Femminicidio e guerra di genere: tutta colpa dell’individualismo

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di Fabrizio Fratus

Alla fine è arrivata, da ora c’è anche la legge specifica sulla violenza alle donne, quelle sulla violenza agli esseri umani non bastavano. Si badi bene, non voglio assolutamente sostenere qualcosa contro le donne, anzi, al contrario, sono uno dei pochi che ancora oggi lotta contro la “guerra di genere”. Con specifiche azioni e campagne di comunicazione si è sviluppato un credo che i dati non confermano: gli uomini passerebbero le loro giornate a violare la libertà delle donne. Lo scorso mercoledì ho partecipato allo spettacolo dei volontari a Savona, invitato come testimonial dei “padri Separati”. Prima di me, sul palco, un nome decisamente conosciuto, Francesca Abruzzone, la criminologa spesso invitata a commentare i delitti italiani nel salotto di Bruno Vespa. Intervistata da una delle conduttrici della serata e ha subito messo in chiaro che il problema sono i maschi e che le donne subiscono tremendamente la violenza degli uomini. Banalità.

Studi di antropologia, letture come “Massa e potere” di Elias Canetti e tanti dati ufficiali, spiegano molto bene come la violenza non sia dell’uomo ma del genere umano in toto. Siamo imperfetti, spaventati e violenti… tutti noi. C’è chi riesce a soggiogare meglio i suoi istinti e a non riversarli sul prossimo mentre la maggior parte di noi, vigliaccamente, colpisce il più debole per scaricare le sue insoddisfazioni: questo concetto è ben descritto dal premio Nobel della Letteratura Canetti, che lo chiama “spina”.

Vi è un tentativo di contrapporre uomini e donne uno contro l’altra, in una guerra di genere senza senso e che allontana i due sessi mentre credo debbano essere complementari. La nostra società, estremamente individualista, si dirige in una direzione ben precisa che contrappone con forza l’uomo alla donna. Ho raccontato storie di tantissimi padri separati che da anni non possono vedere i propri figli… non è forse questo “maschicidio”? Molte donne ogni giorno delegittimano i propri uomini ricordando loro i fallimenti e le delusioni (su Facebook c’è un profilo in cui si raccontano le violenze subite dagli uomini: https://www.facebook.com/separazioni.maschicidio)… Ma la questione non è assolutamente se sia l’uomo o la donna a subire più violenza, il problema è la violenza in sè.

Uomini e donne devono riscoprire la complicità, i due sessi sono complementari ma in una società basata sul successo personale, sulla soggettivizzazione della realtà, sul dare le colpe agli altri per i nostri errori è sempre più difficile camminare insieme. A Savona, però, ho scoperto anche qualcosa di molto buono: l’associazione sulla violenza alle donne e quella dei padri separati non solo si parlano, ma insieme vogliono collaborare per trovare una soluzione alla violenza in famiglia. Bravi, questa è la strada corretta. Complimenti ai Presidenti di queste organizzazioni.

 

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Disintegrazione sociale tramite concorso

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Ieri, i media passavano in pompa magna la notizia del secolo: i Letta Boys trovano il rimedio ai mali della penisola, debellando tutto d’un fiato il precariato. Il tono roboante del premier in conferenza era accomagnato in sovraimpressione dalla scritta micoscoprica e ultrarapida che, in Nota Bene, inseriva ‘solo per la pubblica amministrazione, solo per qualche migliaio di fortunati, come non si sa… ma con metodi riservati’. In stile controindicazioni da prodotto farmaceutico, ma piuttosto che niente è meglio piuttosto… verrebbe da dire.

Questo bluff mediatico, se poteva con un po’ di sano ottimismo misto ad ingenuità esser salutato favorevolmente, aumenta invece lo sconforto se associato ad un’altra notizia, la quale invece è passata sotto traccia: la modifica della legge sull’accesso ai concorsi pubblici. Promossa dal ministro (!) Kyenge e in linea con la normativa europea (!!), prevede l’apertura dei posti di lavoro nella Pubblica Amministrazione anche a chi non ha cittadinanza italiana, ma semplice permesso temporaneo.

Così facendo, la Kyenge e i suoi burattinai azionano in un sol colpo due strumenti determinanti per il processo di disgregazione sociale che pare essere il fine ultimo. Fin troppo facile comprendere come – in un contesto di disoccupazione e concorsi pubblici praticamente bloccati – aumentare il numero di contendenti ad un numero sempre inferiore di posti, porti a complicare la ricerca di lavoro esasperando i conflitti sociali: inevitabile infatti che il cittadino a rischio estromissione per colpa dell’ingresso del non cittadino, vedrà in quest’ultimo una logica minaccia. Risultato non certo congeniale ai propositi di integrazione sposati dagli stessi proponenti, che in tal modo incentivano odio anzichè amore universale e volemose bene generalizzato.

