Il prezzo della dignità (parte prima): la guerra del Kosovo

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di Costantino Ceoldo

Il 1989 può essere considerato una data epocale. La caduta del Muro di Berlino e l’unificazione delle due Germanie suggellano, di fatto, la fine dello status quo della Guerra Fredda e della suddivisione del mondo in sfere di influenza ben definite.
La Russia si ritira dall’Europa dell’Est e di lì a poco inizia a soffrire della crisi economica dovuta al cambio di sistema politico ed economico. A Gorbaciov succede Eltsin e la politica estera dell’ex Unione Sovietica si mostra ondivaga, a tratti perfino subalterna nei confronti di quella americana.
Gli Stati Uniti la fanno da padroni un po’ ovunque, come è loro abitudine.
La crisi della Jugoslavia si consolida proprio in quegli anni e le Guerre Balcaniche vengono combattute prima nella forma di “pacifiche” manifestazione di piazza, poi di tumulti, poi di attacchi a posti di blocco della polizia o dell’esercito ed infine di vere e proprie battaglie campali che vedono l’intervento anche della NATO con bombardamenti aerei contro le posizioni occupate dai Serbi, unica tra le parti in causa ad avere sistematicamente torto. Ai bombardamenti dall’alto seguono i dispiegamenti di truppe occidentali, per sancire la definitiva secessione della Bosnia, della Croazia, della Slovenia dal resto della oramai defunta Jugoslavia.
La costituzione voluta da Josip Broz Tito prevedeva la possibilità di una secessione unilaterale delle Repubbliche componenti la Federazione Jugoslava ma non delle regioni autonome, come quella del Kosovo allora parte della Serbia.
La Serbia guardava al Kosovo con grande spirito nazionalista che veniva fatto risalire alla sconfitta contro i Turchi subita dal principe serbo Lazar Hrebeljanovic nella battaglia della Piana dei Merli nel 1389, vicino all’odierna Pristina. Pieno di monasteri ortodossi oltre che di moschee, il Kosovo rappresentava l’anima profonda della Serbia e Belgrado non era incline a discutere della sua secessione.
L’autonomia della regione kosovara venne così revocata dal governo serbo nel 1989 e vi seguì un generale repulisti di figure politiche, militari, economiche albanesi sostituite da analoghe serbe. Fino al 1995 la parte albanese della popolazione, rappresentata dall’intellettuale Ibrahim Rugova e dal suo partito LDK, mise in atto una campagna di resistenza non violenta contro il governo serbo di Slobodan Milosevic rivendicando l’indipendenza del Kosovo ed il suo innalzamento al rango di Nazione sovrana.
Una Nazione sovrana estesa quanto può esserlo un francobollo, per inciso.
Il movimento irredentista kosovaro UCK, formato da un misto di delinquenti tagliagole e reduci dalle campagne bosniache, acquistò via via importanza su quello più prettamente politico guidato da Rugova ed iniziò azioni militari contro la minoranza serba, obiettivi civili e militari facili da colpire.
Oramai, con il senno di poi dovuto all’infinita serie di rivoluzioni colorate, di velluto, delle rose e quant’altro, è fin troppo semplice scorgere il modus operandi di Gene Sharp e del suo thinktank.
Il governo serbo probabilmente non sapeva che si trovava vittima di un protocollo ben studiato: all’inazione verso le provocazioni, sarebbe seguito un loro progressivo inasprirsi mentre una qualsiasi reazione governativa sarebbe stata presentata sempre come eccessiva, anche se in realtà moderata.
Il destino della Jugoslavia era cioè già stato deciso: prima che dai popoli della Federazione, dalle Cancellerie occidentali (da quella tedesca in particolare) e dagli Stati Uniti.
