La pera rivista.

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di Uriel Fanelli

Sono diversi giorni che gira questa cosa delle teorie diReinhart-Rogoff, e la cosa mi diverte, pur avendoli presi sul serio a loro tempo. Sfortunatamente, da quel tempo ho completato la mia idea sugli economisti, ovvero non perdo nemmeno piu’ il tempo di ascoltarli, ma siccome mi chiedete che ne pensi, vedro’ di spiegarlo.

 
Il primo punto e‘: come mai sono passati diversi anni prima che qualcuno sottoponesse il lavoro a peer review? E come mai i due non avevano mai pubblicato prima i dati?
Il punto eche in ogni altro campo della scienza, e ripeto scienza, dovete sempre pubblicare i dati di partenza ma l’economia non e’ una scienza e non ne usa i metodi, per cui potete dire un pochino il cazzo che vi pare, e passeranno anni prima che qualcuno si degni di darci unocchiata.
Il secondo punto e‘: perche‘ il risultato viene esaminato solo oggi? La risposta e‘ che essenzialmente adesso il dibattito politico e’ contro la cosiddetta austerity, e allora qualcuno – per interessi puramente politici – sara’ andato a controllare questa cosa, e lo avra’ fatto perche‘ gli conviene per partito preso.
Deve essere chiaro che tutti i lavori dei cosiddetti “economisti”, compresi molti premi nobel, sono nelle stesse condizioni: poiche‘ piacevano al politico che ha finanziato la ricerca, ALLORA sono stati accettati senza nemmeno leggere i dati. Solo se la teoria economica passera’ di moda, e quando a qualche politico non converra’ piu’ appoggiarla, allora qualcuno andra’ a darci un occhio. Ammesso sia possibile, dal momento che i dati non vengono spesso pubblicati, e quindi non avreste proprio niente da verificare.
LA cosiddetta scienza economica, dall‘econometria alla macroeconomia, non e’ altro che una truffa, finanziata e mascherata per la sua capacita’ di mascherarsi da vera scienza, quando i metodi in uso sono meno affidabili dell’astrologia. Un cartomante puo’ dirvi le stesse cose di Monti, per meno soldi.
 Ma il punto grave non e’ quello. E’ l’uso che si fa dei numeri e delle statistiche.
 
Vi faccio un esempio.
 
Tempo fa misi alla prova un cuginastro prima del suo esame di fisica. Gli chiesi di calcolare l’energia cinetica di un TAV a 300 km/h, pesante 1000 tonnellate , con la consueta formula, .5 * m * v^2.
Poiche’ volevo testare la sua disciplina mentale, gli fornii i dati  in questo modo: tonnellate, metri al secondo, e il risultato in erg.
Lui fece due errori, nel senso che converti’ le tonnellate in Kg, e poi fece il calcolo. Come se non bastasse, confuse il peso con la massa, sbagliando di un altro fattore ~10. 
La cosa buona, pero’, e’ che avuto il risultato in mano, gli chiesi di convertirlo in Joule, e gli fu chiarissimo che non poteva pensare di frenare una TAV in corsa usando i freni di una motocicletta.  Si accorse lui stesso di aver sbagliato qualcosa, anche se identifico’ rapidamente il problema con le unita’ di misura ma non quello della massa/peso.
 
Cosa significa  questo? 
 
