Come rendere uno Stato una colonia

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di Luca Tentori

Siamo in Italia, nel 2013. La crisi economica, che colpisce tutto il mondo ed in particolare le economie occidentali più deboli, nonostante i ripetuti messaggi tranquillizzanti da parte del parlamento europeo o di quello italiano circa una ripresa economica ,a loro dire perennemente alle porte, non accenna ad attenuarsi. I suoi effetti si fanno sentire sulla vita reale dei cittadini a poco a poco, come un male i cui sintomi si aggravano lentamente di giorno in giorno e sono mali fatti di disoccupazione crescente, di casse integrazioni sempre più frequenti, di un numero di soggetti economici sempre più in difficoltà, di lotte al ribasso per accaparrarsi un posto di lavoro quasi sempre precario. Questi sono gli effetti più immediati e più visibili che nei soggetti più deboli sfociano anche nell’estremo gesto del sucidio (32 dall’inizio dell’anno, in aumento del 39% rispetto al 2012, per lo più per cause economiche).
E’ difficile misurare la crisi a prima vista. I nostri ristoranti sono pieni, così come i centri commerciali o le località turistiche. Questo perchè, nonostante tutto, la gran parte della popolazione italiana tutto sommato, con qualche sacrificio in più al massimo, può ancora permettersi un tenore di vita più che dignitoso. Ma questo fino a pochi anni fa avveniva anche in Grecia, nazione oggi economicamente e socialmente alla deriva (recentemente sono stati licenziati oltre 15.000 dipendenti pubblici). Tuttavia ciò che dovrebbe allarmare maggiormente gli italiani non è tanto la gravità relativa della situazione attuale,ma l’aggravarsi continuo della situazione socio-economica del nostro paese e la smentita continua delle ottimistiche previsioni date dalle classi dirigenti italiane ed europee che pronosticano (da oltre 5 anni) l’imminente ripresa. In altre parole, coloro che oggi versano in condizioni di vita precarie, sono in continuo aumento e sembra che nessuno sappia arrestare questa discesa verso il basso. Molti sembrano cascare dalle nuvole e chiedersi: come si è arrivati a questo punto? E per quale ragione si sta precipitando sempre più in basso? Quali sono le possibili soluzioni per uscire da questa spirale negativa? Solo cercando le risposte al primo quesito si possono quantomeno abbozzare le risposte all’ultimo.
Nel 1945 la seconda guerra mondiale terminava. L’Italia, uscita sconfitta e ferita dal secondo conflitto mondiale si trovava nella zona di influenza degli Stati Uniti d’America secondo quando stabilito a Yalta dalle potenze vincitrici. Da questo momento in poi, con l’adesione alla NATO e al piano Marshall, l’Italia cessava di avere una vita indipendente e sovrana,ma inziava di fatto ad essere un attore minore all’interno di un sistema molto più grande. Per alcuni decenni tuttavia gli effetti più nefasti di questa sudditanza non si avranno a sentire, quantomeno in ambito economico (la colonizzazione culturale atlantista del nostro paese invece era già ad uno stadio avanzato).
Dopo i primi duri anni del dopoguerra e della ricostruzione si è passati alla fase del miracolo economico, che si è prolungato fino alla fine degli anni ’70. Poi, dagli anni ’80 in poi è iniziato un lento processo di decadenza, per finire alle politiche di deindustrializzazione e privatizzazione selvaggia degli anni ’90 e 2000 che hanno portato al deprimente panorama attuale. In realtà tuttavia,anche negli anni più ruggenti della storia del nostro paese, il male occulto che poi si sarebbe manifestato in tutta la sua gravità era già embrionalmente presente. Tutto e il contrario di tutto è stato detto in proposito e tutto e tutti sono stati additati di essere i “colpevoli”.
La critica portata avanti dai “montiani” ad esempio è che finora abbiamo vissuto oltre le nostre possibilità, cioè, in altre parole, che ci siamo permessi il “lusso” di ammortizzatori sociali efficienti, di una sanità “troppo” gratuita e via di questo passo, ossia di uno stato sociale “troppo” prodigo di cure verso i cittadini e quindi troppo costoso da mantenere e che perciò deve essere “tagliato” oppure delegato in toto a strutture private, le quali, mettendo davanti a tutto il profitto, scongiurerebbero il problema alla radice.