A voler esser più sofisticati, poi, vi è uno svilimento del ruolo del lavoro nella pubblica amministrazione (già duramente colpito da anni di parassitismo assistenzialista soprattutto Made in Sud – ma non solo), che rispetto ad un impiego privato assume il carattere dell’esercizio per il bene della comunità. Dovendo essere la pubblica amministrazione il braccio operativo dello Stato, e lo Stato lo strumento organizzativo della comunità, è difficilmente concepibile che a gestirla sia chi non è cittadino e dunque non ha coltivato in sè la storia, la tradizione, la cultura e i valori che costituiscono il senso del dovere che dovrebbe contraddistinguere chi opera non per il solo profitto personale, ma per il buon funzionamento della comunità.

Un ragionamento simile, d’altronde, porterebbe la Kyenge all’autoeliminazione, senza neppure bisogno del televoto.

 

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Imu: il gioco delle tre tasse

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di Valerio lo Monaco

Il Decreto sull’Imu varato ieri decreta una cosa sopra a ogni altra: il governo, e forse la politica tutta, pensano realmente che gli italiani nel loro complesso siano degli imbecilli incapaci di comprendere anche la più elementare e risibile illusione.

La notizia è ormai nota: la rata di giugno dell’Imu sulla prima casa, originariamente posticipata a settembre, è stata ora eliminata. Dunque non si pagherà. E anche per quella di dicembre, la seconda annuale prevista, il governo fa sapere che il 15 ottobre saranno rese note le coperture per eliminarla. Dunque niente Imu sulla prima casa per il 2013. Teoricamente una buona notizia.

In quanto alla tassa nel suo insieme poi, per il 2014, e qui entriamo nell’ambito degli annunci, si parla di una totale soppressione che diventerà, forse, legge. Anche in questo caso non è dato sapere le coperture economiche, elemento pur essenziale nella nostra situazione drammatica dal punto di vista del denaro pubblico.

Sopra ogni altra cosa, nello stesso momento in cui politici di varia natura si prodigano nel sostenere che questa misura non comporterà l’aumento delle tasse da altra parte, si parla ormai senza mezzi termini di quella che fino a settimane addietro era solo una ipotesi e che oggi, invece, è diventata praticamente una realtà comunicata senza infingimenti: la Service Tax. Che è una novità, ovviamente. E che scatterà dal 2014. Non è un lassativo ma poco di manca. Vediamo.

I dettagli non sono ancora noti. Ma andiamo per ordine. Dunque la rata di giugno (settembre) verrà soppressa per mezzo di una copertura trovata, secondo quanto dichiarato, da un extragettito Iva derivante da un anticipo di una nuova tranche da 10 miliardi di pagamenti arretrati della pubblica amministrazione. Cioè: lo Stato, moroso da anni con le imprese, decide di pagarle almeno in parte, e queste, una volta ricevuto il denaro, offriranno un gettito d’imposte relative necessario alla copertura. Almeno così in teoria, se tutto filerà liscio, e se le stesse imprese, attualmente gravate da contenziosi con Equitalia derivanti proprio dai ritardi nei pagamenti ricevuti, saranno sul serio in grado, una volta avuto parte di quanto gli spetta dallo Stato, di versare realmente questo extragettito previsto.

In secondo luogo, un altro pezzo di copertura arriverà dalla sistemazione di una sanatoria sul contenzioso contabile relativo alle nuove slot. Pratica aperta da tempo, tra processi, condanne, appelli: e la mega truffa realizzata a suo tempo proprio nell’ambito delle sale giochi sarà chiusa con una specie di sanatoria per fare cassa (da 2,5 miliardi di contenzioso se ne incasseranno 625 milioni). Amen.

Non manca, ovviamente, come annuncio, il fatto che altra parte della copertura arriverà poi da nuovi tagli alla spesa pubblica. Supposizione (nostra): si tornerà a parlare a brevissimo di quel rumor circolato nei giorni scorsi in cui anche in Italia si sarebbe pronti a tagliare molti posti pubblici? Circolavano voci in merito a 7000 unità. Vedremo, naturalmente. Quello che è certo è che le coperture annunciate non sono affatto esaurienti, né dal punto di vista numerico ed economico né, tanto meno, in merito alle voci di spesa vere e proprie. Un indotto del “po esse”, una apologia dello “stamoce a crede”. E perdonateci la romanità.

In quanto alla Service Tax, che sarà formalizzata nella prossima Legge di Stabilità (vedremo che finte battaglie…) si parla di unificare la Tares, cioè la tassa sui rifiuti. Attenzione, viene da più parti utilizzato proprio il termine “unificare” ma, come si vede, al momento non sono note le altre voci che verranno unificate. Parlando esclusivamente della tassa sui rifiuti così come si sta facendo in queste ore, infatti, manca del tutto l’altro elemento – ne serve almeno un altro – che dovrebbe essere unificato al primo. In altre parole: si unifica la tassa sui rifiuti a cosa?

