Verità comode al cospirazionismo

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di Leopoldo Antinozzi
Perché oggi si parla tanto di cospirazionismo, dando in pasto alla massa incolta, soprattutto quella televisiva, verità che a tutta prima sembrano così scomode al potere? È mai possibile che vogliano svegliarci improvvisamente dal nostro letargo? A chi giova parlarne? Siamo di fronte a ciò che troppo superficialmente viene definito il processo rigenerativo della disclosure, oppure si tratta di un affinamento della strategia del potere per un’ulteriore e più radicale manipolazione mentale?
L’ispirazione per proporre le seguenti riflessioni mi è venuta da un amico che mi riferisce il fatto che la programmazione televisiva di History Channel tocca spesso argomenti scottanti come la presenza occulta nella storia umana di società segrete come quella degli Illuminati.
Com’è possibile, mi chiedeva il mio amico, che un canale televisivo a larga diffusione ci conceda il privilegio di mostrarci determinate verità di natura cospiratoria, ancora sconosciute alla maggioranza, che dovrebbero essere assai scomode per chi detiene il potere globale? Tanto più che provengono da network televisivi, di assoluta dominanza sul pubblico mondiale, molto vicini, se non dirette emanazioni, di quegli imperi economici, politici e mediatici che li controllano?
Questo, a prescindere da come in genere vengono trattati in televisione i temi legati al mistero, per cui prima si avanza una serie di ipotesi del tutto credibili, per poi alla fine rimangiarsi tutto, ponendo la questione solo sul piano delle mere ipotesi speculative. Cosa di cui anche la nostra televisione italiota è maestra con programma assai seguiti come “Misteri”.
Sta di fatto che l’effetto ottenuto sul pubblico, comunque, è quello di offrire degli squarci tanto inediti, ma ormai non più di tanto, quanto inquietanti, sugli aspetti nascosti della nostra storia. Quel che negli anni passati era tacciato per bieca e ingenua dietrologia cospirativa, prerogativa di poche menti paranoiche, ormai sta diventando un argomento ufficiale di dominio pubblico. In questo contribuiscono anche gli eventi concreti, sempre più minacciosi e angoscianti, che caratterizzano le notizie degli organi di informazione, che non possono che confermare indirettamente l’intervento di una potente ed oscura longa manus che dirige tutto, dietro il palcoscenico della realtà storica.
Due considerazioni. La prima è banale: il vero potere è e rimane nascosto, altrimenti che potere è? Se si parla tanto degli Illuminati, oppure del gruppo Bilderberg, che tra un po’ verrà citato anche nei programmi di ricette gastronomiche, è perché si è deciso di addebitare a queste, o simili compagini, tutte la responsabilità degli eventi. Evidentemente chi sta loro dietro, sia sul piano materiale che su quello di altre realtà dimensionali, si sente così sicuro che non viene minimamente toccato dal dare in pasto al pubblico certe informazioni. In fondo la domanda “chi c’è dietro?” è una questione sempre pertinente, ma anche irrisolvibile data la struttura gerarchica pressoché infinita del cosmo.
La seconda considerazione è meno banale e vale la pena meditarci sopra. Quel che appare in questi tempi è che il potere abbia compiuto un notevole salto di qualità nella manipolazione di massa delle menti. Ormai si punta direttamente non solo a controllare la conoscenza, ovvero i pensieri della gente, ma anche e soprattutto la loro anima. Indipendentemente dal significato da attribuire a questo termine astratto, che ha un senso diverso per ogni individuo, a seconda del proprio credo religioso od esistenziale, con anima intendo l’aspetto più sostanziale della nostra vita, l’energia vitale delle persone, quella che determina, in un modo o nell’altro, la qualità stessa della propria coscienza.
Mi spiego meglio. A chi giova veramente il portare a conoscenza che tutto è manipolato, che tutto ciò che ci hanno raccontato, a cominciare dalla scuola, è solo il frutto di una infinita serie di menzogne? Ci sono due possibili risposte a questo genere di informazioni, entrambe estremamente funzionali a chi dirige il gioco.
Ci sono quelli che sembra abbiano scoperto chissà cosa, vedono che finalmente qualcuno dice come stanno realmente le cose, si sentono completamente d’accordo e rispondono con un sentimento di grande indignazione ed hanno quindi la reazione di schierarsi da una parte, contro i manipolatori cattivi. Il risultato è quello di creare un’ulteriore separazione tra gli uomini, un’altra divisione tra bene e male, inaugurando un altro conflitto su cui dominerà ancora meglio chi lo gestisce attraverso il famigerato dividi et impera. Il che implica, prima ancora di questo, una separazione interiore, perché la rabbia divide dentro e toglie la possibilità di esprimere amore e accettazione di se stessi e dell’altro.
Ci sono poi gli altri che invece si sentono annichiliti da queste rivelazioni, ammutoliscono, sono così sconvolti da creare un pericoloso vuoto dentro di loro. Si dicono: ma allora io dove ho vissuto fino ad oggi? Se ho basato tutta la mia vita su questo ed ora mi dicono che non è vero niente, con che cosa lo sostituisco? La sensazione è quella di venir derubato di tutto, tutto ciò per cui ho costruito la mia vita.
Il risultato in entrambi i casi è quindi la paura, il vuoto, la frustrazione, la rabbia e il conflitto. Occorre molto equilibrio interiore per digerire e metabolizzare certe rivelazioni; soprattutto occorre che insieme alle informazioni mi si dia qualcosa che possa riempire e sostituire immediatamente il vuoto terribile che si viene a creare, dentro e fuori di me.
Se mi dici come stanno veramente le cose e poi non mi dai gli strumenti per gestire queste informazioni in modo da farmene una ragione e soprattutto per dirigere la mia energia in senso costruttivo nella mia vita, il risultato è devastante, perché distruggi il mio entusiasmo, la mia voglia di vivere per uno scopo, annichilisci la mia energia vitale per dirigerla verso quelle emozioni che possono essere solo cibo per energie sterminatorie.
 