L’UCK non aveva tuttavia la forza militare per sconfiggere l’esercito serbo. Finché Warren Christopher fu a capo del Dipartimento di Stato americano, l’UCK fu considerato un’organizzazione terroristica e mal sopportato, ma a Warren succedette Madeleine Albright il 23 gennaio 1997 e con la Albright vi fu un rovesciamento nella strategia americana. Nel giro di pochi mesi gli appartenenti all’UCK passarono da terroristi, ad insorti, quindi a rivoluzionari ed una campagna mediatica fu avviata in grande stile contro i serbi ed il loro presidente, Slobodan Milosevic.
La Nazione Serba venne presentata al pubblico occidentale come responsabile di massacri, genocidi, pulizia etnica, stupri di massa, incendi e devastazioni. Secondo un copione già sperimentato, Milosevic era il nuovo Hitler e come tale andava combattuto.
Quella che Diego Fusaro chiama reductio ad Hitlerum (riduzione alla condizione di un Hitler) sgrava la coscienza degli Occidentali da ogni rimorso. Nella sua condizione di nuovo Hitler, il presidente Milosevic poteva e doveva essere abbattuto con qualsiasi mezzo. Per estensione, il popolo serbo poteva e doveva essere punito per aver un simile governante. Iniziò così a circolare la voce sulla “responsabilità collettiva del popolo serbo”.
La manipolazione mediatica fu affidata a famose agenzie di pubbliche relazioni che lucrarono contratti favorevoli.
A nulla valsero i tentativi di smascherare le numerose mistificazioni, perfino quando era evidente l’assurdità di certe affermazioni. Un esempio fra tutti può essere la vicenda di Petershtica, un villaggio kosovaro le cui case sarebbero state distrutte con particolare malignità da milizie serbe che avrebbero aperto i rubinetti del gas nelle cantine ed acceso candele nelle soffitte. Ma non c’era metano in Kosovo e il gas a disposizione era più pesante dell’aria.
Oppure, la fantomatica “Operazione Ferro di Cavallo”, operazione con la quale i serbi avrebbero cercato di realizzare la pulizia etnica nel Kosovo. Una fandonia, come cercò di smascherare invano il generale tedesco Heinz Loquai, mai ascoltato realmente.
L’allora governo tedesco si basava su una coalizione di sinistra, di cui faceva parte anche il maggiore partito ambientalista della Germania. Come in altre parti del mondo, per esempio nell’Italia bulletto di periferia, quella gente si dimostrò più realista del Re ed agì a favore di un intervento militare finché non lo ottenne. Però non bastava volere la guerra perché questa scoppiasse sul serio. Perfino in democrazie azzoppate come quelle occidentali è ancora necessario tenere in un minimo di conto l’opinione pubblica e blandirla quanto possibile.
Le trattative di Rambouillet del febbraio 1999 furono la ciliegina sulla torta: non solo Madeline Albright promise ai kosovari albanesi l’indipendenza entro tre anni ma introdusse negli accordi, con la complicità di Inghilterra e Germania, il famigerato Annex B. Tale Appendice prevedeva il libero movimento delle truppe NATO su tutto il territorio Jugoslavo e la loro totale immunità nei confronti della legge Federale. L’accettazione dell’Annex B da parte della Serbia avrebbe comportato la sua scomparsa come Nazione sovrana e la sua trasformazione in un protettorato coloniale.
L’Annex B vanificava la disponibilità ad un accordo mostrata dai serbi: il governo di Belgrado si era infatti orientato ad accettare una spartizione del Kosovo che vedesse la parte meridionale all’interno di una Grande Albania e la parte settentrionale parte della Serbia.
Come fece notare Henry Kissinger al Daily Telegraph del 28 giugno 1999:
“…The Rambouillet text, which called on Serbia to admit NATO troops throughout Yugoslavia, was a provocation, an excuse to start bombing. Rambouillet is not a document that an angelic Serb could have accepted. It was a terrible diplomatic document that should never have been presented in that form…”
Nessuna Nazione dotata di amor proprio e dignità avrebbe accettato l’Annex B.
