E se volessero privatizzare ENI e Finmeccanica?

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di Filippo Bovo

Vale la pena sottolinearlo: il governo Letta è una riedizione riveduta e corretta del precedente governo Monti. La sua funzione consiste nel riuscire laddove questi aveva fallito. Per esempio nella svendita dei “gioielli di famiglia”: ENI e Finmeccanica in primis. Monti era partito in quarta ma s’era poi arenato di fronte ad evidenti e stringenti logiche politiche e geopolitiche; anzi, nei limiti del possibile aveva pure proseguito le politiche amichevoli del precedente governo Berlusconi, soprattutto con la Cina. Per il “partito americano”, suo grande patrocinatore, Monti s’era quindi rivelato un fiasco completo. Letta ha la funzione di dare, in tutto questo, un giro di vite, d’imprimere un cambio di rotta. Non a caso s’è scelta, come ministro per gli affari esteri, una personalità come quella d’Emma Bonino: con lei, visti i suoi trascorsi politici, non vi sono dubbi che i rapporti con Cina e Russia saranno più tesi. E quando parliamo di rapporti con la Russia, non possiamo non citare il “dossier energetico”.
L’ENI, tradizionalmente grande strumento non soltanto economico ma anche diplomatico nelle mani dei governi italiani, potrebbe perciò subire un ridimensionamento d’influenza e d’importanza. Da sempre canale strategico dei rapporti italo-russi, potrebbe subire da parte del nuovo governo quei colpi d’ascia che ne farebbero una realtà aziendale meno strategica e più marginale. Il disarmo dell’ENI potrebbe e sarebbe quindi il primo passo d’una strategia che culminerebbe nella sua alienazione da parte dello Stato.
Del resto non dimentichiamoci che, già in tempi non sospetti, Letta s’era espresso a favore d’una cessione da parte dello Stato delle quote in ENI, ENEL e Finmeccanica: per la precisione in piena campagna elettorale, quando probabilmente ancora non sapeva che un giorno sarebbe stato prescelto per ricoprire il ruolo di primo ministro in un governo dalla maggioranza bypartisan. L’intervista, rilasciata nel corso d’una conferenza aperta al pubblico, è facilmente reperibile in internet. Alfano, espressione del PDL quanto Letta lo è del PD, ha da sempre sostenuto questa stessa posizione, che del resto è presente anche nel programma elettorale del suo partito: almeno in linea teorica, quindi, i due principali partiti della maggioranza non dovrebbero litigare su una cessione dei “gioielli di famiglia” che li vede entrambi concordi.
Noi di Stato e Potenza ovviamente c’auguriamo che tale piano non s’avveri; già in passato, con una manifestazione, abbiamo sostenuto la necessità che l’ENI resti italiana ed in mani pubbliche. Non arretreremo mai da questa posizione.

Fonte

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Eni diventa «privata»: i fondi battono il Tesoro in assemblea

 

di Alessandro Plateroti

 

Doveva essere un’assemblea di routine quella dell’Eni lo scorso fine settimana. Senza rinnovo dei vertici in agenda, acquisizioni o aumenti di capitale, l’azienda, gli analisti e lo stesso azionista di maggioranza – Cdp e Tesoro con il 30,1% del capitale – prevedevano un’assemblea sonnacchiosa e dall’esito scontato: voto sul bilancio, sulla distribuzione dell’utile, su un buy back da riavviare e sull’approvazione del piano retribuzioni per i manager.

Invece, domenica scorsa, è successo qualcosa di talmente clamoroso da far passare in secondo piano tutti i punti all’ordine del giorno dei soci. È successo che per la prima volta nella storia, l’Eni si è trovata con il suo azionista di maggioranza passare in minoranza in assemblea rispetto al mercato, uscendo così di fatto dall’ambito delle Partecipazioni Statali per entrare nel circolo delle grandi public company.
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Proprio così. La partecipazione massiccia dei fondi (in larga maggioranza esteri) all’assemblea dell’Eni ha tolto allo Stato la maggioranza dei voti in assemblea, passo storico per le Partecipazioni Statali e in generale per il mercato finanziario italiano. Non solo. Secondo gli analisti, questo salto di qualità sulla governance assembleare si ripeterà non solo l’anno prossimo in Eni, ma anche nelle altre società pubbliche: una volta rotto un argine, il mercato si muove come un fiume in piena.

