Follie della scuola moderna: il “libro elettronico” obbligatorio dal 2014-2015

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di Enrico Galoppini

Ha veramente senso oggigiorno mandare un figlio a scuola?

È questa la fondamentale domanda che uno dovrebbe porsi quando per un figlio arriva la fatidica età dei sei anni. Come A. K. Coomaraswamy, nel saggio L’illusione dell’alfabetismo (in Sapienza Orientale e cultura occidentale, trad. it. Rusconi, Milano 1977), nel quale il celebre tradizionalista indiano rifletteva sui reali vantaggi dell’istruzione di massa, confrontati coi danni che questa ha comportato.

Tutto, a questo mondo, è ambivalente (o plurivalente), nel senso che non è possibile dare un giudizio assolutamente positivo o negativo al riguardo di cose, situazioni, uomini. Perché esso dipende dal punto di vista dell’osservatore, dalla “posizione” che egli occupa, nel mondo, in quel determinato momento, e dall’indefinita serie di interrelazioni che lo legano a tutto il resto. E, sopra tutto, vi è una profonda verità: che noi possiamo ritenere qualcosa un bene ed invece è un male per noi, e viceversa, com’è insegnato nel Corano.

Ma diciamo che, fondamentalmente, il valore positivo o negativo di qualsiasi cosa, istruzione di massa compresa, o diciamo almeno la sua auspicabilità, dipende dal tipo umano che si ha in vista e che s’intende “formare”.

Così, se una “istruzione” di base com’è oggi intesa (leggere, scrivere e far di conto) ha senz’altro i suoi vantaggi se uno vuol vivere in questa società “moderna”, è pacifico che essa non serve a nulla a chi ha come riferimento ed ideale di vita un’organizzazione della comunità come quella dei cosiddetti “popoli primitivi” (o “premoderni”).

In quei contesti, quello che conta (o contava) è il saper fare, il padroneggiare alcune basilari abilità, come quella di procacciarsi il cibo con l’agricoltura, la pesca e la caccia, farsi i vestiti e fabbricarsi gli utensili, costruirsi una casa, conoscere se stessi per evitare di ammalarsi eccetera, la regola aurea dell’uomo tradizionale essendo quella dell’autonomia.

Ma anche senza voler estremizzare fino a questo punto (intendiamoci, sono tutte abilità, quelle appena enumerate, che dovrebbero far parte del bagaglio di conoscenze di ogni vero uomo), il livello infimo al quale è scaduto il concetto di “istruzione” (e quelli correlati di “educazione” e “cultura”) non può che destare un sincero allarme in chi ha ancora a cuore una vita da vivere nella sua pienezza, in cui “il mondo” non rappresenti altro che una provvidenziale occasione per elevarsi.

Ma non secondo una concezione morale (che sarebbe ancora qualcosa…), e tantomeno in linea con la tanto adulata “erudizione”, per non parlare della “specializzazione”, oggi ricercata in ogni “settore”, ed al cui confronto il sapere dell’enciclopedista sette-ottocentesco fa ancora un figurone. Una “specializzazione” indefinita che, in opposizione alla autonomia dell’uomo della tradizione, defrauda quest’ultimo di ogni sovranità ponendolo alla mercé dell’“esperto”. È così che passo dopo passo, l’uomo “moderno” non ha più di che mangiare, di che vestirsi, e men che meno un tetto sulla testa se non si rivolge a chi detiene ancora un “saper fare”, che nel frattempo è diventato estremamente complesso a causa di “bisogni” in aumento e grazie ad un apparato “legale” che convoglia ogni attività verso il passaggio obbligato dell’utilizzo del denaro, il quale, come si sta palesando sempre più chiaramente, conduce dritti sparati alla fine di ogni libertà.

Non entriamo poi nel merito di che cosa significhi “curarsi” una volta che l’uomo non capisce più nulla di sé e di come funziona il proprio corpo, concepito tutt’al più come una meravigliosa “macchina” che niente ha a che vedere coi piani del “mentale” e dello “spirituale”. Si va dal medico sperando che quello ci tolga le castagne dal fuoco dopo che per una vita ci si è illusi che l’unica grande legge fosse il “faccio come mi pare”… Così alla mal parata si va dallo “specialista”, che ovviamente non capirà nulla di noi (perché non può!) e come ultima spiaggia, per non ammettere la sua imbarazzante incompetenza, c’indirizzerà alla più vicina ‘rivendita di pezzi di ricambio’ (la clinica chirurgica).

