DIFENDERE LE IMPRESE STRATEGICHE

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Oliviero Beha “brontola” sui raitre e ne ha ben donde. L’argomento della puntata di alcuni giorni fa del suo talk “Brontolo” era l’Italia in saldo, ovvero lo smembramento del tessuto industriale nazionale a vantaggio di competitors esteri che vengono a fare shopping nella Repubblica trovando scarse resistenze.

Tuttavia, i suoi ospiti non hanno toccato il fulcro del tema, tra chi rivendicava una italianità puramente preconcetta, più di pancia che di testa, e chi riproponeva interpretazioni del problema secondarie o inessenziali, buone per la scena televisiva ma non per lo scenario economico e politico generale. Come quell’ex ministro in studio che di fronte alla perdita di asset strategici del Paese si è cimentato in una serie di distinzioni epidermiche, vedi la differenziazione tra processi d’internazionalizzazione e delocalizzazione, quasi che si potesse avere un fenomeno senza l’altro, soprattutto in quei settori a bassa intensità tecnologica dove operano società costrette dal mercato a posizionarsi nelle località ove i fattori produttivi (la forza lavoro in primis) costano meno. Questi meccanismi, in alcuni casi, sono inaggirabili quindi è inutile tentare di abbassare il livello del mare muniti di secchiello. Del resto, si otterrebbero risultati minimi se non scarsi per lo sviluppo collettivo.

Non si tratta, dunque, d’impedire ai marchi del made in Italy, nei compartimenti calzaturieri o  divanieri, di spostare alcune fasi del ciclo lavorativo in Romania o in India e nemmeno di evocare il protezionismo d’antan per non farsi sottrarre l’industria dolciaria o quella dell’automotive (appartenente ad una passata ondata tecnologica) quanto, invece, di rintuzzare l’aggressività internazionale contro aziende ad elevato impatto d’innovazione, di input ed output, le cosiddette imprese di punta, sui palcoscenici in costante espansione ed elevata profittabilità, laddove si conquista, allo stesso tempo, preminenza finanziaria e proiezione geopolitica. Pensiamo, per l’appunto, alle piazze di competenza di gruppi quali Eni, Finmeccanica, Enel ed altre consimili, anche private. Leggi il resto dell’articolo

Ritorno ad un’ economia per l’ Uomo

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L’economia attuale è costruita come un grande imbuto o un piano inclinato sul quale qualsiasi ricchezza che viene creata inevitabilmente scivola fino a finire in un punto ben determinato.

Il sistema odierno si fonda sullo squilibrio che viene sapientemente creato e mantenuto con cura maniacale per essere sfruttato al momento giusto, per approvvigionarsi di materie prime e sfruttare manodopera a basso costo, per avere sempre una produzione a costi inferiori, conseguendo così vantaggi incolmabili e sempre maggiori rispetto agli altri attori del mercato.

Lo schema classico è produrre a poco e vendere a tanto sfruttando gli squilibri; e questo si ripete all’infinito, ma sempre con differenti modalità per non essere facilmente individuato, allargando la sfera di azione ogni volta che un mercato inevitabilmente si esaurisce. Un esempio di casa nostra è la pretestuosa arretratezza del sud Italia che è servita strumentalmente in un primo periodo per avere manodopera e successivamente per “delocalizzare” produzioni ed ottenere sostanziosi aiuti economici dallo stato. Finita la festa e trovati altri luoghi nel pianeta dove massimizzare il profitto, si abbandona tutto lasciando in eredità a chi rimane solo inquinamento, distruzione, povertà, tanta sofferenza e malavita.


L’ attuale globalizzazione ha solo questo scopo e niente più.

Solo così si spiega il miliardo e duecento milioni di persone che soffrono ancora la fame, aumentate del 9% solo nell’ultimo anno ed i livelli di povertà profonda di alcune zone del pianeta, quando invece si sarebbe in possesso di tecnologia e ricchezza sufficiente per dare benessere e alimentare con tranquillità tutta la popolazione mondiale.


Il debito infinito

Lo strumento usato per creare questi necessari squilibri è il debito infinito. Uno strumento che getta l’intera umanità, per il solo fatto di partecipare al suo gioco, dentro l’incantesimo della scarsità, facendola confrontare ogni giorno con le sue più profonde paure e fragilità, trasformando quello  che  potrebbe  essere  un  paradiso  in  un  inferno  e  soprattutto  riducendola  in  schiavitù; una  schiavitù  moderna  senza  sbarre  o  costrizioni  fisiche,  ma  forse  per  questo  più  dolorosa  e difficilissima da smascherare. Leggi il resto dell’articolo

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