Significa che nelle scienze “scienze” se fate un errore clamoroso ve ne rendete conto subito. Significa che non appena tirate fuori il numeraccio senza senso, vi rendete subito conto che non quaglia, non appena siate un minimo esperti della materia.
Chimici, fisici, sono tantissimi coloro che si accorgono di un errore clamoroso semplicemente osservando i numeri che ne risultano. 
Perche’ gli economisti non si sono mai accorti, sinora, dell’errore clamoroso contenuto in quel lavoro?
La risposta e’ che , non avendo NESSUNA teoria e NESSUN modello formalmente credibile, questi signori vanno cianciando di qualsiasi cosa, e non hanno alcun modo di capire se e quando stiano dicendo una palese corbelleria, per la semplice ragione che TUTTO e’ possibile a chi non ha una vera scienza sottomano.
Se prendessimo l‘intera “scienza economica” e la passassimo per mani disinteressate e scientifiche, e non la solita universita’ sovvenzionata a seconda del politico , probabilmente non ne resterebbe niente. 
Gli economisti , certo, passano il tempo ad ammantarsi di scientificita’ dicendo che usano metodi della matematica o della fisica, MA SONO PALLE. E quanto accaduto lo dimostra: tutte queste “scuole” di economia non sono scuole, sono semplicemente superstizioni, sono sette.
E allo stesso modo, le loro “teorie” sono semplicemente delle panzane, solo che le abbellisscono con termini presi dalla scienza, rubando quindi credibilita’ alla scienza stessa.
Prendiamo per esempio il Nobel per l‘Economia: non esiste nessun premio Nobel per l’economia, ma siccome il premio Nobel era molto blasonato, e i ciarlatani volevano un diploma da scienziati, un gruppo di banche svedesi decise di intitolare un loro premio a Nobel, senza che Nobel abbia mai voluto un premio simile.
Hanno, cioe‘, prodotto una patacca falsa, come un falso Armani venduto dai vu cumpra’. E questo dovrebbe far capire molte cose di “economisti”, “econometristi”, eccetera.
La cosa che li caratterizza e’ il fatto di essere di moda, ovvero di usare sempre le cose piu’ in voga per darsi autorevolezza.  Faccio qualche esempio.
 
Ogni tanto qualche idiota della “Scuola di Chicago”, o della “Scuola Austriaca” arriva dicendo che i soldi sono solo informazione. Sicuramente l’informazione e’ di moda, da’ una sensazione di modernita’ e altissima tecnologia, dunque di scienza , ma c’e’ un problema. 
Se fosse vero che i soldi sono informazione, due biglietti da 10 non cambierebbero con uno da 20, perche’ {10,10} non contiene la stessa informazione di {20}.
 
Allo stesso modo, potreste avere qualche amara sorpresa riguardo al valore dei soldi ,  confrontando la quantita’ di informazione di  876,54  e quella di 1000.
   
Il ciarlatano economista che se ne esce con questa stronzata non immagina che ci sia un modo semplice di misurare l’informazione, e che ci sia addirittura una unita’ di misura a riguardo e che esista una teoria RIGOROSA dell’informazione.  
 E non ha la piu’ pallida idea delle implicazioni catastrofiche dell‘affermazione “il denaro e’ solo informazione”.  Se cosi’ fosse non potreste mai cambiare un biglietto con biglietti di taglio minore, non avrebbe senso dare il resto cambiando un biglietto grande, e cosi’ via.
Allo stesso modo, ci sono gli econometristi che continuano a sfondare la minchia sostenendo di avere una scienza esatta in mano. Peccato che la loro “scienza esatta” non regga dieci minuti di analisi dimensionale, http://en.wikipedia.org/wiki/Dimensional_analysis , e crolla miseramente di fronte ad un semplice teorema pi: http://en.wikipedia.org/wiki/Buckingham_%CF%80_theorem
Voi direte: stai dicendo che questi signori stanno mentendo? Che sono pagati per niente? Che rubano ogni lira che guadagnano? Che non c’e’ differenza tra una scuola e l’altra, perche’ nessuno fa niente di simile ad una “scienza“?

SI.

La cosiddetta finanza e’ un’automobile lanciata a 300 KM/h, e guidata da una scimmia  pazza , cieca e rinchiusa in gabbia sul sedile posteriore. E , dettaglio non privo di importanza, la scimma e’ morta.
 
Non esiste ALCUNA scuola delle scienze finanziarie ed economiche capaci di reggere un esame da parte di uno scienziato “hard”. Sebbene tengano una forte componente matematica per dare la sensazione di scientificita’, si limitano ad aggiungere qualche piccolo “assiomino” ogni tanto. C’e’ chi parla di soldi come se fossero l’insieme dei numeri reali, quando sono evidentemente un insieme discreto, chi integra e deriva allegramente  senza prima indagare sulle condizioni di continuita’ del suo insieme, non si occupa della misura degli insiemi e la confonde con la cardinalita’, ogni errore e’ possibile quando per farlo notare occorra un linguaggio troppo sofisticato.
 