Si parla genericamente dei servizi offerti ai cittadini dai Comuni, in modo particolare di quelli “indivisibili” pagati dagli occupanti degli immobili. Ancora una volta: nebbia alta in val padana.

Altra supposizione: non si paga l’Imu come proprietari ma si paga la Service Tax come “occupanti”, nel senso che si occupa, cioè si abita, la propria casa. Cambio di nome, cambio di norma, ma solita Italia, come si vede.

Altra congettura, sulle seconde case stavolta: poniamo il caso di un immobile posseduto come seconda casa e affittato: ebbene, lo Stato drenerà denaro dal proprietario, che pagherà l’Imu come seconda casa, e dall’affittuario che, se ha un contratto regolarmente registrato, pagherà la Service Tax come “occupante” dell’immobile.

I Comuni potranno dunque imporre questa – nuova, ribadiamolo – tassa, come unificazione tra la vecchia Tares (vecchia dopo solo un anno di attivazione…) e questi presunti, e per ora sconosciuti, servizi.

Naturalmente per fare i conti dovremo aspettare tutti i dettagli. Per sapere quanto avranno risparmiato i possessori di prima casa sgravati dell’Imu oppure quanto ci avranno perso dopo che la Service Tax sarà andata a regime si dovrà conoscere l’importo di quest’ultima, sul quale al momento vige il più assoluto silenzio. Tutti gli altri invece avranno una maggiorazione secca.

Oltre all’ombra complessiva su tutta l’operazione, il dato che emerge conferma quanto si sa già da tempo: la nostra economia non permette alcun margine di manovra in alcun senso. Ciò che si taglia da una parte deve essere drenato da una altra parte. La “coperta” complessiva non cambia, è sempre troppo corta, e quella di avere meno freddo da una parte si rivela una illusione ben presto, quando si scopre una altra parte congelata.

Tassa vince tassa perde, da dove escono stavolta i soldi?

 

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Syrialeaks: come dare la colpa ad Assad

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di Pino Cabras

Un titolo netto sul Daily Mail, un quotidiano da due milioni di copie in edicola e da tre milioni di utenti online al giorno: «Piano sostenuto dagli USA per lanciare un attacco con armi chimiche contro la Siria e dare la colpa al regime di Assad».
Il titolo in questione risale al 29 gennaio 2013. L’edizione online del Daily Mail ha pubblicato un’interessante storia – a firma di Louise Boyle – in grado di gettare la giusta luce investigativa sui tragici attacchi col gas verificatisi in Siria sette mesi dopo, ad agosto 2013.
Ogni tanto, la grande stampa riporta qualche fatto importante che suona totalmente diverso dal racconto di fondo, ma quando questo avviene è un fuoco di paglia che viene subito estinto.
Naturalmente, pochi giorni dopo la pubblicazione, l’articolo era già sparito dagli archivi online del giornale, ma per fortuna non è così facile fare sparire l’informazione da internet una volta che vi abbia fatto capolino. Pertanto siamo in grado di riproporvi l’articolo ed esporre qui i tratti salienti.
Lo scrittore Roberto Quaglia parla di «Legge delle Prime Ventiquattrore. Nell’epoca dei mass media informazioni reali e significative vengono occasionalmente riferite al pubblico da giornalisti in buona fede durante le prime ore che seguono un evento. Poi una invisibile catena di comando evidentemente si attiva e le notizie vere, ma scomode, scompaiono in fretta e per sempre dal proscenio dei media. Solo le notizie comode – non importa se vere o se false – rimangono in circolazione. Per capire il mondo diventa quindi particolarmente interessante soffermarsi proprio sulle notizie soppresse.» Anche per il pezzo di Louise Boyle, è così. Fortuna che c’è Webarchive.
Il sottotitolo dell’articolo della Boyle recita così:
«E-mail trapelate da un fornitore della difesa trattano di armi chimiche dicendo che ‘l’idea è approvata da Washington’
Parte il racconto:
«Secondo Infowars.com, la e-mail del 25 dicembre è stata inviata dal direttore dell’area di sviluppo degli affari della Britam, David Goulding, al fondatore della società, Philip Doughty.
Vi si legge: “Phil … Abbiamo una nuova offerta. Si tratta di nuovo della Siria. I Qatarioti propongono un affare interessante e giuro che l’idea è approvata da Washington.
Dovremmo consegnare dell’armamento chimico (CW nell’originale, NdT) a Homs, una g-shell (bomba a gas, Ndt) di origine sovietica proveniente dalla Libia simile a quelle che Assad dovrebbe avere.
Vogliono farci dispiegare il nostro personale ucraino che dovrebbe parlare russo e realizzare una registrazione video.
Francamente, non credo che sia una buona idea, ma le somme proposte sono enormi. Qual è la tua opinione?
Cordiali saluti, David.”»
Come interpretare il messaggio? Nell’articolo si riassume così: «L’e-mail sarebbe stata inviata da un alto ufficiale a un appaltatore della Difesa britannica in merito a un attacco chimico “approvato da Washington” in Siria, da poter attribuire al regime di Assad.»
Insomma, il classico casus belli da scatenare con un atto spregevole “sotto falsa bandiera”, da attribuire al nemico. Una cosa impensabile per la stampa allineata, ma ben presente ai piani alti della pianificazione bellica. Abbiamo visto ad esempio con quanto candore uno dei frequentatori di questi piani alti, Patrick Lyell Clawson, dichiarava la necessità di un simile pretesto, in quel caso per attaccare l’Iran:
«Francamente, penso che sia molto difficile dare inizio ad una crisi. E faccio molta fatica a vedere come il presidente degli Stati Uniti possa davvero portarci in guerra contro l’Iran. Questo mi porta a concludere che se non si troverà un compromesso, il modo tradizionale con cui l’America entra in guerra sarebbe nel miglior interesse degli Stati Uniti.» Ossia con un casus belli generato da una provocazione. «Stiamo giocando una partita coperta con gli iraniani, e potremmo anche diventare più cattivi nel farlo», concludeva il falco di Washington.
Non sempre il potere si rivela in un modo così sfrontato ed esplicito. Nell’epoca di Wikileaks e di Edward Snowden le rivelazioni passano più spesso attraverso canali elettronici e contro il volere del governo. L’aricolo del Daily Mail precisava che «le e-mail sono state diffuse da un hacker malese che ha anche ottenuto i curricula degli alti dirigenti e le copie dei passaporti attraverso un server aziendale non protetto, secondo quanto riferito da Cyber War News.»
E per far capire quanto i ribelli siriani alleati degli USA e del Qatar potessero essere spregiudicati (oltre che ben addestrati) nell’uso di armi chimiche, l’articolo incorporava anche un video nel quale questi provavano gli effetti delle armi chimiche sui conigli. Il video mostra immagini particolarmente crude, attenzione:

