ALTI PAPAVERI E GRANDI PAPERE

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di Gianni Petrosillo

In Italia avendo perso quasi tutto non ci facciamo mancare più niente. Siamo pieni di disoccupazione, di incazzatura sociale, di debiti pubblici, per estinguere i quali ora ci vengono a pignorare i gioielli di famiglia (le grandi imprese statali), ma non ce ne curiamo più di tanto perché ai valori bollati abbiamo sostituito i valori universali e alla ricchezza economica quella di spirito. Nella mancanza ci può essere pienezza dunque. Triste pienezza ed una purezza d’animo che porta all’evaporazione delle esigenze concrete.

Siamo all’avanguardia nel campo delle illusioni e delle apparenze mentre arretriamo in tutti gli altri settori reali. Certo, non si vive di sola materialità ma qui mi pare che si stia esagerando con la marginalità dei temi. Sarà che i morsi della fame cominciano a dare le allucinazioni ma quelli che vediamo camminare sul fango e moltiplicare i drammi non stanno venendo a salvarci, non sono i figli del Supremo pronti a sacrificarsi per noi, quanto, invece, supremi figli di buona donna che chiedono in sacrificio le nostre vite.

Questo vuoto ricolmo di problemi è stato imbottito in qualche maniera dai nostri incantatori della civilizzazione umanitaria, perché se al popolo difetta il pane ma non le pene bisogna concedere almeno delle brioches, anche se virtuali. Prendere tempo per perdere l’epoca storica.

Tale scherzo di cattivo gusto non durerà a lungo eppure più si protrae e si allunga la distanza tra le istanze della gente e le ubbie dei suoi governanti, più grave sarà lo schianto e lo spappolamento generale.

Se scarseggia il companatico diventa un affronto buttarla in questioni che saziano soltanto la smania di protagonismo della classe dirigente, la quale crede di sviarci ancora per molto con gli allucinogeni dei diritti degli ultimi e dei deboli che stranamente vanno ad ingrassare i portafogli dei primi. Sono convinti che ci cascheremo ancora perché ci immaginano con i caschi di banane sugli occhi. Selvaggi da educare e non pari con i quali dialogare.

Scende il Pil? Diminuisce il lavoro? I salari si abbassano? Le aziende chiudono? Gli imprenditori e i prepensionati esodati si suicidano? Lo Stato liquida il suo patrimonio? Il Welfare si sbriciola?

Provvederemo ma prima ci sono questioni più serie. Femminicidio, diritti dei gay e delle lesbiche, coppie di fatto, ius soli, legge elettorale, fermare gli insulti su internet. Da quando poi siamo entrati nella Ue ne contiamo di tutti i colori, dalle norme sulla curvatura dei cetrioli a quelle sulla lunghezze dei piselli mentre nulla si dice sull’espansione delle teste di cazzo. Per carità, non che questi aspetti non abbiano un minimo di rilevanza ma invertendo l’ordine delle priorità il disordine s’avanza.

Il sonno della nazione sta generando rostri che potrebbero infilzare qualcuno, pure se non c’entra niente. L’episodio dei carabinieri sparati da un folle a Roma docet.

Sotto il deserto di coscienza e di consapevolezza politica l’Italia crepa mentre sopra ai vertici dello stato crapulano i caproni a nostre spese. Ed inviano le forze dell’ordine a silenziare il dissenso, anche quello innocuo e satirico, rendendo palese che essendo così occupati a non fare nulla non gli sfugge niente di quel che non è sostanziale. Mentre l’essenziale, invisibile agli occhi ma non alla tasca propria e alla propria brama di potere, lo hanno appaltato all’estero in maniera da poter dire che non compete loro in quanto ce lo impongono i mercati, l’Ue e le divinità d’oltreconfine. In ginocchio dagli dei fanno pesare la loro statura contro di noi.