Cioe’, se io dico “il clitoride ionizzato  guarisce la scarlattina”, sto facendo una affermazione semplice. Il medico che viene a correggervela , invece, dovra’ contestarla usando parole piu’ complesse, e quindi non verrebbe capito.
 
E’ possibile contestare una teoria semplicemente quando un altro politico, che e’ esperto nel pubblicizzare poi la contestazione in termini semplici, vuole che la teoria sia contestata.
 
Per esempio, la contestazione del foglio di excel dei due tizi e’ farlocca quanto il foglio di excel. Essi dicono che mancano alcuni dati , perche’ alcune nazioni hanno fatto questo e quello, ma allora la mia domanda e’: avete fatto una stracazzo di analisi dimensionale per capire QUALI diavolo di valori vogliate e quali siano irrilevanti? La loro teoria tiene in considerazione solo debito e crescita, ma questo significa che una citta’ bombardata a tappeto dopo una guerra si comporta a riguardo come qualsiasi altra? Allora dobbiamo tenere conto di un altro fattore o e’ indipendente?
 
Perche’ allora abbiamo inserito l’economia dei paesi nella seconda WW e non quella romana nel 50 DC? Era troppo diversa? Aha. Quindi, esiste un intervallo? E poi, stiamo osservando la correlazione, che da sola non testimonia alcuna causalita’. Qual’e’ la teoria della causalita’ che sta sotto? Posso avere un modello con cui confrontare i dati, oppure devo solo vedere se una affermazione e’ circa falsa o circa vera?
 
In realta’, sia il lavoro che la contestazione sono inaccettabili dal punto di vista dello scienziato “hard”, solo che quando usci’ il lavoro era comodo affermare che oltre il 90% del debito il paese non cresce piu’, onde chiamare PIIGS alcuni paesi e fichetti altri paesi. Quando gli USA hanno superato vastamente l’asticella, allora da una universita’ USA arriva la smentita. Oh, che sbadati, proprio ora che ai politici serve dire che il debito USA non e’ un problema,eh? Magguarda te che strano.
 
Quindi no, ho smesso di leggere la merda degli economisti. Economisti, macroeconomisti, scolastici dell’economia, teorie economiche, scuole di Chicago, scuola Classica, Keynesiani, Scuola Austriaca, sono solo nomi di sette religiose, animate da un furioso “credo per quanto assurdo”, le quali aspettano che una scienza vera gli dia il colpo di grazia.
L’economia e’ come era l’astrologia prima dell’astronomia. E’ l’alchimia prima della chimica. E’ un ammasso di superstizioni disordinate spacciate per sapere.
L’economia e’ in mano a questi ciarlatani, cosi’ come la medicina per secoli e’ stata in mano a gente che credeva nei salassi e rifiutava l’idea dei batteri. Speravate di non aver bisogno di un medico, tutto qui.
Da quando la fisica e’ diventata una scienza, e da quando l’ingegneria si e’ sistematizzata, cadono meno aerei, giusto? Cadono meno ponti, giusto? Cadono meno palazzi, giusto? Da quando la medicina e’ diventata una scienza, muore meno gente e si guariscono piu’ malattie. DA quando la chimica e’ diventata una scienza, ci sono piu’ materiali e migliori.
Da quando ci siamo messi a credere agli economisti e ai finanzieri, CI SONO CRISI SEMPRE PEGGIORI.
Dice niente?
Questo, da solo, dovrebbe rispondere alla vostra domanda di commentare quell’evento. Se vi fidate di un astrologo, non rompete i coglioni quando ci rimettete ogni lira.

Cosa leggere, come leggere, quando leggere?

 

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Molte persone amano leggere libri; altre li leggono, ma senza amore, bensì per motivazioni estrinseche (per snobismo culturale, ad esempio); altre ancora comprano libri, ma poi non li leggono, magari li esibiscono nella libreria del salotto – e di queste non ci occuperemo; ma per tutte si pone la domanda: cosa leggere, come leggere, quando leggere?

Partiamo dalla prima domanda. Leggere è anche un fatto di mercato, precisamente un anello della catena del consumo culturale; “anche”, nella misura in cui il lettore è un consumatore e ciò che legge passa attraverso i meccanismi dell’industria editoriale, la quale, come qualsiasi altra industria, mira a piazzare sul mercato i suoi prodotti, ma, a differenza delle altre industrie, può contare sulla collaborazione di un folto stuolo di agenti promozionali nominalmente indipendenti, i critici letterari, che poi sono legati a filo doppio con l’establishment culturale, per mezzo di premi letterari, riviste, conferenze, tavole rotonde, recensioni.