È quantomeno curioso, per non dire di peggio, che oggi la grande stampa non ritorni sulla notizia del quotidiano londinese per approfondirla. Invece succede che tutto venga stravolto dai tamburi della propaganda bellica.
Le pagine online del 28 e 29 agosto 2013 di tutti i principali quotidiani italiani, ad esempio, titolano che “la Siria minaccia di colpire l’Europa con le armi chimiche”, distorcendo in totale malafede una frase di un politico siriano che diceva tutt’altro. Il viceministro degli Esteri Faisal Maqdad criticava infatti i paesi che hanno aiutato «i terroristi» (ossia i ribelli jihadisti) ad usare le armi chimiche in Siria, ammonendo sul fatto che gli stessi gruppi nemici di Damasco «le useranno presto contro il popolo d’Europa». Tradotto: attenta Europa, ti stai allevando da sola le serpi in seno. La frase era correttamente riportata in mezzo all’articolo. Ma il lettore osservi qual è invece la cornice scelta da la Repubblica e da La Stampa (e tutti gli altri, compreso Il Fatto Quotidiano, fanno lo stesso):
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La Stampa attribuisce addirittura la frase ad Assad (giusto per fabbricare l’ennesimo Hitler da strapazzare). Proprio Assad, in un’intervista a un giornale russo ignorata dalle redazioni italiane, due giorni prima dichiarava: «A quei politici vorrei spiegare che il terrorismo non è una carta vincente che si possa estrarre e utilizzare in qualsiasi momento si voglia, per poi riporla in tasca come se niente fosse. Il terrorismo, come uno scorpione, può pungerti inaspettatamente in qualsiasi momento. Non si può essere per il terrorismo in Siria e contro di esso in Mali.»
Basta poco per capire che i giornali italiani danno una copertura della crisi siriana totalmente manipolata e inattendibile. In Italia è ormai impensabile che un giornalista mainstream possa produrre un’articolo controcorrente come quello del Daily Mail.
Ancora oggi, quel giornale britannico, pur in mezzo a omissioni e distorsioni, in uno dei suoi più recenti articoli manifesta comunque il sospetto fortissimo che l’attacco chimico non sia opera di chi vorrebbero farci credere i governi.
A Londra i giornali vogliono ancora vendere qualche copia fra chi non si accontenta della propaganda. Da noi i giornali non fanno nemmeno il minimo sindacale per essere comprati. E il lettore si trova in guerra senza nemmeno sapere perché.

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