La disgregazione familiare e il problema dei padri separati

318_g.fiorello

di Fabrizio Fratus

La contrapposizione tra uomo e donna è in continuo aumento e, se spesso troviamo articoli e considerazioni sul problema del femminicidio, nulla si trova sul dramma dei padri separati e sulla loro crisi esistenziale ed economica. «Mi hanno separato dal figlio. Mi hanno tolto la casa. Ogni mese tolgono soldi sempre e solo a me». Tutte le storie di violenza sugli uomini e sui padri sono praticamente uguali, la disperazione dei soggetti colpiti da separazione è drammatica e si riflette sulla società intera, la separazione e il divorzio sono solo un processo iniziato molto prima.

Il problema principale è la mancanza di comunicazione, con conseguente accumulo di piccoli rancori che poi saranno un grande macigno che si abbatterà sulla coppia. Studi sulla comunicazione pragmatica del professore Paul Watzlawick della scuola di Palo alto di Chicago, dimostrano facilmente come le coppie, ad un certo punto del loro rapporto, non si ascoltano più e soggettivizzano quanto accade nel microcosmo in cui vivono rapportando ogni affermazione del marito/moglie come una accusa. Un processo indiscutibilmente drammatico che porta a conseguenze drastiche e sostanzialmente deleterie per la coppia, la famiglia e la società. La prima a pagare le conseguenze di questo processo brevemente descritto è la coppia, la mancanza di comunicazione e la soggettivazione dei fatti porta ad un allontanamento e quindi ad una separazione. Avvenuto questo processo, si sprofonda in una logica di fallimento che produce rabbia e per molti uomini depressione.

Il secondo grande problema è la “distruzione” del tessuto sociale che è basato sulla famiglia: la continua disgregazione delle famiglie tradizionali e nucleari produce sconcerto, insicurezza, confusione e rabbia e conseguentemente l’aumento di famiglie mononucleari, creando situazioni di ulteriore individualismo e soggettivizzazione della realtà in cui si vive. Il terzo dramma è invece quello basato sulla società. La famiglia è l’istituzione fondamentale di ogni società e si basa sul matrimonio con i caratteri di esclusività, di stabilità e di responsabilità; tramite ciò la società si riproduce e perpetua in tutte le sue forme. È facilmente comprensibile come il mancare della base su cui si fonda un sistema sociale produca effetti deleteri e drammatici.

I tre problemi sopra esposti sono facilmente verificabili e dimostrabili; quanto invece è ancora lontano da capire è l’effetto che si sta producendo sui bambini che subiscono lo scontro tra genitori, non esistendo ancora molti studi specifici che identifichino le problematiche relative alla crescita dei bambini soggetti alle “guerre” familiari. Se già oggi viviamo in una società iper-individualista, è comprensibile supporre che il processo disgregativo in atto nelle famiglie occidentali contribuirà notevolmente ad un ulteriore aggravamento sui rapporti sociali e solidali tra i cittadini.

Questo primo intervento sulla questione dei padri separati e della distruzione della famiglia ha l’intenzione di introdurre il lettore in un percorso di analisi che svilupperemo in seguito. I padri separati stanno subendo una situazione non sostenibile sia in relazione a questioni economiche sia di tipo sociale e i bambini sono i soggetti che assolutamente vanno tutelati ma al contrario spesso sono usati come arma contro i padri.

Fonte

Femminicidio: la nuova legge approva alla Camera ma i delitti non sono in aumento e in Europa si uccide più che in Italia

dating_violence_teens

di Furio Stella

Il decreto legge sul femminicidio approda alla Camera per la sua approvazione. Sul tavolo,  il  pacchetto di nuove norme varate d’urgenza dal governo che prevedono pene più severe (arresti in flagranza, querela irrevocabile, aggravanti per coniuge e compagno anche non conviventi, etc.) per contrastare l’ondata di delitti, praticamente uno ogni tre giorni, che dall’inizio dell’anno hanno una donna come vittima.
Sul fenomeno – omicidi efferati, dunque particolarmente odiosi e inaccettabili in un contesto civile –  si sono mobilitati in tanti. Peccato che in tanta mobilitazione sia mancato l’elemento più importante sul piano dell’informazione, e cioè i dati.