Altra critica,portata avanti soprattutto dalle organizzazioni dei capitalisti e dei loro lacché, è quella contro “l’eccessiva tutela” degli interessi dei lavoratori a scapito della generazione di profitto. Ossia,secondo questi soggetti, le organizzazioni di difesa dei diritti dei lavoratori, sarebbero un freno alla crescita economica e ,nel loro intestardirsi ad opporsi al verbo supremo dei mercati  e della finanza, sarebbero la fonte di ogni problema. Quindi la soluzione sarebbe nella sottomissione totale alla legge della domanda e dell’offerta da parte delle classi lavoratrici. I frutti di questa visione sono state le riforme del mercato del lavoro improntate alla “flessibilità”, e alla sempre più precaria situazione del lavoratore salariato sempre più visto come un mero strumento produttivo da usarsi e da gettarsi in base a quanto il mercato dispone: è facilmente comprensibile che un mondo in cui le leggi del mercati diverrebbero un potere assoluto ci riporterebbe indietro di secoli, in epoche in cui esistevano ristrettissime cerchie di ultra-privilegiati a fronte di una sterminata massa di sottomessi. Una politica, quest’ultima, quindi, dannosa nell’immediatezza per il lavoratore salariato, che pur di conservarsi una fonte di reddito sarà vittima di ogni possibile ricatto,ma alla lunga anche per la classe imprenditoriale, la quale troverà come sbocco  commerciale finale proprio quegli stessi lavotori precari sempre meno disposti a spendere parte del loro traballante reddito mettendo quindi in ulteriore crisi tutto il mercato.
Altra critica è quella portata avanti da quelli che possiamo chiamare liberisti-estremisti, ossia coloro che pensano che lo Stato debba essere sempre più ridotto ai minimi termini,in quanto vista come  struttura  intrinsecamente inutile, parassitaria divoratrice di risorse economiche, fastidioso ostacolo all’iniziativa imprenditoriale privata, vista come un “assoluto” alla quale tutto deve essere sacrificato e alla quale nessun vincolo deve essere posto, in quanto in essi è sempre presente l’idea che “il mercato si autoregola”. Che poi questa autoregolamentazione si debba tradurre in pratica con persone a cui viene negata anche la possibilità di costruirsi un futuro e una famiglia o che debbano finire a vivere dormendo in una vecchia automobile mangiando alle mense dei poveri, o rovistando tra gli avanzi dei mercati generali poco importa: al massimo si potranno considerare “vittime collaterali”, oppure, se è vero che il liberismo è il sistema che fa emergere i capaci e i meritevoli, chi si troverà in condizione precarie sarà automaticamente un incapace o un’immeritevole.
In realtà le cause della crisi del sistema economico capitalista-liberista sono da ricercarsi proprio nell’assenza di un’autorità statale degna di questo nome in campo economico e nel generarsi di conseguenza di un sistema anarco-capitalista nei quali ognuno è lasciato a sè stesso,sia che si tratti di singole persone, sia di soggetti economici complessi. Non occore essere dei guru dell’economia per capire che quando ognuno è lasciato libero di rincorrere il mero accumulo di capitale senza nessuno che provveda a gestire in modo socialmente efficiente la ricchezza, che si generano scompensi e tensioni dai risvolti pesantemente drammatici per chiunque.
Per quanto riguarda il caso italiano ad avvalorare le tesi liberiste secondo le quali l’esistenza di uno Stato quale principale protagonista della vita economica nazionale, c’è l’ insuccesso delle aziende a partecipazione o diretto controllo statale. I nomi di IRI, EFIM e altre società dello stesso tipo suonano oggi ai più come sinonimi di inefficienza e parassitismo. Analizzando ad un primo esame i dati numerici sembrerebbe che queste tesi siano fondate. Ad esempio l’EFIM, ente statale che comprendeva decine di aziende dei settori più disparati (dalla metallurgia ai prodotti ittici, passando per l’industria vetraria) quando venne messo in liquidazione nel 1992 e poi quindi smembrato e svenduto a soggetti privati aveva un debito verso le banche che raggiungeva i 18.000 miliardi delle vecchie lire. L’IRI, sebbene meno compromesso rispetto all’EFIM, all’inizio degli anni ’80 non versava in una situazione molto più brillante. C’è da chiedersi, a questo punto, come abbia potuto lo Stato italiano arrivare a compromettere così gravemente quelli che erano i suoi motivi di vanto e di orgoglio e arrivare ad un punto in cui, anzichè cercare di salvare aziende fondamentali e strategiche per il nostro paese, abbia scelto la via peggiore, ossia quella di svendere tutto a soggetti spesso inaffidabili, molto spesso aziende estere che vedevano nel nostro paese soltanto una fonte da sfruttare il più possibile per poi lasciarla a secco ed andarsene, ben sicure che avrebbero trovato pochi ostacoli alle loro intenzioni.