Di conseguenza, per sapere cosa leggere, bisogna anche aver acquisito senso critico e indipendenza di giudizio nei confronti di tale establishment culturale, il cui interesse è quello di somministrare al pubblico certi prodotti editoriali invece di altri, con pochissima attenzione per la bontà intrinseca del prodotto medesimo. Se il pubblico si rimpinza con gli insulsi romanzi della saga di Harry Potter, invece di leggere la «Divina Commedia», ciò poco importa agli editori, dato che realizzano comunque i loro profitti, e ai signori critici, i quali continueranno a pontificare per un pubblico teoricamente selezionato e, quindi, consapevole, mentre – spesso – è ancora più inconsapevole del pubblico incolto che legge soltanto romanzetti sentimentali o di fantasy, perché è fortemente condizionato dal ricatto culturale della critica («se ti piace questo autore o se non ti apprezzi quest’altro, vuol dire che non capisci niente di letteratura»), ma non sa di esserlo, né crede di esserlo.

Dunque, la risposta alla domanda «che cosa leggere», non può essere che la seguente: è cosa buona leggere quei libri che si accostano per amore della lettura stessa, per un intimo desiderio e per una scelta personale, motivata e consapevole, e non perché quella lettura è stata suggerita o imposta da fattori di pressione esterni, di condizionamento o di ricatto. In altre parole, meritano di essere letti quei libri ai quali ci si accosta naturalmente, al termine di un percorso di ricerca, di maturazione e di consapevolezza e dai quali ci si ripromette, ragionevolmente, un arricchimento culturale ed, eventualmente, un beneficio di ordine estetico, morale, spirituale. Viceversa, non meritano di essere letti quei libri che si leggono non per intimo piacere ed interesse, ma per adeguarsi a una moda culturale; né quelli che si leggono per indulgere ai propri istinti regressivi e che non allargano gli orizzonti culturali, non aprono il cuore e la mente, non espandono la capacità di sentire, vedere, comprendere e amare, ma restringono, rimpiccioliscono e immiseriscono l’anima del lettore. I primi servono solo a fare del lettore un burattino, i secondi ad abbassarlo al livello d’un bruto. Leggi il resto dell’articolo

DSM e le diagnosi inventate

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Come detto, gli psichiatri hanno da sempre agognato il riconoscimento ufficiale da parte della medicina affinché la loro fosse considerata vera e propria scienza. La medicina moderna per effettuare le proprie diagnosi ha esami quali t.a.c, ecografia, risonanza, ecc., nonché esami di laboratorio quali analisi di sangue, urine, biopsie che evidenziano, come prova dell’esistenza di una malattia, degli aspetti materiali. 
La psichiatria in realtà non ha nulla di materiale che possa comprovare una malattia, non ha nessun esame fisico che dimostri o provi l’esistenza del disagio psichico.
La domanda posta dal mondo accademico rimaneva sempre questa: senza esami specifici, che possono confermare la presenza o meno di un disturbo mentale, come può funzionare la diagnosi psichiatrica?

Qui entra in gioco il valore, accettato oramai come assoluto, del Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (D.S.M.), il testo pubblicato dall’A.P.A. (Associazione Psichiatrica Americana) che rappresenta la bibbia degli psichiatri di tutto il mondo.
Esso é nato dal desiderio degli psichiatri e psicologi dell’epoca per essere accettati dalla comunità scientifica e solamente come mezzo per far sembrare il tutto scientifico.
Nonostante il titolo però, il testo non contiene alcuna statistica.  

Quasi tutti i concetti clinici, usati ai giorni nostri, hanno avuto origine in quel periodo e l’attuale moderno approccio di classificare i disturbi psichiatrici risale ancora al XIX secolo. 
Il padre della cosiddetta classificazione psichiatrica fu lo psichiatra tedesco Emil Kraepelin, che cercò di classificare gli stati mentali alla stregua di stati patologici.   
All’epoca si ritenevano essere malattie “biologiche” del cervello la demenza precoce, malattie maniaco-depressive, psicosi paranoide,  tre  disturbi che si ritrovano anche nell’odierno D.S.M. 
Kraepelin cercò di classificare anche i vari stati mentali alla stregua di questi tre e tra le malattie psichiatriche da lui individuate compaiono:   il criminale nato i bugiardi,i truffatori patologici e la masturbazione.