Ma in fondo il discorso che dietro la storia ufficiale ci siano entità ed energie che l’hanno sempre guidata e controllata, non è uguale alla lezione data fin dai primi del Novecento dalla psicoanalisi, in base alla quale l’Io cosciente crede di fare liberamente le sue scelte di vita, ma si illude perché dietro c’è un inconscio che conserva traumi, nevrosi e quant’altro e che dirige realmente il corso della sua esistenza?
Se ad una persona perfettamente integrata nella società, che ha il suo lavoro, la sua famiglia, le sue sicurezze, cominci a istillargli insistentemente il dubbio che la sua libertà di scelta è solo un’illusione, sfruttata da una parte di se che lo ha sempre condizionato, non si fa un’operazione distruttiva che porta quella persona ad entrare in crisi? Sarebbe questo il risultato, se un intervento del genere non fosse attuato in un setting analitico dove l’analista continuamente e accuratamente provveda ad equipaggiare il paziente di strumenti idonei a gestire la situazione sul piano della propria consapevolezza.
Vien da sé che la capacità di approfondire i contenuti rimossi della propria coscienza rende anche possibile la facoltà di tradurli in una maggiore intelligenza di leggere gli eventi della società e della storia. Le due ricerche, quella esteriore e quella interiore, devono sempre viaggiare insieme. È violento, scorretto, immorale, pretendere che l’una via sia esplorata senza l’altra.
Possiamo dunque comprendere bene quale possa essere la strategia brutale e spietata di dare in pasto alla massa impreparata del pubblico televisivo certe pseudo-verità che, lungi comunque dall’essere complete, sono solo funzionali alla solita e inveterata volontà del potere di dominare sempre più profondamente sulle persone.

Le vittime del “terrorismo” sono tutte “uguali”?

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di Enrico Galoppini

Scoppia una bomba a Boston, in mezzo alla maratona: “edizione straordinaria!”, “terribile!”, “disumano!”, “abominevole!”.

 

Certo, come si deve commentare una cosa del genere?

 

Mica è una bella cosa saltare in aria, rimanere mutilato, vedere i propri cari ed amici esanimi o sanguinanti mentre ci si sta godendo una giornata di sport… Chi attenta alla vita di persone qualunque, come tutti noi, in situazioni del genere, quale che sia il suo palese o recondito obiettivo, è indubbiamente un criminale.

 

Detto questo, al di là di ogni sviluppo che avrà la faccenda (indagini, strumentalizzazioni, depistaggi ecc.), e considerato che si possono fare solo congetture sul “chi” e “perché” ha architettato questo spregevole atto, sono da dire essenzialmente due cose.

 

La prima è che questo “terrorismo”, questa entità indefinita che assume, nell’immaginario della massa ben indottrinata, sembianze “islamiche”, “di estrema destra” o “anarchiche” (con la variante più recente del “pazzo isolato”), colpisce sempre individui comuni, intenti nelle loro ordinarie attività, lavorative o ricreative. Chiaro che lo sdegno non può che essere unanime, perché tutti, me compreso, percepiamo che, in luoghi affollati, “ogni momento è buono”, e “potrebbe capitare anche a noi”.

 

Guarda caso, questo “terrorismo” col quale il “mondo civile” sarebbe in guerra non colpisce mai “il potere” nelle sue persone e nei suoi luoghi simbolici. L’attacco al Pentagono, che non può esser definito un posto in cui s’aggirano “persone innocenti”, s’inserisce nella più ampia vicenda dell’11/9, pervasa di illogicità, stranezze, incongruenze e “misteri” irrisolti ed irrisolvibili.