Allora mi domando e dico che necessità aveva il Presidente Napolitano di denunciare alcuni commentatori del blog di Grillo, persone comuni e forse frustrate dall’impotenza del loro grido di dolore inascoltato, per qualche frase troppo accesa? E la Boldrini? La Papessa da Camera (copyright di Davide Giacalone su Libero), che ha inviato i reparti speciali a casa di un giornalista per un fotomontaggio irriverente ma non volgare? Che cosa avrebbe dovuto fare Andreotti, pace all’anima sua, uno che è stato preso di mira per settant’anni, in modo molto più feroce? Mandare l’esercito contro i suoi detrattori? Invece, il Divo, non ha mai denunciato nessuno. Almeno sullo stile costoro dovrebbero inchinarsi alla pazienza e alla indulgenza dell’ex leader della DC. Proprio loro che si sono fatti pizzicare ad intascarsi rimborsi superiori al dovuto, ai tempi in cui frequentavano il parlamento europeo ,o ad appoggiare le peggiori guerre disumane dell’occidente.

Ci parlano di civiltà e di umanità ma non sanno nemmeno dove stiano di casa.

Alti papaveri, grandi papere e incommensurabili viltà.

 

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Lettera aperta alla signora Kyenge.

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ROMA – Girovagando su Internet ci siamo imbattuti in una lettera aperta scritta da parte di una cittadina italiana chiamata Lorella e inidirizzata al nuovo ministro Kyenge..

Abbiamo deciso di pubblicare il testo integrale poichè racchiude il pensiero di molti italiani:

“Gentile signora Kyenge,

mi scuso, ma non riesco a chiamarla Ministro, non per razzismo come molti possano essere indotti a pensare, ma per criterio.

Non posso chiamare Ministro chi si dichiara a metà tra il mio paese ed un altro, mentre ha giurato fedeltà alla mia Costituzione.

Non accetto che lei parli a nome mio e dei miei concittadini definendoci “meticci”. Io sono da generazioni italiana, nel mio albero genealogico ci sono persone che hanno dato la vita per questo paese, ho una cultura, la mia, quella del mio popolo, che amo e che non voglio cambiare con nessun altra.

Sono stanca di sentirmi straniera a casa mia; di dovermi giustificare per le mie tradizioni; di dover continuamente sopportare, tollerare che l’ultimo arrivato, che nemmeno possiede una goccia del mio sangue, mi venga ad impartire ordini.

Io e il mio paese siamo tutt’uno. Lei ben sapendo di non appartenere completamente a questo paese ha espresso un giuramento sulla mia Carta , offendendola, perché lei stessa ha dichiarato di non sentirsi completamente italiana.

Non avrebbe dovuto farlo gentile signora Kyenge, solo per rispetto verso la mia gente che ha sempre accolto tutti con amore e solidarietà. Oggi lei forte dei poteri che le sono stati dati, e non dal popolo italiano, tuona possentemente che serve una nuova legge in materia di immigrazione; imperativamente lei afferma che serve il riconoscimento dello ius soli… ma forse le è sconosciuta quella parte del diritto millenario, conquistato con il sacrificio di molte vite umane, per cui non è sufficiente risiedere in un paese per averne di diritto cittadinanza.

Lei pretende diritti, senza offrire solidarietà, senza obblighi, anzi lei pretende che quel principio giuridico che dice “ove vi è un diritto vi è sempre un obbligo” di colpo venga smembrato dotando una parte di soli diritti ed un’altra di soli obblighi.

Io non ci sto signora Kyenge. Lei non mi rappresenta e non mi rappresenterà mai. Io non l’ho votata signora Kyenge; io amo la mia cultura, le mie tradizioni e non mi interessa che vengano integrate da altre, posso accettare di conoscerle, apprezzarle e rispettarle, ma pretendo la stessa contropartita.

Non si rispetta un popolo imponendogli un’invasione indiscriminata; non si può chiamare etica una sbilanciamento a favore di una singola parte.

Ci pensi signora Kyenge, le sue dichiarazioni hanno gettato un’ombra sulla storia di questo paese, lei non potrà essere di aiuto per gli italiani, tanto meno per gli immigrati”.

Lorella Presotto

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