Sicuramente non è, come pensano molti osservatori superficiali, semplicemente per sprovvedutezza o negligenza nella gestione o soltanto per la mancanza di moralità di alcuni dei gestori stessi, i quali dietro pagamento di tangenti o favori di vario genere, non hanno esitato a compiere lo scempio. Ciò non significa naturalmente che questi aspetti non esistano o non siano esistiti nella gestione (statale, ma naturalmente anche privata) dell’economia italiana,dove hanno regnato corruzione, clientelismo e mancanza di meritrocrazia, ma quello che dovrebbe fare riflettere è per quale motivo tali lacune si siano trascinate in avanti per tanti anni senza che ad esse non venisse posto rimedio.Tutto sarebbe dunque da ascriversi alla totale mancanza di responsabilità dei gestori di queste società?
Prendiamo ad esempio il caso del polo minerario sardo. La Società Carbonifera Mineraria Sarda in seguito alla perdita di competitività nel settore del carbone, investì nel settore strategico dell’alluminio e diventando una delle società di punta dell’EFIM. Sotto la gestione dell’ente statale la società non riuscì a chiudere in attivo i suoi bilanci per molti anni,fino alla sua traformazione nella Alumix SpA nel 1988. Le nuova società non ha tuttavia raggiunto risultati migliori di quelli ottenuti dalla gestione precedente, fino alla svendita all’americana Alcoa nel 1996 che ha gestito l’azienda fino all’attualità. L’unità produttiva sarda tuttavia è sulla via della chiusura definitiva, in quanto secondo i vertici dell’azienda, le attività in tale impianto sarebbero anti-economiche. E’ dunque così un cattivo affare oggi produrre e commercare alluminio? Si direbbe di no, poichè la stessa Alcoa ha chiuso il bilancio del 2012 con un utile netto di oltre 600milioni di dollari (guadagno complessivo della multinazionale). Da queste informazioni si può evincere che che la distruzione del settore industriale strategico italiano (ottenuta con i ben noti smembramenti in società minori poi privatizzate) non è stata affatta una “disgrazia inevitabile” dovuta alla “legge del mercato”, ma il risultato di un piano ben preciso e ben congegnato messo in pratica con machiavellica e criminale maestria dalla classe politica italiana in accordo con gli elementi più meschini del capitalismo globale. In una intervista di fine 2012 il sindacalista Giorgio Cremaschi della FIOM spiegava molto bene la situazione dell’industria dell’alluminio in Italia:
La competitività non si basa per l’Italia sul fatto falso che la gente non lavora o lavora poco e prende molti soldi. La mancanza di produttività italiana è dovuta alla mancanza di investimenti e alla distruzione colpevole delle grandi aziende. Se chiude il Sulcis, per esempio, è ovvio che la produttività calerà, perché non si sostituisce la produttività delle miniere o delle grandi aziende dell’alluminio – strategiche per il Paese – con piccole iniziative a bassa produttività.