 

Da questi “terroristi” non ci si può dunque ragionevolmente attendere un qualcosa che abbia a che vedere col classico regicidio o tirannicidio.

 

Il “potere”, però, che detiene un ferreo controllo dei “media”, riscuote regolarmente i dividendi di queste operazioni: “scoveremo e puniremo i responsabili”, “vi difenderemo”, “vinceremo il terrorismo” eccetera.

 

Insomma, si passa immediatamente all’incasso, se si ha a che fare con una massa ampiamente manipolata ed impressionabile.

 

L’altro punto da rilevare è decisamente penoso ed imbarazzante.

 

Delle vittime di un attentato in una qualsiasi città occidentale sappiamo praticamente tutto. Che cosa facevano lì, le loro storie, le loro speranze andate in frantumi. Si redigono mappe del luogo, si propongono “gallerie fotografiche”, s’indugia fin nel più insignificante particolare e si crea addirittura una “icona” del luttuoso evento. Si pensi che ad una maratona del genere i partecipanti provenivano da una cinquantina di paesi del mondo: bene, se ogni notiziario locale ha parlato dei concittadini lì presenti (e l’ha fatto), si ha la misura della diffusione nelle coscienze di un determinato stato d’animo.

 

Intendiamoci, a me sta pure bene che si parli di questi sventurati (purché si eviti un’inutile retorica), ma allora, se al centro delle preoccupazioni dei dirigenti delle liberal-democrazie sta sempre e comunque “la vita umana”, che si cominci ad interrompere il palinsesto radiotelevisivo e s’inondino i notiziari di aggiornamenti e di particolari sulle vittime anche ogni volta che una bomba esplode in qualsiasi parte del mondo facendo “vittime innocenti”.

 

A quel punto, ben poche trasmissioni non finirebbero interrotte.

 

In Iraq, da quando quel paese è stato “liberato” nel 2003 perché la gente ha visto in tv la statua del “dittatore” che tirata giù, è esplosa una quantità impressionante di bombe, piazzate su mezzi in sosta o lanciati all’impazzata contro uomini, donne e bambini innocenti intenti a svolgere le loro ordinarie attività.

 

Eppure, ripeto, nessun “gran pubblico” viene informato minimamente su come sia andata, sull’identità dei morti e dei feriti, sulle loro “storie”. C’è difatti il ‘rischio’ che ci si renda conto che non sono poi così “diversi” da noi.

 

E mi voglio mantenere sullo stesso tipo di tragedia, quella provocata da una carica esplosiva che d’improvviso vien fatta esplodere in mezzo ad una folla. Perché in Iraq, in Afghanistan, in Libano, in Libia, in Siria, tanto per citare i casi più recenti ed eclatanti, le bombe in strada, nei mercati, nelle scuole, nei luoghi di culto eccetera scoppiano ad un ritmo impressionante, e non si tratta di una “follia” che caratterizza congenitamente quelle popolazioni. C’è soprattutto chi, dall’esterno, utilizzando sovente elementi interni senza scrupolo alcuno, è intento a seminare il “terrore” per i più svariati motivi.

 

Terrore sparso a piene mani anche con le armi le più tecnologiche e per questo asettiche nell’impressione che danno, a chi le maneggia, di non ammazzare nessuno. Ed inoltre, anche se venisse qualche scrupolo, sarà sempre utile convincersi che “siamo in guerra col terrorismo”, ed i “terroristi” non sono forse per definizione – in mezzo a qualche “danno collaterale” come i 500.000 bambini vittime dell’embargo all’Iraq o le migliaia di nati deformi a causa dei proiettili occidentali all’uranio impoverito – “sempre loro”?

 

No, così non ci siamo proprio. Tutta la costernazione e le lacrime di giornalisti, opinionisti, politici e persino uomini di religione (nel senso di “professionisti” dell’amministrazione del sacro, o di quel che credono sia tale, ché un vero “religioso” è ben altro tipo umano) sono false ed ipocrite perché non sono versate per tutte le vittime del “terrorismo”, indistintamente.

 

Ma qui, nella patria della Dottrina Egualitaria di Stato, dove “per legge” si parificano, definendoli “uguali”, nazionali e stranieri, maschi e femmine, coppie normali e coppie omosessuali eccetera, sembra impossibile fare un altro piccolo sforzo, il più semplice tra l’altro perché il più logico, per considerare che al mercato, a scuola, in chiesa o in moschea, e anche in una maratona, la gente è “uguale” dappertutto. E lo è a maggior ragione quando viene fatta saltare in aria.

Fonte

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