Kraepelin era direttore della Reale Clinica Psichiatrica di Monaco e fu lui il vero padre del “morbo di Alzheimer”. 
La storia riconosce la paternità al dottor Alois Alzheimer, da cui ha preso il nome, ma fu Kraepelin a coniare ufficialmente il termine    malattia di Alzheimer (Alzheimer Krankheit).
Inventando di sana pianta l’Alzheimer, Kraepelin aveva conquistato un territorio diagnostico molto importante e, secondo alcuni storici, nel consolidare l’esistenza della malattia giocò un ruolo importante la diatriba tra lui e Sigmund Freud.

A quel tempo la teoria di Freud rivoluzionò lo studio delle nevrosi attribuendo i sintomi delle malattie psichiatriche all’inconscio,  ipotizzandone la cura tramite la psicoanalisi. Queste teorie erano però in netto contrasto con la concezione organicistica delle malattie mentali sostenuta da Kraepelin e Alzheimer: per loro le malattie avevano una base organica che poteva essere accertata scientificamente.
Si venne a creare una profonda divisione tra psichiatria a base organica e psichiatria freudiana poiché ognuna di queste correnti cercava il proprio riconoscimento medico: la posta in gioco era elevatissima.

La determinazione di Kraepelin, affinché la malattia di Alzheimer fosse classificata come patologia organica, è il tentativo strategico di conquistarsi quel riconoscimento, oltre naturalmente a non perdere il proprio orgoglio di scienziato e la fama di studioso.
Quando Kraepelin incluse l’Alzheimer nel suo testo Psychiatrie, diede l’avvio a una storia che, col tempo é diventata molto lunga. 
Da un paziente singolo infatti, bollato in modo approssimativo del morbo di Alzheimer, oggi si é arrivati a contare svariate decine di milioni!

Kraepelin dedicò l’intera sua vita per dimostrare questa ipotesi senza mai però riuscirci, tanto che alla fine concluse che “era quasi impossibile distinguere scientificamente la persona normale da quella malata di mente”.
Nonostante tale onesta presa di coscienza, il sistema di Kraepelin divenne molto famoso e prese piede rapidamente in Germania, negli Stati Uniti e in Gran Bretagna e fu solo grazie a questo, se finalmente fu possibile parlare di pazienti poiché, fino a quel momento nessuno, in modo concorde, poteva parlare in questi termini. 

Fu nel 1952 che venne redatto il primo D.S.M. in cui la parola  disturbo  viene usata solo come eufemismo per indicare una malattia mentale. 
In questo libro vengono catalogate malattie mentali per le quali però non è mai stata scoperta alcuna alterazione medica biologica. 
La prima edizione era composta da 130 pagine ed elencava 112  disturbi mentali , basati non su esami scientifici riproducibili, ma su voti apposti in una scheda di votazione inviata per posta al 10% dei soci psichiatri dell’A.P.A.

Venivano definiti anormali aspetti e comportamenti di vita come:

–         trattenere il fiato
–         mangiarsi le unghie
–         ciucciarsi il pollice
–         sonnambulismo
–         scarsa efficienza
–         timidezza (definita “S.A.D., Disturbo da Ansietà Sociale”)
–         omosessualità.

Osservando tutto ciò si può ben affermare come la psichiatria, classificando un comune comportamento come disturbo mentale, stesse cercando in realtà d’impossessarsi della stessa vita!

Nel 1968 viene redatto la nuova edizione, il D.S.M. – II,  ampliata e aggiornata a 145 disturbi. 
Inoltre per elevarla e portarla a livello internazionale, questa edizione fu allineata all’I.C.D. (Classificazione Statistica Internazionale delle Malattie e dei Problemi Sanitari Connessi.
Quest’ultima é una classificazione molto usata in Europa e nel mondo, che, oltre alle diagnosi psichiatriche, elenca reali patologie di natura medica.

