Università e generazione-spread. La sottomissione di una Nazione si misura dalla gioventù

FacoltàPreoccupata

di Sebastiano Caputo

Da generazione-madre, la gioventù italiana, si sta lentamente trasformando in una generazione-spread in balia dei mercati, della globalizzazione, dei mercanti, dell’“inglesizazzione” della società.

La Sovranità è tutto per una Nazione. Senza sovranità non può esistere lo Stato. Senza Stato, la nazione non può preservare la sua storia e conservarsi nei secoli. Il grado di sudditanza dell’Italia ad esempio si percepisce non solo dal fatto che i presidenti nordamericani abbiano usato per mezzo secolo il Mediterraneo come piscina della Casa Bianca e la penisola italiana come trampolino per i loro tuffi imperialisti, ma dalle nuove generazioni, che per definizione racchiudono l’avvenire e la conservazione della cultura popolare in quanto generazione-madre. In Italia però, come hanno insegnato i vari Prodi, Andreatta, Amato, Draghi, Monti, “padri della Repubblica”, è meglio tradire piuttosto che combattere per il proprio futuro. Da generazione-madre, la gioventù italiana, si sta lentamente trasformando in una generazione-spread in balia dei mercati, della globalizzazione, dei mercanti, dell’“inglesizazzione” della società, in un mondo moderno dove hanno trionfato subdolamente l’individualismo democratico, il razionalismo illuministico, il cosmopolitismo kantiano, il positivismo inglese della seconda metà dell’Ottocento e l’utilitarismo di Jeremy Bentham e John Stuart Mill.

Il sistema educativo nostrano – il quale dalla riforma Gentile ad oggi, riusciva a cogliere l’essenza dell’Italia e degli italiani, le sue particolarità storiche e sociali – sta subendo un progressivo smembramento, soprattutto al livello universitario. Da una parte, il sistema iperliberista impone tagli alle risorse degli atenei, dall’altra, a causa delle privatizzazioni e del pensiero unico dominante in Europa, il modello anglo-sassone sta spazzando via il patrimonio didattico italiano nel nome dell’esterofilia e del libero mercato.

Il test a risposta multipla (usato nelle strutture anglo-americane) è diventato la chiave per accedere alle facoltà (un sistema che lascia poco spazio al merito), i corsi in inglese negli istituti si sono moltiplicati tanto da aver sostituito l’italiano in alcuni atenei, le università si sono trasformate in macchine per generare profitto (Bocconi, ecc.)  oppure in fabbriche di burocrati o perfetti funzionari di regime (Harvard, MIT ecc.), infrastrutture-aziende in mano a potentati economici (Luiss-Confindustria) o a gruppi di potere (LSE-Fabian Society) in competizione fra loro, riservate ad un ceto sociale piuttosto che ad un altro (e quindi non ai migliori), al punto da costringere talentuosi giovani ad indebitarsi con le banche pur di rispondere alle nuove richieste del mercato del lavoro.

Il livello di sottomissione di una nazione si misura dalla gioventù, è vero. In Italia, la generazione-spread, inebriata dall’esterofilia – l’erba del vicino è sempre più verde -, va su internet e con un click guarda i “rankings” (molto probabilmente in mano ad istituti privati che in base alle bustarelle versate determinano le classifiche)  per vedere quali sono le migliori università del mondo non sapendo però, che “il sistema uccide tutti non solo i poveri” (Massimo Fini).

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IL FORZATO DECLINO DELL’ENI E LA FINE DEL SUO “IMPERIALISMO DEBOLE”