Mettere il nostro Paese alla mercé di una classe dirigente che non vale molto, o comunque non è capace di lavorare a condizioni europee avanzate (pensiamo all’Ilva), o delle multinazionali che fanno spesso la politica delle cavallette (vengono, consumano e se ne vanno, come nel caso Alcoa) produce un disastro. Senza una radicale revisione della politica industriale, senza un forte intervento pubblico, il problema è irrisolvibile. Riguardo al modo in cui lo Stato italiano ha gestito il problema (iniziato nel 2009, quando l’Alcoa aveva già manifestato l’intenzione di chiudere gli stabilimenti sardi) sempre lo stesso sindacalista  notava  che:
Son passati tre anni in chiacchiere senza che si preparasse una soluzione industriale, quando bisognava ragionare sul fatto che lo Stato, senza rimetterci soldi, poteva preparare un’alternativa valida. Poteva anche predisporre delle garanzie rispetto al comportamento di Alcoa. Del resto, in tutti questi anni l’azienda ha guadagnato tanto e poteva essere messa in condizione di restituire parte dei soldi presi per permettere di continuare l’attività produttiva nel caso minacciasse di andarsene. Tutte cose che andavano discusse e progettate, anche perché – sono d’accordo – alla base c’è un’attività industriale che funziona e serve al Paese”.
E, sempre nella stessa intervista, veniva espresso un punto fondamentale per l’economia nazionale:
L’alluminio, se queste fabbriche dovessero chiudere, dovremo comprarlo all’estero. Quindi il Paese ci rimetterà ancora e saremo ancora più dipendenti dall’esterno. D’altronde si può discutere del carbone, per il quale i lavoratori hanno proposto comunque un progetto di riconversione ad alta tecnologia, ma per l’alluminio non c’è nulla da riconvertire ma semplicemente da produrre il metallo che serve e servirà sempre di più al sistema industriale nazionale”.
Da tutto ciò si può dedurre, ritornando a quanto sopra detto che la crisi del sistema industriale italiano (parlando soprattutto di grande industrie strategiche) non è dovuto a cause incontrollabili paragonabili a dei cataclisimi naturali,ma nella precisa volontà di distruggere, di indebolire, di sottomettere l’Italia a potenze esterne che tuttora controllano il nostro paese sotto ogni punto di vista: economico, militare, politico e (non ultimo per importanza) culturale. Come spesso è stato detto (e non ci deve mai stancare di dirlo), analizzando questi aspetti (il caso dell’alluminio è un esempio,ma si potrebbero citare molti altri settori: energia, acciaio, prodotti chimici, trasporti) è ben chiaro che i nostri governi nazionali non sono costituiti che da “camerieri” per conto di BCE, FMI, delle varie lobby di potere che oggi governano il mondo dell’economia e della finanza. In una recente intervista, l’economista Nino Galloni spiega bene questo punto quando dice che:
Bilderberg, Britannia, il Gruppo dei 30, dei 10, gli Illuminati di Baviera, sono tutte cose vere. Gente che si riunisce, come certi club massonici, e decidono delle cose. Ma non è che le decidono perché veramente le possono decidere, è perché non trovano resistenza da parte degli Stati. L’obiettivo è quello di togliere di mezzo gli Stati nazionali allo scopo di poter aumentare il potere di tutto ciò che è sovranazionale, multinazionale e internazionale in questo senso. Dopodiché è ovvio che se gli Stati sono stati indeboliti o addirittura nei governi ci sono rappresentanti di questi gruppi, che siano il Britannia, il Bilderberg, gli Illuminati di Baviera, eccetera, negli Stati Uniti d’America c’era la Confraternita dei Teschi, di cui facevano parte padre e figlio Bush, che sono diventati presidenti degli Stati Uniti. E’ chiaro che dopo questa gente risponde a questi gruppi che li hanno, bene o male, agevolati nelle loro ascese”.
E prosegue dicendo che:
Quindi alla fine decidono, ma perché dall’altra parte è mancata, da parte dei cittadini e degli Stati, una seria resistenza. Quindi praticamente questi dominano la scena. Questi si riuniscono, decidono delle cose, però rimangono lì. Ci sono sempre stati i circoli dei notabili che hanno deciso delle cose. Mica è detto che siano riusciti sempre a farle! In questo caso ci sono riusciti perché non hanno trovato resistenza”.