Il ministero dell’Interno, che sarebbe il primo deputato a fornirne, non ne ha. Il chè è già un dato preoccupante. Quei pochi che ci sono provengono o da data-base giornalistici, o dall’Istat (ma sono fermi al 2009), o da qualche istituto di ricerca indipendente come l’Eures. Pochi ma buoni? Se sì, è sorprendente come i dati a disposizione dicano cose diverse da quella che è la percezione del fenomeno. Nel senso che, nonostante quello che possa far supporre l’amplificazione data dai media, non è assolutamente vero che il 2013 (81 le vittime dall’inizio dell’anno fino a oggi) sia una sorta di anno record per quanto riguarda i femminicidi.

Né che questi ultimi siano in qualche misura aumentati rispetto agli anni scorsi. Dai giornali, difatti, si apprende che nel 2012 le donne uccise in Italia (nel 75% dei casi dal partner o dall’ex partner, e al 63% fra le mura di casa) sono state 124, e 137 nel 2011. Secondo l’Istat, le cui statistiche coprono il periodo dal 1992 al 2009, i femminicidi sono passati da 186 (1992) a 131 (2009), il che farebbe pensare a un fenomeno addirittura in calo.

In realtà non è nemmeno così, perché nel periodo sono presenti oscillazioni che, secondo l’Eures, vanno da 98 (i minimi storici di delitti verificatisi nel 2005 e nel 2007) ai 199 del 2000, anno record in negativo dell’ultimo ventennio. Insomma, a spanne i dati indicano che si tratta di un fenomeno costante nel tempo, e con una media che si attesta più o meno sui 120 casi l’anno, dunque 10 al mese. Ossia circa dieci volte di meno delle donne suicide o dei morti sul lavoro, per arginare i quali non risultano provvedimenti legislativi in arrivo.

Detto della differenza fra i fatti e la loro percezione – fenomeno sociologicamente tutt’altro che nuovo quando si ha a che fare con il tam-tam di giornali e tv – dai dati reali arriva un’altra fragorosa smentita, e cioè l’analisi secondo cui alla base dell’ondata di femminicidi nel nostro paese ci sia il maschilismo degli italiani. Frutto, sempre secondo la vulgata, non solo di mamme iperprotettive o castranti, ma più in generale di una società maschilista (la pubblicità osèe, la donna oggetto, le discriminazioni sul lavoro) ancora imbevuta di quella non-cultura per la quale per esempio fino al 1981 era ancora valido nel nostro codice penale il delitto d’onore che di fatto “derubricava” l’uccisione del partner fedifrago con pene da 3 fino a un massimo di 7 anni (praticamente come dare fuoco a uno scooter…).

Oddio, il discorso in generale è vero, se è vero che sono un milione e mezzo le donne italiane che hanno denunciato violenze dei loro partner, e che secondo magistratura e forze dell’ordine rappresenterebbero solo la punta dell’iceberg (il 6-7%) delle violenze di genere. E’ anche vero però che se paragoniamo l’Italia con gli altri paesi europei, i dati dicono un’altra cosa. E cioè che si uccidono molte più donne in Francia, in Germania e anche nella Svezia culla dell’emancipazione femminile. Secondo l’Oms, l’Organizzazione mondiale della sanità, difatti in Germania negli anni Ottanta i femminicidi erano il doppio che in Italia.  Mentre il paese europeo dove si ammazzano più donne è di gran lunga sapete chi? La Finlandia, in media 4-5 volte più che da noi. E dove, sempre in proporzione al numero degli abitanti, vantano anche il poco esaltante record europeo degli omicidi maschili. Dal che si deduce: o il maschio italiano non è affatto maschilista. O, se lo è, lo è meno dei suoi colleghi europei

 

Fonte

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: