Josefa Idem e la sua lotta per il Tibet

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di Eugenio Fontanini

«Non mi dimenticherò mai del Tibet e del Dalai Lama» diceva nel 2008 Josefa Idem, l’attuale nuovo ministro dello sport, delle politiche giovanili e delle pari opportunità. “Regalerò volentieri il mio body da gara al Dalai Lama… Certo non è un regalo di feticismo sportivo, ma un gesto simbolico per chiedere il rispetto dei diritti umani“. Vediamo ora che cosa intende per “diritti umani” questa politica piddina.
Secondo la sua versione e quella di tutti i nostri politici  è che il Dalai Lama stia tentando di riportare quella democrazia ideale che vigeva precedentemente all’”occupazione” cinese, quindi prima del 1959. Già fa storcere il naso il fatto che in quel Tibet democratico la maggior parte della terra arabile era ancora organizzata attorno a proprietà feudali religiose o secolari lavorate da servi della gleba. Una grande quantità di proprietà apparteneva ai monasteri, la maggioranza di essi accumulava notevoli ricchezze. Inoltre, monaci e Lama riuscirono ad ammassare individualmente notevoli ricchezze tramite la partecipazione attiva negli affari, nel commercio e nell’usura.
Si esaltano spesso la grandezza e la bontà dei monaci tibetani. Gli stessi che sottraevano ragazzini alle loro famiglie e li portavano nei monasteri per essere educati come monaci? Tashì-Tsering, un monaco, riferisce che era pratica comune per i bambini contadini essere abusati sessualmente nei monasteri. Egli stesso fu vittima di ripetute violenze sessuali perpetrate durante l’infanzia, non molto tempo dopo che fu introdotto nel monastero, all’età di nove anni.
Erano buoni e misericordiosi quei monaci che permettevano che si praticasse la tortura e la mutilazione – comprese l’asportazione dell’occhio e della lingua, l’azzoppamento e l’amputazione delle braccia e delle gambe – verso i ladri, i servi fuggiaschi, oppure altri “criminali”?
Questa è la grandiosa democrazia osannata dalla stampa e dall’opinione pubblica occidentale, palesemente falsificata per far credere che il Dalai Lama e i vari monaci stiano lottando per la libertà contro i cattivi cinesi che invece vogliono una dittatura sanguinosa e spietata. Che l’esercito cinese possa aver esagerato o possa essersi comportato, in alcuni casi, in modo eccessivamente violento può essere vero, ma anche l’armata tibetana lo fu.
Nel 1956-57 bande armate tibetane tesero un’imboscata al convoglio dell’Esercito di Liberazione del Popolo cinese (EPL). La sommossa ricevette il sostegno esteso e materiale della CIA, comprendente armi, provviste e l’addestramento militare per le unità di commando del Tibet. Quello che hanno fatto realmente i comunisti è stato rovesciare il feudalesimo e organizzare il socialismo, abolendo la schiavitù e la manodopera non pagata. Molti rimasero religiosi come sempre, e liberi di dare le elemosine al clero. Ma la gente non fu più costretta a omaggiare o fare regali obbligati ai monasteri ed ai signori.
Il governo cinese ha espropriato anche le proprietà terriere e ha riorganizzato i contadini in centinaia di comuni. Le immense proprietà dei monaci e dei Dalai Lama furono collettivizzati dando lavoro a molti contadini. In seguito alla morte di Mao, e alla svolta di Deng Xiaoping e della sua realizzazione della teoria del “socialismo con caratteristiche cinesi”, ai tibetani venne permesso coltivare propri appezzamenti di terra, vendere le eccedenze del raccolto, scegliere le coltivazioni più adatte al proprio sostentamento e per mantenere il bestiame e le pecore. L
e fonti “ufficiali” dei teocrati tibetani parlano di uccisione di 1,2 milioni di tibetani. Ma la popolazione era di circa 2 milioni, quindi, se ci fosse stato tale genocidio, città intere e grandi parti della campagna, praticamente quasi tutto il Tibet, sarebbe stato spopolato ,ma di tutto ciò non abbiamo prove concrete. Mao Zedong e i suoi quadri comunisti non intendevano semplicemente occupare il Tibet. Desideravano la cooperazione del Dalai Lama nel trasformare l’economia feudale del Tibet in conformità con gli obiettivi socialisti. I comunisti non furono assolutamente aggressivi, fra il 1951 e il 1959, non solo non venne confiscata alcuna proprietà aristocratica o monastica, ma venne permesso ai signori feudali di esercitare una continua autorità giudiziaria nei confronti dei contadini a loro vincolati ereditariamente.
Attualmente in Tibet ci sono ancora sostenitori del Dalai Lama, però la maggior parte dei contadini tibetani, per esempio, non vorrebbero assolutamente cedere gli appezzamenti di terra che avevano ottenuto durante la riforma fondiaria della Cina, espropriata ai clan aristocratici feudali. Gli ex schiavi del Tibet dicono anche che non desiderano che i loro precedenti padroni tornino al potere.
Infine, fa riflettere il fatto che i tibetani, nel corso dei secoli, non avessero mai protestato per l’indipendenza, ma dopo l’avvento del socialismo, che avrebbe messo in pericolo i poteri dei vari Lama, iniziarono a farsi sentire e chiedere “democrazia e libertà”!

Fonte

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