Ed infatti la Serbia non lo accettò. La NATO presentò al mondo i Serbi come unici responsabili del fallimento dei colloqui diplomatici. I bombardamenti aerei iniziarono il 24 marzo 1999 raggiungendo ben presto la quota parossistica di 600 sortite al giorno. Durarono circa due mesi e terminarono ai primi di giugno.
La Russia, a causa dei suoi problemi interni, poté aiutare la Serbia solo in termini diplomatici senza inviare navi o truppe in appoggio. L’esercito serbo si rivelò tuttavia un osso più duro del previsto e restò sostanzialmente intatto a dispetto delle continue incursioni nemiche. Meno fortunata fu l’aviazione che si ritrovò facile preda di quella occidentale, totalmente soverchiante e meglio armata.
La campagna aerea terminò quando Belgrado accettò di ritirarsi dal Kosovo lasciando indifesa la componente serba che fu oggetto, lei sì!, di pulizia etnica da parte dei kosovari albanesi. I serbi si concentrarono a ridosso del confine con la Serbia, dove si trovano tutt’ora.
La pretesa della NATO che l’esercito serbo si ritirasse durante i bombardamenti fu respinta con successo: troppo vivido era il ricordo dell’esercito iracheno che veniva sterminato dagli americani mentre si ritirava dal Kuwait. L’esercito si ritirò dopo che cessarono i bombardamenti.
Da ricordare è l’azione eroica dell’Esercito Russo che, con una marcia fulminea, prese possesso dell’aeroporto di Pristina impedendo agli inglesi di arrivarvi per primo. I Russi partirono dalla Bosnia dove erano già presenti come forza di pace e compirono un’azione audace che permise loro di mutare, seppur solo parzialmente, l’equilibrio delle forze in campo. La popolazione serba del Kosovo deve la propria sopravvivenza anche a quella azione temeraria.
L’embargo contro la Serbia perdurò fino all’arresto e alla consegna di Milosevic al Tribunale Penale Internazionale sui Crimini nella Ex-Jugoslavia, all’Aja: un’istituzione fantoccio creata proprio da coloro che avevano contribuito in modo feroce alla morte della Federazione. Se la Corte dell’Aja e gli altri Tribunali Internazionali fossero davvero organismi votati alla giustizia, avrebbero giurisdizione anche sul governo statunitense e sui soldati americani. Così non è, ma ciò non impedisce a Washington di usarli per fini politici quando fa comodo.
Milosevic perse le elezioni per la presidenza federale nel settembre 2000 e finì dritto al carcere nel giugno del 2001, grazie alla debolezza del vincitore Vojislav Kostunica e del primo ministro Zoran Dindic, due uomini sulla cui statura politica e patriottismo è lecito interrogarsi. Come è lecito interrogarsi sulla vera natura del movimento serbo “di azione non violenta” Otpor, finanziato dagli Stati Uniti e il cui comportamento ricalca, ancora una volta, quello indicato da Gene Sharp.
La farsa del processo politico, dall’esito ampiamente scontato, si protrasse per 5 anni, fino all’11 marzo 2006, giorno in cui Milosevic morì nella sua cella, apparentemente per problemi cardiaci, poco prima della fine del processo. Come sempre in questi casi.
Forse non era destino che la Jugoslavia esistesse come famiglia di popoli, forse era invece proprio destino che quei popoli andassero ognuno per la propria strada. Ma la dissoluzione della Federazione non fu solo il risultato di spinte interne naturali ed inevitabili, quanto anche di precisi interventi esterni.
Agli americani non importava e non importa nulla degli albanesi kosovari: la distruzione della Jugoslavia fu attuata in chiave anti russa, per riparare a quello che era considerato in Occidente un errore strategico compiuto da Eisenhower nel 1943. La guerra contro la Serbia fu, in altre parole, una guerra per rettificare i confini orientali della NATO e confinare la Russia in un angolo prima della sua definitiva spartizione in tre protettorati occidentali.