Divenne così il primo importante passo compiuto dalla psichiatria per essere accettata nell’ambito medico in concomitanza, strano caso, con l’ondata di popolarità dei primi psicofarmaci messi in commercio in quel periodo, tra i quali il Miltown e soprattutto il Valium. 

Al D.S.M.-II però mancava ancora la scientificità: non esistevano ancora delle spiegazioni biologiche…
La soluzione fu trovata tramite la pubblicazione di un manuale che potesse definire i disturbi mentali in modo ancora più preciso: nacque così nel 1980 il D.S.M.-III, a  cura dello psichiatra Robert Spitzer.
Da questo momento in poi le diagnosi diventarono di natura puramente biologica e le definizioni vennero gonfiate fino a raggiungere il numero 259.
Ma ancora non bastava.

Per far accettare al mondo l’idea che la psichiatria fosse una vera scienza medica il tutto doveva venir arricchito anche tramite una teoria che suonasse scientifica.
Fu ripresa allora a tale scopo la nozione dello “squilibrio chimico” (chemical balance), una teoria ipotizzata dallo psichiatra Joseph J. Schildkraut nel 1965, per cercare di spiegare in tal modo la depressione. 
Per lui la vera causa dei disturbi psichiatrici era  causata dallo squilibrio chimico dei neuro trasmettitori nel cervello.
La realtà è che non esistono squilibri chimici misurabili; non esistono esami di laboratorio che dimostrano un qualsiasi squilibrio nel cervello; e quindi non c’è verso di misurare tale squilibrio.

“Nessuno ha mai misurato, dimostrato o creato un test, per mostrare uno squilibrio chimico nel cervello. Punto e basta”. Dottor Thomas Szasz 

Schildkraut non fu mai in grado di provare tale squilibrio chimico ma oramai la comunità psichiatrica e le lobbies del farmaco avevano adottato la sua teoria come “plausibile spiegazione medica per i disturbi mentali”.
Nonostante lo squilibrio chimico fosse un termine usato come marketing pubblicitario, dal D.S.M.-III in poi gli psichiatri e l’industria farmaceutica hanno iniziato ad adottare e promuovere tale termine perché suonava “molto scientifico”.
Con questa nuova aura di scientificità la psichiatria poteva iniziare ora a far parte della medicina.

La glicemia di una persona può essere misurata mediante uno specifico esame del sangue assolutamente riproducibile e quindi, per conseguenza é accettabile come prova scientifica. 
Premesso questo, secondo le teorie psichiatriche la depressione sarebbe causata dalla carenza di una sostanza chimica chiamata serotonina, e per regolarizzarne il livello, la cura consisterebbe nella somministrazione di uno psicofarmaco. 
Numerosi studi hanno dimostrato invece che il livello misurabile della serotonina non ha nulla a che vedere con squilibri e depressione. 
Rimane allora ancora senza risposta la domanda di quale sia la causa vera della depressione.

Anche i bambini etichettati come iperattivi (A.D.H.D.) avrebbero uno squilibrio chimico nel cervello secondo tale modo di cercare le cause delle malattie in sostanze chimiche. A tutt’oggi anche tale squilibrio, come per la depressione, non viene evidenziato da nessun esame conosciuto. 
Definire malattia l’A.D.H.D. deriva, come tantissime altre definizioni, da una arbitraria e totalmente soggettiva interpretazione degli psichiatri.

La creazione di nuove malattie prosegue e nel 1994 viene pubblicato il D.S.M.-IV, un tomo arricchito di quasi 886 pagine del peso di 2 chili e mezzo, che elenca 374 definizioni di disturbi mentali. 
A questo punto da semplice manuale diventa, a tutti gli effetti, una vera e propria industria.

Non tutti però sono d’accordo con tali creazioni. 
Non esiste una definizione di disturbo mentale. E’ una str..zata!”. Così ha dichiarato il dottor Allen Frances, il capo redattore del D.S.M.-IV. 
Al momento non conosciamo le cause di praticamente nessun disturbo mentale.”, rincara Darrell Regier, direttore delle ricerche dell’A.P.A. e presidente della Task Force per il D.S.M.-V.
Due tra le massime autorità a livello mondiale della psichiatria affermano che “non esiste una definizione di disturbo mentale” e che “non conosciamo le loro cause”.
Questa affermazione, oltretutto in modo incongruente, viene confermata dallo stesso D.S.M. che nell’introduzione riporta: “Sebbene in questo manuale venga definita una classificazione dei disturbi mentali, si deve ammettere che nessuna definizione specifica adeguatamente i confini precisi del concetto del disturbo mentale”.

