La sinistra Margaret Thatcher

Thatcher

di Filippo Bovo

Solitamente quando muore qualcuno se ne tessono soltanto le lodi, anche se in vita il suo comportamento è stato tutt’altro che commendevole. Ovviamente è il caso anche di Margaret Tatcher, la “Lady di Ferro”, che s’è spenta ieri mattina a Londra all’età di 87 anni e che subito è stata incensata da buona parte dei media di tutto il mondo come una grande ed insostituibile statista. Eppure anche il cileno Pinochet e l’indonesiano Suharto hanno ricevuto post mortem onori simili, almeno in patria, quantunque la lista dei loro tetri “meriti” fosse fin troppo nota al mondo intero così come alla maggior parte dei loro connazionali. Verrebbe dunque da commentare: “niente di nuovo sotto il sole”.
Nata nel 1925, figlia di un droghiere e laureata in chimica, si fece subito notare già negli Anni ’60 per alcune misure (fu tra i pochi a votare per la depenalizzazione dell’omosessualità maschile e dell’aborto) che la identificavano come un personaggio controcorrente all’interno di quel partito conservatore che un giorno avrebbe egemonizzato. Ministro dell’istruzione nel gabinetto di Edward Heath del 1970, si presentò subito ai cittadini inglesi come “Lady Austerity”, abolendo il latte gratuito nelle scuole per i bambini tra i sette e gli undici anni. Fu subito ribattezzata “Thatcher, the milk snatcher” (Thatcher, la ruba latte). Quando, nel 1974, i conservatori persero le elezioni con una rovinosa sconfitta che spazzò via tutta la vecchia guardia, il partito era virtualmente già tutto nelle sue mani. Un anno dopo, nel febbraio del ’75, ne era già la leader.
Il nomignolo “Lady di Ferro”, col quale sarebbe stata conosciuta per tutta la sua carriera, le fu tributato da un giornale sovietico, dopo che in un suo discorso del ’76 attaccò duramente l’URSS. In quegli anni la sua opposizione al governo laburista di James Callaghan, impegnato in massicce nazionalizzazioni ed alle prese con scioperi, disoccupazione in crescita e progressivo deterioramento dei servizi pubblici, fu molto dura. In un’intervista del ’78 disse che “gli inglesi sono davvero spaventati che questa nazione possa essere sommersa da persone con una cultura differente”. Iniziava la criminalizzazione, politica, mediatica e sociale, di qualsiasi idea che non fosse appartenente all’alveo “liberale”: come vedremo, di lì a poco i sindacati sarebbero stati i primi a farne le spese.
Nel ’79, conquistata la maggioranza alla Camera dei Comuni, dimostrò subito la sua linea monetarista incrementando il tasso d’interesse e l’IVA, dando così segno di preferire la tassazione indiretta a quella diretta. L’industria manifatturiera ne fece subito gravemente le spese e la disoccupazione raddoppiò così nel giro d’un anno. Nel giro di quattro anni i suoi utili calarono d’un terzo e la disoccupazione aumentò di quattro volte. A salvare la popolarità della “Lady di Ferro”, drasticamente in calo dopo solo un anno di (mal)governo, fu l’assalto all’ambasciata iraniana del 30 aprile 1980 da parte di sei terroristi arabi, che chiedevano il rilascio di 91 loro compagni detenuti in Iran. Dopo cinque giorni di dirette televisive col fiato sospeso, la Thatcher ordinò d’attaccare i sequestratori facendo irruzione nei locali dov’erano asserragliati: cinque furono uccisi ed il superstite venne catturato. Probabilmente, complice la grande popolarità guadagnata in quei giorni, nessuno in Inghilterra notò più di tanto il suo contemporaneo e maldestro tentativo di proibire l’uso nelle istituzioni pubbliche della parola “sandinismo” e di tutti i suoi derivati, come risposta all’uccisione dell’ex dittatore nicaraguense Anastasio Somoza Debayle da parte dei sandinisti.
L’anno successivo Margaret Thatcher svelò il suo lato non soltanto ferreo, ma addirittura indifferente e disumano di fronte alla disperata protesta d’un gruppo d’appartenenti all’IRA che avevano iniziato lo sciopero della fame per recuperare lo status di prigionieri politici revocato loro dal precedente governo. Ignorando le loro richieste, lasciò che dieci di essi divenissero degli scheletri e morissero di fame: il primo fu Bobby Sands, di soli 27 anni. Solo dopo 217 giorni, grazie all’intercessione delle famiglie dei prigionieri, lo sciopero della fame cessò ed alcuni dei loro diritti furono reintegrati. Forse anche a causa di questi gesti, a tacere dell’economia traballante e della situazione sociale sempre più disastrosa, la popolarità di Margaret Thatcher era nuovamente in picchiata. A salvarla un’altra volta ci pensò, stavolta, la guerra contro l’Argentina, dove la giunta militare aveva ordinato l’occupazione delle Isole Falkland.
