Paese “libero” consiste nel far parte di un sistema dai cui obblighi non si scappa, e quando la NATO, l’ONU e la UE ordinano, si obbedisce e basta. Allora, chi è il Paese militarmente occupato? L’Afghanistan, o noi? Uno dei punti di forza della propaganda imperialistica consiste in una sorta di aspetto ludico, cioè nell’entrare a far parte di un’opinione pubblica “occidentale” che può giocare ad interpretare il ruolo del giudice, condannando e perseguitando il “dittatore pazzo” di turno. Si tratta di un gioco che coinvolge emotivamente come un videogame, ma che ti consente anche di coltivare l’illusione di un’inesistente distanza dai guai. In realtà ogni volta che un Paese viene indotto a partecipare ad una di queste aggressioni, poi l’aggressione si risolve in un maggiore controllo coloniale della potenza dominante sui suoi “alleati”. La collaborazione militare tra i Paesi NATO diventa non solo occupazione militare di un territorio come quello italiano, ma anche crescente integrazione delle forze armate del Paese occupato con quelle dell’occupante. Non soltanto il territorio italiano non è più italiano, ma nemmeno le sue forze armate. La perdita della moneta nazionale è la diretta conseguenza della perdita delle forze armate. L’apparato tradizionale dello Stato nazionale è stato riconvertito dall’imperialismo in una macchina funzionale alla colonizzazione.
Giocare a fare l’Occidente per un Paese come l’Italia quindi è nocivo, eccome. La coincidenza delle date può essere indicativa. Nel 2011 l’Italia partecipò all’aggressione della NATO contro un Paese amico ed economicamente complementare, la Libia, il cui leader era stato opportunamente criminalizzato da una campagna mediatica. A poche settimane dalla conclusione della guerra libica, anche l’Italia ne fece le spese al vertice G20 di Cannes del novembre 2011, nel quale il Buffone di Arcore, ancora nella carica di Presidente del Consiglio, acconsentì ad aprire i libri contabili dell’Italia a cicliche ispezioni del Fondo Monetario Internazionale, cioè il braccio finanziario della NATO. L’ultima ispezione del FMI si è conclusa poco più di un mese fa. La condizione coloniale dell’Italia è stata quindi esplicitamente formalizzata dall’atto di sottomissione al FMI da parte di un Presidente del Consiglio che molti commentatori si ostinano ancora a presentare come un avversario dei “poteri forti” sovranazionali.
L’imperialismo viene spesso ridotto ad una categoria astratta, come se si trattasse di una semplice gerarchia dei rapporti internazionali, senza tener conto che la gerarchizzazione comporta privilegi da una parte e servitù dall’altra; perciò la condizione di subordinazione comporta il passare per il tritacarne della colonizzazione economica e finanziaria: disoccupazione, precarizzazione, delocalizzazione, indebitamento, crescente prelievo fiscale, distruzione della previdenza, dell’istruzione e della sanità pubbliche. Si tratta di quelle che, nel gergo FMI, si chiamano “riforme strutturali”. A fare il lavoro più sporco delle “riforme strutturali” per conto del FMI, è stato però Mario Monti, quindi il Buffone è riuscito ancora una volta a rigenerare la sua immagine “antagonistica” da povero perseguitato, giocando sulla distrazione e sulla cattiva memoria dei suoi irriducibili fans, sempre pronti a dare la colpa alle donne o ai meridionali. A proposito di bugie dalle gambe lunghe.
L’unico argomento a favore di Monti è sempre stato quello che “almeno ci ha liberato dal Buffone”. Oggi scopriamo che Monti invece era lì per porre le basi del riciclaggio e della eternizzazione del Buffone, cioè del burattino del FMI. Un’eventuale aggressione diretta della NATO contro la Siria vedrebbe come scontata la partecipazione italiana, ed a sancirne il risultato sarebbe ovviamente un’ulteriore stretta coloniale a base di “riforme strutturali” di marca FMI.

 

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