LA SOBRIETA’ E’ L’ULTIMO RIFUGIO DELLE CANAGLIE

2_giugno

di Gianni Petrosillo

La sobrietà è la recita dello sperpero di fronte alla miseria. Nascondersi dietro alla morigeratezza è il gioco prediletto dei parassiti che si fingono contriti per paura di vedersi ridurre la rendita.

Negli anni ’70 il mantra era l’austerità di cui si appropriarono i comunisti di Berlinguer, coloro che attuarono una svolta geopolitica di campo senza procedere ad alcuna seria autocritica e si schierarono sotto l’ombrello della Nato, pur continuando a professare un’ideologia di tipo socialistico per meglio camuffarsi tra le “masse oppresse”. Fu in quel periodo che la politica cedette il passo al moralismo per riempire il vuoto di un fallimento storico e di una impressionante incapacità di rinnovarsi senza vendersi, cosicché il rigore e la severità di chi aveva la villa in Sardegna doveva diventare la prerogativa di uno Stato destinato a rivestirsi di stracci in cambio di protezione atlantica, preannunciando ben più gravi cedimenti di sovranità.

Nacque in questo contesto la famigerata superiorità morale dei comunisti la quale era in verità un’infame abdicazione ideale ed una rinuncia irriflessiva ai fattori costituenti, e teorici e pragmatici, della loro tradizione più alta. Finché il mondo restò diviso in blocchi contrapposti il tradimento fu strisciante e pencolante per evitare lo sconvolgimento identitario di milioni di militanti. Quando anche l’ultimo muro divisorio venne preso a picconate, gli spiriti beceri del voltafaccia poterono finalmente librarsi nell’aria abbandonando i grigi corpi burocratici e le rosse insegne del glorioso passato per inchinarsi al nuovo corso trionfante. Sembravano madonne immacolate appena venute al mondo che mai avevano frequentato le botteghe oscure e i vicoli ciechi del materialismo dialettico (nemmeno mai capito).

E’ proprio del 1978 il viaggio washingtoniano del nostro annunciatore di sobrie parate del 2 giugno. Quella visita fece infuriare buona parte dei democristiani che temevano il peggio poiché in quell’accreditamento prematuro, mascherato da gita di piacere presso il Dipartimento di Stato americano, ci videro il segno di sotterfugi che presto avrebbero destabilizzato il Paese e le sue istituzioni. I balenotteri non potevano ancora immaginare quel che doveva succedere un decennio dopo, quando i moralizzatori mutati in necrofagi di quello che erano stati e in coprofagi di quello che sarebbe venuto, organizzati in gioiosa macchina da guerra, con la collaborazione di una magistratura improvvisamente divenuta coraggiosa e irreprensibile, avrebbero dato lo scacco al regime ed ai suoi fautori.

Quel che accadde in seguito è nel nostro presente come storiaccia. Una nazione ridotta alla sobrietà dalla incapacità pantagruelica dei gruppi di potere “digerenti” la dignità pubblica e privata, dalle corporazioni sempre più solide e chiuse sui loro privilegi, dai club esclusivi battezzati all’estero che si nutrono dello Stato fino alle ossa. La casta non è casta per niente eppure non è a causa delle spese pazze di partito, degli stipendi elevati ed immeritati del parlamento centrale e dei parlamentini regionali, delle auto blu e dei rimborsi sparsi, nonché delle altre furbizie da rubagalline che la nazione è andata in fallimento.

Queste odiose prebende incidono incidentalmente sui bilanci nazionali. Ciò che pesa come un macigno è la mancanza di visione delle élite dominanti che per sopravvivere alla buriana si sbarazzano dell’Italia, togliendola da sotto i piedi ai connazionali. Lo scrive anche Piero Ostellino sul Corriere: “La Casta è, così, la più grande mistificazione che si potesse inventare per distogliere il cittadino dai problemi del Paese e dai suoi stessi interessi reali e mantenere immutato un sistema del quale troppi, compresi certi potentati privati collusi con lo Stato, godono perché possa essere facilmente riformato. La Casta è il falso obiettivo di una guerra che andrebbe combattuta contro altre cause della nostra endemica crisi”.

Ed è proprio di questo che si tratta. In nome dell’apertura al mercato globalizzato sono stati smantellati interi settori industriali all’avanguardia (dalla chimica alla elettronica), offerti in saldo a capitani di ventura senza denari che si sono riempiti le tasche restituendo ai contribuenti le carcasse dei loro miserabili saccheggi. Qualsiasi controriforma degli assetti costituzionali è servita a deprimere l’autonomia della nazione in maniera da escluderci dal consesso dei membri influenti dell’arena mondiale. Sono proliferate consorterie politiche e tecnocrazie economiche la cui sudditanza ai circoli stranieri è stato il motivo principale della nostra irrimediabile crisi.

In Italia non si decide più niente perché ci impongono tutto l’Ue e la Nato. Non attuiamo politiche espansive della domanda, non gestiamo la moneta, non possiamo affacciarci commercialmente laddove ci sono gli affari migliori e se ci proviamo subiamo interferenze scorrette e pressioni ricattatorie da parte di presunti alleati e partner, non riusciamo a salvaguardare le nostre imprese strategiche dalle manovre subdole dei concorrenti e degli altri apparati dello stato in combutta coi primi, non siamo liberi di stringere relazioni diplomatiche vantaggiose. Tale immobilismo sta logorando la nazione e sta affossando la sua prosperità. Tutto ciò ci impedisce di crescere e di avanzare verso un destino meno angusto di quello attuale. Ecco perché sprofondiamo di giorno in giorno.

Alla casta va imputato il prezzo di questo immenso sfacelo e non il conto sovrabbondante del ristorante. Gli italiani non vogliono mance e “resti in vita spicciola” perchè sanno che la sobrietà è l’ultimo rifugio delle canaglie.

 

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