L’Annex B era una condizione inaccettabile, inserita apposta dal governo americano per scatenare la guerra.
Malgrado tutti i suoi difetti di uomo, malgrado le sue colpe politiche, Milosevic non era il nuovo Hitler e non si può parlare di responsabilità collettiva del popolo serbo perché è un concetto che porta implicito in se quello di punizione collettiva e quindi di genocidio.
Opponendosi alla NATO, la Serbia perse il Kosovo ma preservò la propria sovranità.
Milosevic dovette quindi rifiutare l’Annex B perché quello che comportava era inaccettabile sul piano della dignità nazionale.
A ben vedere, il prezzo della dignità è la morte.

Fonte

Il prezzo della dignità (parte seconda): la distruzione della Libia

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di Costantino Ceoldo

E’ stata l’Italia ad inventare il bombardamento aereo, nel 1911. Quell’anno la Regia Aviazione Italiana sganciò sulla libica Tripoli qualche bomba poco prima attaccata ad aerei fatti di legno e tela. L’esercito Turco che presidiava la città rimase annichilito da quello sfoggio di superiorità militare e la Libia in breve cambiò padrone, passando dagli Ottomani ai Savoia. Gli Italiani inseguivano il ricordo di antichi fasti imperiali, non capendo che quei tempi non sarebbero più tornati e che altre Nazioni avevano iniziato a costruire nuovi imperi.
Cosa di meglio di una campagna di bombardamenti aerei per festeggiare il centenario di quell’invenzione? Era il 2011 e l’Italia tornò, non da sola, non da protagonista, ma tornò.
La Libia fu attaccata dall’Occidente ben prima del 17 febbraio 2011, data a cui si fanno risalire i primi tumulti popolari a Bengasi. Un’operazione del genere deve essere pianificata con largo anticipo e con grande cura. Bisogna scegliere attentamente le persone da corrompere, da ricattare o da assassinare. Bisogna disporre di grandi quantità di denaro, di armi, di fantocci da usare pubblicamente mentre altri tirano le loro fila. Soprattutto, bisogna trovare chi si presta a governare dopo.
Qualcuno che non riservi poi sorprese sgradite come quel giovane colonnello che nel 1969 rovesciò il vecchio Idris, re fantoccio ed imbelle, e che invece di garantire il dominio occidentale sulle enormi ricchezze petrolifere della Libia, pensò di farsi amico dei Sovietici. Qualcuno che non metta contatori sui pozzi di petrolio per sapere sempre quanto ne viene estratto e tenga per lo Stato tutti i soldi ricavati dalla vendita dell’oro nero. Qualcuno che non cacci americani ed inglesi dalle loro basi in Libia. Qualcuno che non si svegli una mattina pensando di dare all’Africa una moneta unica basata sull’oro e che non metta in pericolo il dominio mondiale del dollaro statunitense.
Qualcuno che non sia Muʿammar al-Qadhdhāfī.
Dopo la caduta del muro di Berlino, anche la Libia si aprì gradualmente all’Occidente permettendo investimenti stranieri in misura più consistente e diversificata rispetto al passato. Poteva essere l’occasione per un futuro diverso, di pace e tranquillità ma l’Occidente aveva altre idee e stabilire normali rapporti diplomatici per fare affari non era propriamente il vero scopo. Per Occidente si intendono Stati Uniti, Inghilterra e Francia che furono i componenti principali della coalizione che bombardò la Libia per molti mesi. L’Italia c’era, bombardò la sua parte, ma non fa testo se non come serva lavapiatti.
I tumulti in Libia iniziarono dopo gli analoghi in Egitto e Tunisia, che portarono ad un cambio repentino dei governi locali.
Il Presidente tunisino Ben Alì e quello egiziano Mubarak saranno rimasti molto sorpresi per il modo in cui venivano messi alla porta dal loro padrone americano ma l’obiettivo principale erano Libia e Siria, non Tunisia ed Egitto: i cambi di regime in questi due ultimi Stati dovevano servire da giustificazione per quelli libico e siriano. Erano, cioè, degli apripista.
Ancora una volta, come già in passato, i fatti seguirono i protocolli di regime-change approntati da Gene Sharp e soci: manifestazioni di piazza, provocazioni, giornate della collera, eventi sui social network, stigmatizzazione feroce delle risposte governative.
Le notizie che giornali e televisioni occidentali riferirono sulle atrocità attribuite a Gheddafi nel reprimere la rivolta erano a beneficio del pubblico occidentale. I libici scoprirono subito la verità: Gheddafi non bombardò per rappresaglia Bengasi con la sua aviazione facendo ventimila morti in un giorno. La foto satellitari fornite dai Russi all’ONU lo provarono mostrando l’assenza di crateri, ma inutilmente. Né è vero che furono somministrate droghe stimolanti ed afrodisiache alle truppe lealiste e che sotto l’effetto di tali droghe vennero poi compiuti stupri di massa ed altre simili atrocità contro la popolazione insorta.
Il governo libico fu preso inizialmente alla sprovvista dai tumulti di piazza, dalle insurrezioni e da un certo numero di diserzioni nelle forze armate, soprattutto nella Cirenaica. Fu anche costretto a ripiegare da alcune sue posizioni ma non perse mai completamente il controllo sul territorio. Benché una parte della popolazione detestasse Gheddafi, la maggior parte del popolo libico lo amava ed era ancora disposta ad appoggiarlo. Vi è, infatti, una profonda differenza tra odiare il proprio governo fino al punto da rivoltarsi in armi contro di esso e ritenere che sia giunto il momento di voltare pagina, passando il testimone a nuovi governanti.
Pochi insorti non fanno una rivoluzione. Soprattutto se raccattati tra avanzi di galera, scontenti di vario tipo e stranieri. Le milizie che si scontrarono con l’esercito regolare erano composte da libici ma anche e soprattutto da stranieri, dalla provenienza più disparata: sauditi, qatarioti, ceceni, giordani e chiunque altro fosse disposto a combattere per denaro o per amore della guerra, santa o laica che fosse.
Questa accozzaglia di gente e la pressione internazionale avrebbero dovuto bastare, secondo i piani, per far fuggire Gheddafi e distruggere il suo sistema di potere. Bombardamenti aerei? Forse, ma limitati. Per Milosevic erano bastati due mesi e la Libia è più che altro deserto.
La situazione cominciò, però, a mutare rapidamente a favore delle forze governative e tra gli Occidentali prese a serpeggiare il timore che il loro piano fallisse, con tutte le conseguenze del caso. Venne proposta la creazione di una zona di interdizione aerea che avrebbe obbligato l’aviazione di Gheddafi a terra. Per scopi umanitari, chiaramente. La risoluzione del conflitto si sarebbe così raggiunta solo con scontri tra opposte forze di fanteria.
La Russia acconsentì, in un eccesso di benevolenza e fiducia verso gli Statunitensi. Il 19 marzo 2011 fu approvata dall’ONU la risoluzione numero 1973. Un errore madornale per la diplomazia russa: gli aerei NATO non si limitarono a volare sui cieli libici, forzando a terra quelli governativi, ma parteciparono attivamente ai combattimenti schierandosi dalla parte dei ribelli e portandoli alla vittoria.
Si scatenò fatalmente un uragano di bombe e missili contro l’esercito libico colpevole di difendere un governo legittimo, a cui aveva giurato fedeltà. Ma soprattutto colpevole di rappresentare, con le armi, quella vasta parte della popolazione che si identificava in Gheddafi e nel suo agire.
Ancora una volta, contrariamente alle aspettative, Gheddafi resistette e non fuggì all’estero. Dopo un’eroica e strenua difesa di Tripoli, si spostò a Sirte sua città natale. Qui resistette ancora molti mesi ma alla fine vi trovò la morte per mano traditrice il 20 ottobre 2011.