Nonostante questa ammissione, rimane il fatto che quanto maggiori sono le definizioni di disturbi mentali riportate nel D.S.M., quanto maggiori sono le etichettature, cioè le cosiddette diagnosi, tanto maggiori diventano le prescrizioni di farmaci.
Per ogni comportamento che potrebbe essere considerato al massimo come strano, la psichiatria ha un nome, una definizione e dietro al  nome di una diagnosi ci sarà, sempre pronta, una pillola per quel disturbo.

I D.S.M. hanno lo scopo dunque di fornire una diagnosi e quindi una giustificazione per poter somministrare uno psicofarmaco al paziente. Grazie al D.S.M. ogni anno vengono compilate quasi 600 milioni di ricette di psicofarmaci.
I dati parlano da soli: nel 98-99% dei casi, le persone entrate in uno studio psichiatrico, riceveranno una diagnosi specifica che giustificherà l’uso di uno psicofarmaco, che é una vera e propria droga.
Ma tutto questo ancora non basta.

La prossima edizione del manuale, la quinta, uscirà entro maggio 2013.
Agli attuali 374 disturbi ne saranno aggiunti, senz’altro, ancora alcuni nuovi che allargheranno gli orizzonti delle diagnosi e delle prescrizioni e andranno a rimpinguare le sempre più floride casse delle lobbies farmaceutiche.
Ecco qualche anticipazione di definizione proposta per il nuovo manuale:

–         “Disturbo da accumulo”: si è malati quando qualcuno ha qualche difficoltà ad eliminare e/o buttare via le cose, gli effetti personali.  
–         “Disturbo da abbuffata compulsiva”, se qualcuno mangia troppo.
–         “Disturbo di stuzzicarsi la pelle”, se qualcuno si gratta e/o graffia la pelle.
–         “Disturbo del temperamento irregolare”. Questo comportamento include tutti quei bambini i cui capricci non rientrano nel disturbo bipolare, condizione questa di buona parte dei giovani.
–         “Disturbo da dipendenza da internet”, presentato come una spiritosaggine nel 1997. Oggi circa 25 milioni di navigatori incalliti rischiano la pillola.
–         “Sindrome di rischio di psicosi” o anche “Sindrome di sintomi psicotici attenuati”. In questo caso si vogliono includere tutte quelle persone, in realtà assolutamente equilibrate, le quali secondo la psichiatria potrebbero essere in futuro a rischio di sviluppare una malattia mentale.

Cosa significa questo?
Significa che gli psichiatri sanno anticipatamente che una persona sana avrà un grave disturbo mentale e senza bisogno di alcun tipo di esame. 
Risulta più che mai evidente come il fatto di poter addirittura identificare persone pre-psicotiche, sia un’industria enorme e soprattutto illimitata. 

–         “Disturbo dello shopping compulsivo”.
–         “Disturbo dell’apatia”.
–         “Sindrome di estraniazione da genitori ”.
–         “Disturbo delle relazioni”.
–         “Disturbo dell’esplosione intermittente”.
……………

Questo però é solo parte dell’elenco delle nuove categorie di malattie in attesa di essere curate, naturalmente, con psicofarmaci.
Secondo lo psichiatra Allen Frances, l’introduzione di nuovi disagi psichiatrici potrebbe includere tutta la popolazione mondiale. 
Solo in Italia potrebbero essere classificati nella categoria di ansia mista e depressione, almeno 3 milioni di potenziali pazienti grazie al D.S.M.-V. 
Si pensi che perfino un “dolore da lutto”, quindi una reazione del tutto normale, potrebbe essere diagnosticata come depressione. 
Al pari di una vorace piovra ad ogni edizione il D.S.M. allarga a dismisura il proprio mercato di potenziali pazienti-clienti

Tratto da Il marketing della psichiatria di Marcello Pamio

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