Quale sia il nesso di quel che comunemente chiamiamo “istruzione” con tutto quanto precede è presto detto.

Da una parte, oggi, abbiamo un sapere finalizzato esclusivamente a scopi pratici, per forza di cose mutevole, ridiscutibile e che fa appello esclusivamente alla sfera del “mentale”, sia che si tratti di materie “scientifiche” o “umanistiche”, nel quale conoscente e conosciuto restano inevitabilmente separati; dall’altra un sapere senza tempo, quindi sempre valido, da cui possono eventualmente derivare applicazioni pratiche ma che non ne costituiscono la ragion d’essere, e dove si persegue costantemente l’identità tra conoscente e conosciuto: è il “Conosci te stesso” che anche l’antica Grecia, tanto osannata quando se ne vuol fare l’antesignana della “democrazia” e della “scienza moderna”, ha posto come aurea massima di saggezza.

Fondamentalmente, l’unica vera “scienza” è quella che proviene da Dio, e che possiamo trovare dentro di noi attraverso la preghiera e la “meditazione”, ovvero la riflessione concentrata e guidata sui “nomi”, le qualità divine, che ciascuno ha il dovere di esperire per “elevarsi” davvero a vero uomo, a “uomo universale”. Tutto il resto, per quanto riguarda la cosiddetta “istruzione”, è aria fritta.

Pur mantenendoci nell’ambito delle abilità “pratiche”, vogliamo fare il confronto tra un uomo che sa costruirsi una casa e uno che deve penzolare dalla corda del “mutuo”? Intendiamo seriamente paragonare chi sa procurarsi da mangiare con chi si riempie compulsivamente il carrello della spesa? Pensiamo seriamente che esista un qualche termine di raffronto tra un “guerriero” e chi si diverte ad accoppare vigliaccamente da migliaia di chilometri di distanza con una “consolle” in mano? Chi è “indietro” tra chi si preoccupa di mantenersi in salute come forma di “ringraziamento” e chi si uccide un tanto al giorno seguendo uno stile di vita scellerato?

E, soprattutto, che dire della paura tremenda che i “moderni” hanno al pensiero di morire e della penosa impreparazione che dimostrano nel momento in cui avviene il fatidico trapasso? La cultura tradizionale, invece, ha sempre attribuito una fondamentale importanza a quel passaggio, istruendo l’uomo ad interrogarsi sul suo significato ed “armandolo” con strumenti adeguati per quando sarebbe giunto.

Questo è bene capirlo per non illudersi sulla portata della cosiddetta “istruzione” (“pubblica” o “privata”, poco importa) e farne perciò un buon uso entro i limiti cui essa è destinata, evitando perciò di scambiarla per quel che non è e non può dare.

Bisogna perciò compatire e perdonare questi attuali ciechi e folli “governanti” che ad ogni “anno scolastico” o cambio di “governo” ne inventano sempre una per sbalordirci e sembrare “originali”. Qualcuno ricorderà le famose “tre I” di un ministro che tutti hanno già dimenticato, oppure l’epocale “riforma” di questa o quella caricatura di Gentile, il quale pur occupandosi di “istruzione” (“Educazione nazionale”, per l’esattezza) in un regime che comunque scontava, per ovvi motivi, vari difetti “moderni”, si staglia come un gigante della Conoscenza di fronte a questi gnomi preoccupati solo di mettersi in mostra e di accontentare “l’aria che tira”.

Quello almeno era un filosofo, ed aveva le idee chiare su cosa, in un contesto “modernizzatore” si dovesse fare in ambito scolastico per ottenere il non disprezzabile risultato di una nazione di uomini con un “carattere”. Con la guerra persa, inesorabilmente, anche quel che di buono c’era nella riforma gentiliana con la centralità di una formazione umanistica è stato fatto a pezzi, fino all’attuale deserto chiamato “mondo della scuola”, il quale è come un iceberg alla deriva di cui s’intravede solo la punta di qualche operazione di facciata come quella di cui andiamo a parlare.

Dopo anni di lavaggio del cervello sugli “sprechi” della “casta” (“la casta” siamo noi che dobbiamo tirare la cinghia, non l’avete ancora capito?) tira parecchio il motivo del “risparmio”, del “non ci sono più soldi” ed altre amenità pseudo-pauperistiche. Così, in un tripudio di inni alla “modernità” e alla “tecnologia”, assieme ad un’ostentata attenzione alle “esigenze di cassa” con cui foraggiare il popolo bue felice e contento, viene annunciato che a partire dal 2014-2015 a scuola si useranno obbligatoriamente i libri digitali (e-book).