Con un’operazione rapida e di successo, una missione navale inviata dalla Thatcher recuperò le Falkland sbaragliando gli argentini e suscitando una forte ondata di patriottismo in Inghilterra. Che si sia trattata d’una guerra “mediatica”, finalizzata a salvare l’immagine del governo e quindi il futuro politico della “Lady di Ferro” ancor prima che a salvaguardare la sovranità britannica sulle isole contese, lo dimostra il cinismo ed il decisionismo con cui la Thatcher ne gestì personalmente le operazioni. Si pensi all’affondamento dell’incrociatore argentino General Belgrano, avvenuto mentre questi si trovava fuori dalla zona di guerra. Determinante fu anche, per la vittoria inglese sull’Argentina, l’amicizia col dittatore cileno Pinochet, che passò a Londra informazioni riservate e diede il permesso agli aerei britannici di rifornirsi di carburante in Cile. Anche l’amicizia con Pinochet costituisce un ulteriore capitolo oscuro ed infamante nella biografia della Lady di Ferro: anni dopo, nel 1999, Margaret Thatcher s’opporrà a tutti i tentativi di mettere l’ormai ex dittatore cileno sotto processo per i crimini compiuti sotto il suo governo, in particolare quelli ai danni d’alcuni cittadini spagnoli, che configuravano perciò un mandato di cattura europeo. In quell’occasione, la Thatcher visiterà Pinochet, agli arresti domiciliari in una villetta londinese, dicendo d’andare a trovare un amico e di salutare in lui “un vero democratico”.
In ogni caso, la vittoria sull’Argentina e la spaccatura dell’opposizione (col Partito Socialdemocratico che si scisse dal Partito Laburista alleandosi al Partito Liberale) valsero alla Thatcher una trionfale rielezione. Forte del successo appena riscosso, la Lady di Ferro s’impegnò a smantellare l’organizzazione sindacale con l’obiettivo di requisire tutte le conquiste che essa aveva ottenuto nel corso di decenni. Nel 1984 fu varata una legge che rendeva lo sciopero illegale se non fosse stato approvato a voto segreto dalla maggioranza dei lavoratori e rendeva i capi sindacali civilmente responsabili dei danni eventualmente causati da agitazioni non conformi alle regole. Quando il sindacato dei minatori dichiarò lo sciopero ad oltranza in segno di protesta contro la chiusura di molte miniere, la Thatcher non esitò a reprimere i picchettaggi dei manifestanti, incurante delle forti critiche che si levavano nel paese per i metodi usati dalla polizia. Rimarrà nella memoria la “Battaglia di Orgreave”, dove migliaia tra poliziotti e minatori s’affrontarono con un bilancio di 93 lavoratori arrestati e 123 feriti. Nonostante tutto, dopo un anno le Trade Unions saranno costrette a cedere senz’alcuna condizione. Anche lo sciopero dei portuali, che coinvolgerà ben 35mila lavoratori, non produrrà cambiamenti nella linea intrapresa dall’esecutivo.
In quegli anni Margaret Thatcher darà il via ad una massiccia campagna di privatizzazioni che coinvolgeranno le più importanti aziende del paese, fino ad allora in mano pubblica: British Airways, British Gas, British Telecommunication, British Steel. Contemporaneamente appoggerà il Sud Africa dell’apartheid, sostenendo insieme a Reagan il regime di Pretoria in modo determinante in particolare nei suoi tentativi espansionistici a danno dell’Angola, dello Zimbabwe e del Mozambico, sebbene i biografi oggi tendano piuttosto ipocritamente a dire che Margaret Thatcher abbia favorito l’avvento dei “diritti civili” e la fine della segregazione razziale nel paese. La storia, fortunatamente, non cambia neanche se viene riscritta e i sudafricani (e gli angolani) sanno benissimo chi furono i loro veri amici (e nemici). A scanso d’equivoci il suo sarà anche l’unico governo europeo a rendersi complice di quello americano nell’aggressione alla Libia del 1986, con gli attacchi aerei su Tripoli e Bengasi che fruiranno proprio del sostegno inglese in termini di basi aeree e navi portaerei.
Il terzo mandato, cominciato nel 1987, vedrà la Thatcher sempre più euroscettica (già nel secondo mandato aveva ricontrattato con la Comunità Europea l’entità dei fondi da destinare alle politiche agricole), contraria alla fondazione dell’Unione Europea e d’una moneta unica. Nel 1989, tuttavia, la sua popolarità comincerà nuovamente a sprofondare soprattutto a causa della Poll Tax, una tassa calcolata in base alla popolazione, uguale per ogni cittadino residente in Inghilterra, contro la quale fu avviato uno sciopero fiscale a cui parteciparono più di 18 milioni di persone. Pur non arretrando d’un millimetro, Margaret Thatcher cominciò a perdere sostegni anche all’interno del suo stesso partito e il 20 novembre 1990, mentre si trovava alla Conferenza di Parigi, perse le elezioni per la carica di leader del Partito Conservatore per soli quattro voti. Nella notte, rientrata a Londra, dopo essersi consultata con gli stati maggiori del partito, decise di dimettersi da Primo Ministro e di sostenere al suo posto la nomina di John Mayor.
Sin qui la cronaca. Gli ammiratori di Margaret Thatcher affermano che, grazie alle sue politiche economiche, l’Inghilterra sia finanziariamente ringiovanita ritornando ad essere una delle principali potenze mondiali al pari del Giappone e degli Stati Uniti. Ma, esattamente come in questi paesi, il Thatcherismo ha rafforzato gli egoismi sociali in Inghilterra, creando un forte classismo e determinando enormi ineguaglianze tra ricchi e poveri, con quest’ultimi in condizioni d’autentica emarginazione. Non solo, ma ha anche modificato per non dire stravolto il linguaggio politico, snaturando anche il laburismo britannico come dimostrato dall’esperienza dei governi di Tony Blair, e privato l’Inghilterra delle risorse politiche, ideologiche ed intellettuali necessarie a portarla fuori dalle secche iper liberiste nelle quali è precipitata.

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