Ma vediamo i fatti, e in particolare i numeri-chiave dell’assemblea del sorpasso. Secondo le cifre ufficiali fornite dall’Eni, all’assemblea del 10 maggio scorso era presente il 61,08% del capitale sociale, con un incremento di 4,7 punti percentuali rispetto al 2012 (56,38%). Gli azionisti di minoranza presenti sono stati pari al 30,98% del capitale sociale, con un incremento del 5% rispetto al 2012 (26,08%). Al contrario, e qui viene il colpo di scena, l’azionista pubblico di riferimento si è presentato in assemblea contando che il suo 30,10% del capitale gli garantisse come ogni anno la maggioranza. I calcoli si invece rivelati errati. L’aumento della presenza dei fondi e degli istituzionali tanto nel capitale quanto nell’assemblea, dove la partecipazione dei soci non è più condizionata dal deposito delle azioni, hanno fatto scendere l’asse Tesoro-Cdp sotto la quota posseduta dai privati presenti e votanti: il 30,1% dello Stato contro il 30,98% del mercato.
Poichè non erano in discussione scelte strategiche o particolarmente delicate per l’interesse pubblico, il sorpasso dei fondi e degli altri investitori privati non ha creato alcuna tensione. Anzi, il management e in generale gli analisti finanziari hanno definito quanto accaduto come un vero passo storico per il gruppo e per il mercato. «D’ora in poi – scherza un investitore – nessuno potrà dire che la Borsa italiana è dominata da aziende pubbliche».

Per tornare all’assemblea, anche se la maggioranza è andata ai fondi tutte le proposte, compresa la relazione sulle remunerazioni 2013 dei manager, sono state approvate con maggioranze fino al 96% dei voti, segno evidente dell’apprezzamento del mercato sull’operato dei vertici del gruppo. Ma resta il fatto che d’ora in poi, per evitare il rischio di spiacevoli sorprese in assemblea, sarà bene fare i conti con il mercato e soprattutto con gli investitori esteri: la loro partecipazione attiva alla governance delle imprese italiane – e soprattutto delle Partecipazioni Statali – cresce di anno in anno non solo in Eni ma in tutte le aziende pubbliche, comprese Enel, Terna e Finmeccanica. A fare già le spese del nuovo scenario, non a caso, è stata proprio la “cugina” dell’Eni, il gruppo Enel. Nel maggio del 2011, il candidato dell’Enel al cda di Terna fu infatti clamorosamente silurato in assemblea dal voto contrario dei fondi esteri: lasciando l’Enel per la prima volta fuori dal board di Terna (l’ex monopolista ha il 5% del capitale) i privati difesero il proprio investimento dal rischio di conflitti di interesse, poichè l’Enel si era dichiarata contraria alla crescita di Terna nella produzione di energia elettrica.

Può accadere una cosa simile in Eni all’assemblea dell’anno prossimo? Se il trend della presenza dei fondi non cambia, e soprattutto se il mercato volesse dare un segnale forte all’azionista pubblico in tema di strategie e di creazione di valore, nulla lo esclude. Certo, forte del suo 30%, il Tesoro avrà sempre la possibilità di bloccare operazioni straordinarie non gradite ponendosi come minoranza di blocco. Oppure, in casi estremi, avrà ancora la possibilità di esercitare la golden share. Con le conseguenze negative, in caso di scontro con la maggioranza privata, che ne derivano in termini di fiducia del mercato.

 

Fonte

One Response to E se volessero privatizzare ENI e Finmeccanica?

  1. fabioargiolas scrive:

    L’ha ribloggato su Il Blog di Fabio Argiolas.

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