In altre parole,nessun complottismo o cospirazionismo astruso,ma fatti ben concreti e nemmeno troppo difficili da capire. Semplicemente vi sono gruppi di potere sovranazionale in cui sono presenti elementi di spicco di grandi gruppi industriali, commericali, finanziari con tutte le loro ramificazioni nel mondo della politica e della giustizia per finire poi alle varie ONG ambientaliste e di tutela dei diritti umani che preparano il terreno con i loro ben congegnati e calcolati piani di lavaggio del cervello,ai quali il vastissimo bacino che chiamiamo ceto-medio-semi-colto perennemente abbocca e fungendo quindi da complice, inconsapevole o inconsapevole. Se quindi oggi ci troviamo a vivere in un paese,come ribadito ancora pieno di ottime prospettive e risorse umane e tecniche, ma purtroppo in lento e costante declino, questo lo dobbiamo ad una classe dirigente che ha scelto volontariamente questa via pur di ossequiare i suoi padroni che si trovano in Europa, ma soprattutto oltre l’Atlantico. Ed è proprio oltre Atlantico che nascono infatti i dogmi del capitalismo spinto alle estreme conseguenze, ad una economia fatta non di produzioni effettive, ma di alchimie economiche il cui funzionamento alla fine sfugge al controllo di quegli stessi soggetti che le hanno create, causando quindi disastri di cui pagano le conseguenze gli elementi più poveri e precari della società, che vivono nelle aree economicamente più deboli (per quanto riguarda l’Europa si tratta del Sud: Italia, Grecia, Spagna e Portogallo).
L’Europa tuttora si presenta, dal punto di vista economico e geopolitico, come un’area a fortissima influenza statunitense. Tuttavia questa influenza non è omogenea in tutta l’Europa, ma chiaramente è più intensa in paesi come il nostro, dove trova una classe dirigente,come abbiamo visto completamente asservita e priva di capacità politica autonoma. E’ bastato vedere come pure un convinto filo-americano come Berlusconi sia stato “fatto fuori” vista la sua ritrosia ad asservirsi completamente ai piani atlantisti (in primis il suo iniziale rifiuto al tradimento e al bombardamento della Libia,ma anche l’avversione a politiche di rigore ecomico, o la vicinanza a capi di stato “scomodi” come il kazako Nazarbayev o il bielorusso Lukashenko). Da ciò si deduce che quello che ha bisogno l’Italia per guadagnarsi di nuovo un ruolo di primo piano nel panorama economico mondiale dando innanzitutto garanzie sociale stabili e durature ai suoi cittadini,ha bisogno prima di tutto di riconquistare la sua sovranità sotto ogni punto di vista e dopodichè avviare quelle politiche di investimento nei settori economici fondamentali e strategici abbandonati negli anni passati. E quest’ultimo punto potrà essere portato avanti solo con il ruolo fondamentale e centrale dello Stato, ma non uno Stato inteso come espressione di una borghesia compradora anti-nazionale e anti-sociale, ma come espressione del popolo lavoratore: uno Stato quindi che sappia mettere le risorse e le capacità degli italiani al servizio degli italiani e non di lobby di potere od altre organizzazioni di strozzinaggio legalizzate dai peggiori criminali del mondo; quelli, per intenderci, che parlano di benessere e diritti umani mentre pianificano massacri e rapine di portata globale.
E per chi pensa ancora che questa soluzione sia quella che abbia originato oggi l’enorme debito pubblico italiano (in realtà le cause sono tutt’altre e slegate dall’economia reale) basti vedere un altro paese del mondo di cui si è parlato poco tempo fa sul nostro giornale in cui (correva l’anno 2006) l’84% del PIL  è stato prodotto dalle 500 maggiori imprese, tra queste, ben 349 – che hanno espresso l’85% della ricchezza prodotte tra tutte le 500 – sono imprese statali o controllate dallo Stato. Stiamo parlando naturalmente della Repubblica Popolare Cinese e del suo sistema socialista. Tuttavia fino a che saremo colonia dell’imperialismo atlantico,governati dai suoi servi e succubi delle sue ricette economiche volte a farci rimanere tali, non solo non otterremo nulla in più di ciò che abbiamo adesso, ma potremo solo peggiorare.

Fonte

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One Response to Come rendere uno Stato una colonia

  1. Enrico says:

    Ciò’ che è stato detto e’ vero ma la verità’ deve essere detta tutta . Qui mi pare che si tiene fuori dalle responsabilità’ quella dei Sindacati italiani vere e proprie associazioni criminali che hanno contribuito non poco al disastro di cui si parla.

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