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Il caso siriano ha segnato quello che è forse il tramonto definitivo del pacifismo tradizionale, la cui caratteristica era di opporsi alla guerra, ma spesso senza demistificare la versione ufficiale dei fatti. L’aggressione di Bush all’Iraq nel 2003 vide una notevole mobilitazione pacifista, ma quel movimento non contestò sostanzialmente l’attendibilità della fiaba sulle presunte armi chimiche di Saddam. Si puntò invece sul “dare tempo” agli ispettori ONU, come se ci fosse davvero qualcosa da cercare, e magari una via diplomatica per risolvere la questione. La stessa ONU non cessava quindi di essere un punto di riferimento, anzi si sperava ancora che potesse costituire un elemento di garanzia del diritto internazionale contro il cosiddetto “unilateralismo” di Bush.
La differenza con la situazione attuale appare abbastanza evidente, dato che nessun oppositore all’aggressione contro la Siria ha ritenuto di affidarsi al responso degli “ispettori” ONU circa l’accusa ad Assad di aver usato armi chimiche. Una evoluzione di almeno una parte dell’opinione pubblica dal semplice pacifismo ad un più consapevole antimperialismo, appare oggi più realistica, poiché si è fatta strada una versione diversa dei fatti, che individua negli slogan umanitari un alibi per mascherare precisi progetti di destabilizzazione, saccheggio e genocidio.
Per molto tempo l’opposizione è stata più un atteggiamento ed uno stato d’animo, più uno slancio autoeducazionistico, piuttosto che una reinterpretazione degli eventi. Abbiamo avuto così un comunismo che si opponeva al “mercato” come se questo esistesse davvero, e non fosse soltanto uno slogan di copertura dell’assistenzialismo per ricchi. Ma abbiamo avuto anche un “antimperialismo” che, mentre contestava la pretesa statunitense di dominare il mondo, non faceva altro che rappresentare popoli “minorenni” e barbari, bisognosi appunto di tutela imperiale. Un film culto del 1962, “Salvatore Giuliano” – con la regia di Francesco Rosi e con la collaborazione di un genio della sceneggiatura come Franco Solinas -, può costituire un esempio preciso di quel modo di condurre un malinteso “impegno civile”, cioè quella pretesa di opporsi al potere senza operare una demistificazione del potere. Al di là dei suoi notevoli meriti estetici, il film lascia infatti lo spettatore senza aver compreso nessuno degli interessi imperialistici che destabilizzavano la Sicilia degli anni ’40, e il tutto viene ridotto ad una tragica, ma meschina, vicenda italiana, il cui messaggio si riduce in definitiva al razzismo nei confronti della Sicilia.
Il fatto che oggi si sia diffusa una maggiore consapevolezza antimperialistica, non significa comunque che i meccanismi dell’intossicazione informativa abbiano cessato di funzionare, come dimostra il perenne tentativo di riciclare l’immagine del Buffone di Arcore come campione dell’indipendenza energetica dell’Italia, e magari pure come fiero avversario dell’euro, tanto che avrebbe avuto già pronti in tasca i piani per l’uscita dalla moneta unica prima di essere abbattuto da un vile colpo di Stato.
Queste sciocchezze fanno da alibi non solo ad una destra “antagonista” priva di senso del ridicolo, ma soprattutto a quella finta sinistra che si fa un punto d’onore di non contestare nessuno dei capisaldi istituzionali del sistema coloniale sovranazionale, etichettando come “populismo” tutto ciò che si oppone a quel sistema. Se il Buffone era amico di Gheddafi e contro l’euro, allora vuol dire che Gheddafi era il mostro, e che l’euro deve avere qualcosa di buono. Che l’attuale tutela/sorveglianza del Fondo Monetario Internazionale sull’Italia sia stata sancita ed accettata nel novembre del 2011 dall’ultimo atto di governo del Buffone, rimane un dettaglio confinato nel dimenticatoio della Storia.
La politica energetica dei rapporti privilegiati con Putin e con Gheddafi fu invece lanciata in grande stile all’epoca del secondo governo Prodi, anche se allora, come per il successivo terzo governo del Buffone, l’attore vero della politica estera italiana fu esclusivamente l’ENI. Dagli anni ’50 l’ENI è stato il soggetto attivo di un efficace “imperialismo debole”, concorrenziale rispetto a quello delle grandi multinazionali energetiche. In questo suo ruolo internazionale, l’ENI era diventato spesso il punto di riferimento ed il collaboratore naturale di nazionalismi economici locali, bisognosi di assistenza tecnologica e di relazioni affaristiche.
L’aggressione della NATO alla Libia del 2011 è riuscita a liquidare non solo Gheddafi, ma anche quel ruolo politico internazionale dell’ENI. Oggi l’AD dell’ENI, Paolo Scaroni, cerca di minimizzare davanti ai media i danni inferti all’ente energetico italiano dalla guerra contro la Libia. Si ammette che la produzione è sì ripresa, ma mica tanto. E il calo drastico della produzione è solo l’aspetto più esteriore del problema, dato che qui si tratta della perdita del ruolo dominante dell’ENI in Libia.
L’attacco della NATO all’ENI, è stato seguito da analoghi attacchi da parte di istituzioni italiane. L’Antitrust nel 2011 inoltre ha imposto all’ENI di disfarsi della SNAM, le cui azioni sono state cedute ad un’altra società partecipata dal Tesoro, la Cassa Depositi e Prestiti. Tutto sembrerebbe rimanere in famiglia, e la Corte dei Conti plaude al rinvigorimento finanziario dell’ENI.
Di fatto la SNAM era per l’ENI una cassaforte non solo finanziaria, ma anche tecnologica, e soprattutto un suo passepartout internazionale per l’affare del secolo: i metanodotti. Oggi il ministro dell’Economia Saccomanni parla di cedere le quote ENI possedute dal Tesoro, e si paventa la svendita. Ma si sta già parlando di un ENI dimezzato e azzoppato.
Un’altra società del gruppo ENI, la SAIPEM è infatti da tempo oggetto di uno stillicidio, sia per le sue difficoltà commerciali che per la sua vulnerabilità ai ciclici attacchi in borsa. L’ultimo crollo azionario è del giugno scorso.
Nelle difficoltà della SAIPEM c’entrano anche le disavventure giudiziarie di una sua controllata dal 2006, la SNAM Progetti, finita sotto inchiesta per tangenti in Nigeria ed in Algeria. Tutti gli storici ammettono che il celebrato Enrico Mattei edificò la potenza mondiale dell’ENI sul potere delle mazzette, ma oggi per quegli stessi metodi si fa finta di scandalizzarsi, poiché, evidentemente, così viene ordinato.
Come già la guerra in Libia, anche l’aggressione della NATO contro la Siria va ad attaccare direttamente la posizione dell’ENI in quell’area; anzi, oggi è direttamente la SAIPEM a trovarsi al centro di un altro scandalo giudiziario per presunte tangenti al regime siriano. Le accuse, riportate in dettaglio dal settimanale “l’Espresso” si spingono ad ipotizzare una sorta di legame finanziario/affaristico stabile ed organico tra la SAIPEM ed alcune società siriane.
Si trattava di operazioni del tutto coerenti con il ruolo storico di “imperialismo debole” dell’ENI, ma oggi è proprio quel ruolo a trovarsi in fase di liquidazione da parte dell’imperialismo forte. Risulta significativo che a farsi giustizieri dell’ENI per conto della NATO, siano la magistratura ed un settimanale accreditato come di “sinistra”; lo stesso settimanale che nel 2012 aveva agitato un analogo scandalo riguardante un altro soggetto dell’imperialismo debole all’italiana, cioè Finmeccanica, accusata di fornire sofisticata tecnologia delle comunicazioni (il TETRA) al vituperato regime siriano. Si tratta delle normali tecniche di confusione del lobbying delle multinazionali, che usa spesso la “moralizzazione” o le “motivazioni umanitarie” per attaccare i propri concorrenti in affari.

