Antidepressivi per la modernità

prozac

di Fabrizio Fratus

La scienza aiuta, la qualità della vita è migliorata, il passato è stato sconfitto, le persone stanno meglio, mangiano meglio, sono più longeve… quante volte sentiamo o leggiamo queste parole in televisione, sui giornali, in radio o sul web? Ma quanto c’è di vero? Da due secoli, in Europa, si è coltivato il mito del progresso, della società perfetta, del mondo migliore possibile… tutto questo è confermato dai dati? Già a fine ‘800 molti intellettuali guardavano l’arrivo del ‘900 con paura e il saggio “L’apocalisse della modernità. La Grande guerra per l’uomo nuovo” dello storico Emilio Gentile ne fa un ottimo resoconto.

La prima operazione che gli illuministi hanno svolto in questi due secoli è stata quella di far credere al mondo che prima dell’avvento del periodo dei lumi si vivesse male, si stesse in condizioni di assoluta precarietà e la qualità della vita fosse molto bassa. La descrizione del medioevo, per esempio, è sempre di periodo cupo, in cui l’uomo viveva di stenti, senza cultura e in situazioni di perenne difficoltà. Al contrario, chi ha studiato il periodo, è a conoscenza del fatto che si trattasse di un periodo caratterizzato da solidarietà, comunitarismo e la vita si svolgeva in rapporto ai tempi della natura, non creando – quindi – le frustrazioni di cui oggi la nostra società è succube. Molte conoscenze e pregiudizi sul medio evo nascono dal famoso libro di Umberto Eco “il Nome della Rosa”. Pur essendoci poco o nulla di storicamente vero in quel libro, è divenuto un testo importante per farsi un’idea sul periodo descritto. Ricordiamo solo che durante il medioevo nacquero la università, la scienza, gli ospedali… solo per fare alcuni esempi veloci. La durata della vita era uguale a quella di oggi, forse la media differiva ma in questo caso vanno verificati i dati su cui si basano le ricerche e credo che ad un esame attento non mancherebbero molte sorprese.

Come dicevamo, la nostra società, viene rappresentata come il mondo migliore dove vivere, il modello dominante è quello americano dove le persone fanno un uso drammatico di antidepressivi, di alcool e di altre sostanze per reprimere il “mal di vivere”, la malattia per eccellenza della nostra società moderna. Non sono pregiudizi sul modello statunitense ma dati confermati da molteplici ricerche: oggi, negli USA, oltre il 60% della popolazione fa uso di antidepressivi, e molti altri sono alcolizzati. Un paese in cui la normalità deve essere anestetizzata per essere vissuta non è certamente un paese dove vivere. Il nostro modello sociale è di tipo individualistico e materialista e oggi più che mai si possono vedere gli effetti deleteri di questo sistema di vita basato sul consumismo e sull’interesse individuale. I rapporti umani sono sostituiti da rapporti virtuali, gli under 20 hanno sempre maggiori problemi di socializzazione, gli under 14 hanno sempre maggiori problemi di comportamenti violenti tanto che sempre negli stati Uniti d’America è notoche ai bambini vengano somministrati antidepressivi.

Il nostro paese ha da sempre il modello americano come esempio da seguire e in questi ultimi anni ne subiamo i difetti: i dati sono allarmanti, anche qui da noi, dove regnava ancora un minimo di senso comunitario, aumenta l’uso di psicofarmaci che ormai vengono prescritti senza che alle persone sia diagnosticata la “malattia (?)” della depressione. Destinati a chi ha problemi ad affrontare le difficoltà, la crisi, l’ansia del domani, il “normale” male di vivere della nostra epoca. Le donne sono coloro che ne fanno maggior uso, gli uomini preferiscono annebbiare la coscienza con alcol e droghe. Le regioni in cui si usano più depressivi sono le regioni ricche e il dato è talmente normale che sembra assurdo il fatto che gli studiosi si pongano domande sul come mai siano le regioni con più ricchezza ad avere maggior uso di sostanze antidepressive. La maggioranza degli studiosi spiega il questo uso eccessivo con la perdita di certezze sul futuro e la paura di avere difficoltà economiche; la realtà è ben diversa, è sempre dove è presente la “ricchezza” che l’uomo perde contatto con la vita e il suo senso, con la solidarietà e la responsabilità, con la comunità e il sacrificio; perdere questi valori significa solamente perdere la motivazione e la forza per cui vivere.

La nostra esistenza non è basata sull’avere la “pancia piena” ma soprattutto su valori e rapporti spirituali che trascendono la vita materiale. Il dramma che la popolazione occidentale sta vivendo è fortissimo tanto che chi non fa uso delle sostanze per alterare la percezione della vita si rifugia in sette, in gruppi fai da te per la riscoperta di falsi dei, in un Dio personale, in fondamentalismi drammatici… Il ritorno ad una vita semplice basata sui rapporti tra persone è l’unica strada per ristabilire una condizione di vita sopportabile, purtroppo ancora oggi poche persone hanno preso coscienza di quanto sta e gli sta accadendo ma davanti alla realtà che a breve comparirà ai loro occhi nessuno potrà fare a meno di comprendere l’importanza e il senso della comunità.

 

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