I bombardamenti cessarono subito dopo, a riprova del fatto che, contrariamente a quanto affermato pubblicamente, quella cercata era proprio la morte del leader della Jamahiriyya e niente altro. Hillary Clinton, allora Segretario di Stato, atterrò all’aeroporto di una Tripoli da poco conquistata e pronunciò la sua frase più odiosa: “Sono arrivata, ho visto, lui è morto”. Ma la signora Clinton non è Giulio Cesare e la frase da lei detta davanti alle telecamere, in un’occasione ufficiale, ci permette invece di comprendere bene il grado di malattia mentale dei governanti statunitensi ed il tipo di delirio che vivono quotidianamente.
A distanza oramai di due anni, la Libia è distrutta, divisa, corrotta. Non è lo Stato che era prima della guerra. Le milizie rivoltose non si sono mai sciolte e si scontrano fra di loro e con un movimento partigiano di liberazione su cui i media occidentali hanno steso un velo di silenzio. I traditori, di cui volutamente qui non riportiamo i nomi perché non offendano quelli degli eroi leali, si sono dimostrati incapaci di governare, come era ampiamente prevedibile. Chi si fida infatti di un traditore che non rappresenta nessuno se non se stesso? Chi si fida di un pupazzo di cui si vedono i fili che lo reggono e chi li tira?
Muʿammar al-Qadhdhāfī non aveva alcuna possibilità di salvarsi. Questo beduino, che ha retto una famiglia di popoli rissosi per quaranta anni, amava la sua terra, tutta quanta. La Libia di re Idris era sottosviluppata, abitata da gente affamata, in buona parte analfabeta e sotto un dominio coloniale. Gheddafi seppe instillare un sogno e renderlo concreto, nonostante i suoi errori politici.
Riuscì cioè dare dignità ad una famiglia di popoli che purtroppo sapevano guardarsi in cagnesco. Ma quale Nazione del mondo non vive a volte questa situazione? Se l’obiettivo fosse stata la democrazia e non il petrolio e l’oro nei depositi della Libia, non vi sarebbero stati scontri di piazza preparati ad arte né vi sarebbe stata una campagna di bombardamenti durata otto mesi.
Gheddafi viveva nel ricordo e nella venerazione di un grande libico, Omar al-Mukthar, che si era opposto al dominio fascista. Come Omar al-Mukthar, anche Gheddafi ha trovato la morte per mano traditrice: ironia della sorte, anche chi lo ha tradito è stato poi eliminato, dai suoi stessi mandanti.
Quindi Gheddafi doveva per forza di cose morire in Libia, la sua terra natia: era una questione di dignità. Fuggire avrebbe significato rinnegare il proprio passato e quello che aveva cercato di realizzare. Avrebbe significato tradire la sua gente, la sua Libia.
A Sirte, massacrata dai bombardamenti della NATO, trovò la morte anche uno dei figli del Colonnello, Muʿtaṣim, che fu ucciso dopo essere stato catturato. Vi è un proverbio che dice: i cani possono anche uccidere un leone, ma i cani restano cani e il leone resta leone.
Ecco, Mu’tasim è morto da leone. Il video della sua morte è stato realizzato dai suoi stessi assassini, che non erano neanche tutti libici.
Noi che leggiamo l’Hagakuré e ci chiediamo in cosa consista la Via del Samurai, possiamo intravvedere una risposta guardando quel video e ascoltando le ultime parole di Mu’tasim. A chi gli chiede, deridendolo ottusamente, se siano ferite quelle che ha sul petto, Mu’tasim risponde “…Sono medaglie…” suscitando così l’ira dei presenti.
Poveri ribelli, così sciocchi e così sprovveduti!
A ben guardare, quindi, ancora una volta, il prezzo della dignità è la morte.

Fonte

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