“Si risparmierà” su tutto (che bello!), dalla carta ai costi dei libri, ci assicurano (ma chi pagherà la corrente elettrica per le ricariche dei “tablet”? e come smaltiremo tutti quelli che si romperanno?), compreso quell’insostenibile fardello che, poveretti, i nostri ragazzi sono costretti a portarsi dietro in cartelle e zaini sempre più pesanti al punto che sono dotati di rotelle come le valigie da viaggio.

Ma dove stava il problema? Nel libro cartaceo in sé o nell’esagerata proliferazione di testi inutili per compiacere vari interessi commerciali? La risposta la conoscono tutti. E tutti sanno anche che quando le cartelle e gli zaini non pesavano una tonnellata si usciva dalla terza media con una “cultura” che mediamente non può dire d’essersi fatto un liceale dei nostri giorni.

Il problema sta dunque nei contenuti, dei libri e delle lezioni, e, soprattutto, nel tipo umano rappresentato dal professore e dall’allievo, che dovrebbero porsi ogni tanto la domanda sul perché si trovano lì, al di là dello stipendio, del “punteggio” e dell’“obbligo scolastico”. Invece se ne fa una questione di “aggiornamento”, di “informatizzazione” e dell’immancabile “modernizzazione”, allungando il brodo di una minestra sciapa che fondamentalmente non piace a nessuno ma che si continua a sorbire perché non s’è mai assaggiato di meglio.

Ma lasciate ogni speranza, o voi che entrate nel mondo della “democrazia” e della “modernità”. Specialmente la speranza d’interrogarvi sul senso di un’istituzione e di un’attività senza che un collega o il genitore di un compagno di scuola di vostro figlio vi guardi stralunato come se foste un marziano o un inguaribile “passatista” (perché altro, chi è abituato ad una concezione lineare del tempo, non riesce a concepire).

I ragazzi vengono parcheggiati a scuola per la semplice ragione che i genitori sono aggiogati al lavoro fuori casa tutto il giorno e per non ammettere che per loro non c’è un lavoro decente. La cosa è particolarmente evidente nelle superiori ad indirizzo “professionale”, nelle quali la maggioranza degli allievi sono svogliati ed annoiati. E pure comprensibilmente, se si pensa che, anche se non lo realizzano, in cuor loro vorrebbero una “vita eroica” e non quella che, da quando hanno sei anni (o anche prima, se sono stati messi all’asilo), sono costretti a trascorrere sempre seduti e al chiuso, nemmeno fossero ai remi di una galera, per star dietro a questioni di nessun vero interesse, per giunta nient’affatto stimolanti quando provengono da un “maestro” o un “professore” che non “è” ma al limite (e se va bene!) “sa”. Un docente perennemente tra l’incudine dei “clienti”, ehm, degli studenti e il martello del “dirigente scolastico”, indotto a concepire se stesso come uno “statale” in costante stato di “agitazione sindacale”.

Insomma, un enorme macchina burocratica preoccupata innanzitutto di autoperpetuarsi, con buona pace del “senso” di tutto ciò.

Ma forse,  come osservavo all’inizio, non tutto il “male” viene per nuocere. A pieno regime, l’informatizzazione dei libri di testo dovrebbe far sparire l’odiato cartaceo entro pochi anni, così come tutto il denaro, sempre per i soliti stregoni, dovrebbe finire in versione elettronica, facendo sentire onnipotenti le banche e i loro privatissimi padroni. Tutto, insomma, secondo la piega che questa umanità ha scelto di prendere, si smaterializzerà, finendo in un computer, sotto il vigile controllo di qualche “autorità” che lavora per renderci la vita “migliore”…

Ma al colmo di questa parodia di vita, quando l’oppressione, l’angoscia e il non senso avranno raggiunto il massimo grado sopportabile, ecco che, d’improvviso, l’energia elettrica potrebbe non esserci più, con tanti saluti ai libri e al denaro elettronico, anzi, ai libri e al denaro tout court. E l’umanità potrà quindi tornare a vivere senza il fardello di una “istruzione”, di una “cultura” inutile ed insensata, libera anche dalla schiavitù del denaro, per ricominciare in un “nuovo inizio”.

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