 

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Il tavernello in cartone come metafora della presenza divina.

4.1.1

di Uriel Fanelli

Finisco il discorso sui provinciali per esplorare l’ultima delle loro caratteristiche salienti, ovvero il fatto di elevare minchiatine irrilevanti a ragione di vita, dando (che so io) ad una questione irrilevante tipo “io vivo per il Napoli” (calcio). Non riesco a capire come si possa “vivere per il Napoli” o sostenere che “la Roma e’ una fede”. Quando ero adolescente ci fu la prima grande rimonta del Napoli, e i ragazzi di origine meridionale a Ferrara si sentivano “in dovere di tifare Napoli perche’ secondo loro “rappresentava una metafora storica del riscatto del Sud” (1)

Ora, in che modo un drogato paramalavitoso argentino possa “rappresentare il riscatto del sud” mi sfuggiva, ma il peggio era che si pretendeva che rappresentasse una metafora STORICA . Ammesso di sapere con esattezza cosa sia una “metafora storica”, che diavolo significava? Significava che auspicavano che un drogato argentino diventasse una cosa come il Principe di Machiavelli e si mettesse a lottare per l’indipendenza? Che cosa diavolo significa “il Napoli di Maradona come metafora storica del riscatto del sud?”.
In realta’, col senno di poi, il concetto era abbastanza chiaro: siccome gli altri compagni diciamo “del nord” non avrebbero tifato napoli, il risultato era che il tifo per il Napoli era una specie di cosa “che era soltanto loro”: insomma, serviva come identita’ tribale a buon mercato. E ripeto: a buon mercato, perche’ dopo spieghero’ di che cosa parlo.
Ed e’ proprio questo che genera la personalita’ del provinciale, ovvero la costruzione dell’ Io che avviene basandosi su cazzatine irrilevanti di nessun peso , dovuta principalmente alla mancanza di istanze reali nella societa’ di provincia.
Partiamo dalla costruzione dell’identita’. Siamo in un paesino, e voi siete adolescenti. Per prima cosa dovete stabilire che voi siete voi, e come se non bastasse la mammina italiana vi ha spiegato che siete importanti, speciali, dei pezzi unici e rari, dei capolavori inimitabili, dei fiori che sbocciano ogni cento anni. La prima domanda che vi porrete sara’ questa:
Ma perche’ cazzo nessuno si accorge di tutto questo ben di Dio che sono?
La conclusione e’ , ovviamente, che dovete in qualche modo “farvi notare”, ovvero dovete fare qualcosa di continuamente visibile che  vi distingua dagli altri. Perche’ se siete speciali, come la mamma vi dice, sicuramente prima ancora di essere uguali a voi stessi dovrete essere DIVERSI DAGLI ALTRI. Tuttavia dovete essere dentro il gruppo abbastanza da avere una reputazione, da godere dei risultati di tanta stupendita’ che elargite gratis (e nessuno che vi dica grazie!) , e quindi dovete essere diversi ma dovete anche essere accettati. Leggi il resto dell’articolo
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