Così Grillo manipola i giornalisti

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di Massimo Introvigne

Che ha detto Catalano? Che ha detto la Sarti? Ivan Catalano e Giulia Sarti, chi sono costoro? Sono deputati del Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio, di cui i giornalisti elemosinano una dichiarazione, una frase, una parola. Per non parlare del patetico assedio allo stesso Grillo, la cui casa di Sant’Ilario, in Liguria, sembra la Mecca, con tanti, troppi giornalisti pellegrini che pendono dalle labbra del comico che ha vinto le elezioni.

Al di là della figura – davvero poco edificante – che ci fanno i giornalisti, apostrofati dallo stesso Grillo come «servi» e «maiali», questi paradossali episodi ci inducono a riflettere sulla strategia di comunicazione del Movimento 5 stelle, su cui si sono espressi la settimana scorsa sulle colonne di «Repubblica» due personaggi discutibili per le loro idee, ma indubbiamente autorevoli come esperti di comunicazione contemporanea, il semiologo e letterato italiano Umberto Eco e lo studioso di Internet bielorusso, ricercatore nell’università americana di Stanford, Evgeny Morozov.

Entrambi gli interventi meritano attenzione perché mettono in dubbio quello che sentiamo ripetere in questi giorni un po’ dovunque: Grillo avrebbe capito che la televisione e la carta stampata non contano più nulla, ormai c’è solo Internet. È un errore in cui sono caduti anche i sociologi di sinistra Roberto Biorcio e Paolo Natale nel loro pur interessante libro «Politica a 5 stelle», che ho recensito su queste colonne.
Anche loro parlano di superamento della televisione, che Casaleggio e Grillo avrebbero trovato il modo di rendere irrilevante. In realtà non è proprio così. I primi a notarlo sono stati gli eccellenti esperti di comunicazione che gestiscono il blog likebreakfastcereal.it.

Francesca Burichetti e David Mazzerelli sono usciti tempestivamente il 28 febbraio con un articolo dal titolo «Internet? Piazze? Macché, Grillo vince grazie alla TV».
L’articolo spiega tre cose. La prima è che la forza della strategia ideata da Casaleggio non consiste tanto nel mezzo scelto – Internet – quanto nel presentare quelle che sembrano «storie personali» di persone comuni, ma che in realtà sono studiate a tavolino e rispondono a una sapiente strategia.
«Casaleggio sa bene che una comunicazione politica efficace per muovere l’elettorato deve prima muovere emozioni e le emozioni si muovono a partire dai racconti. Meglio se da racconti personali».

Secondo: la strategia di Casaleggio prevede tre fasi. «1° step: usare i new media per ideare e creare l’evento. 2° step: creare l’evento per creare una notizia impossibile da non coprire mediaticamente. 3° step: creare la notizia per richiamare i media tradizionali: TV, radio e stampa in primis». Terzo: una volta che si è seguita questa strategia, il miglior modo di far parlare di sé la televisione è non andare in televisione.
Prima delle elezioni Grillo era il leader politico di cui le televisioni parlavano di più dopo Berlusconi. Ora sta superando anche Berlusconi. Eppure Grillo non va mai in televisione. Ma è la televisione ad andare da lui. Se Grillo, come aveva annunciato, fosse andato a farsi intervistare da Sky avrebbe avuto ben poco minutaggio dalle altre reti televisive, tra l’altro di solito attente a non fare pubblicità alla concorrenza. All’ultimo invece non c’è andato, e il fatto che sia rimasto a casa è diventata una notizia che tutte le reti hanno dato con grande risalto per oltre ventiquattr’ore.

Lo ha ribadito Umberto Eco: «La chiave del successo è non apparire mai in televisione». «Grillo ha capito questo punto fondamentale: la comunicazione non è più diretta ma va come una palla di biliardo, ovvero si parla a nuora perché suocera intenda (e viceversa)», si parla sul blog o su Twitter per essere ripresi dalla televisione. E i contenuti emotivi e brevissimi di Grillo – che comunica a misura di Twitter, e anche sul blog propone spesso post di poche righe – oggi battono i ragionamenti, in un’epoca in cui – per dirla con Stefano Bartezzaghi che intervista Eco – «il pathos ormai predomina sul logos» e l’intrattenimento politico con pochi contenuti, il «politainment», prevale sulla politica ragionata. Dire poco, e lasciar credere di avere molto da dire che però si tace, è una dinamica fondamentale dell’esoterismo caro a Casaleggio. Lo stesso Eco lo aveva mostrato anni fa, paragonando il successo di un certo esoterismo alla seduzione femminile: entrambi hanno capito che, in un’epoca in cui tutti – e tutte – rivelano e si mettono a nudo, velare può avere più successo che svelare.

Nell’intervista a «Repubblica» Eco denuncia questa strategia di Grillo e Casaleggio come falsamente democratica. Quando ci dicono che «uno vale uno», afferma il semiologo, i capi del Movimento 5 stelle si ricollegano almeno implicitamente a Jean-Jacques Rousseau (1712-1778), che voleva sostituire la democrazia rappresentativa con un’assemblea permanente, un’«agorà» dove tutti i cittadini decidono senza mediazioni. Ma l’agorà di Grillo è falsa, dice Eco, perché non tutti gli italiani sono utenti del Web, e meno ancora sono gli utenti che capiscono completamente come funziona, per cui «le decisioni non sono prese dal popolo sovrano ma da un’aristocrazia di blogghisti». E questa è anche l’obiezione rivolta a Grillo e Casaleggio da Morozov, che è diventato famoso denunciando Google, Facebook, Twitter e Wikipedia come sistemi falsamente democratici che sono in realtà controllati da poche persone le quali, come Casaleggio, ne «conoscono il linguaggio e i trucchi retorici».

Né, insiste Morozov, si tratta solo di trucchi retorici: ci sono aziende americane, da cui la Casaleggio & Associati ha appreso la lezione fino a diventare un loro concorrente a livello internazionale, che sanno utilizzare algoritmi e tecniche molto sofisticate per amplificare certi messaggi su Internet e sui social network e metterne a tacere certi altri.
Sono considerazioni condivisibili, per quanto discutibili siano le idee generali di Eco o di Morozov. Casaleggio, però, potrebbe rispondere che nel suo caso il trucco non è un trucco, perché è stato dichiarato in anticipo.

Nel suo libro «Tu sei rete» il guru del Movimento 5 stelle scriveva: «Fino a qualche anno fa, le relazioni tra persone, oggetti ed eventi erano attribuite al caso. L’unico modo per ipotizzare il funzionamento dei sistemi complessi era attribuirne le ragioni ad avvenimenti casuali. La vita e l’evoluzione delle reti seguono invece leggi precise e la conoscenza di queste regole ci permette di utilizzare le reti a nostro vantaggio». E chi sa utilizzare le reti a suo vantaggio? Un piccolo gruppo di persone, gli «influencer».

«Online il 90 per cento dei contenuti è creato dal 10 per cento degli utenti, queste persone sono gli influencer – scrive Casaleggio –. Quando si accede alla Rete per avere un’informazione, si accede a un’informazione che di solito è integrata dall’influencer o è creata direttamente dall’influencer. Un prodotto, un servizio online è fortemente influenzato dall’opinione dei cosiddetti influencer, molto più per esempio dalla promozione diretta o dalla ricerca che viene creata dalle società con forti investimenti. Se pensiamo per esempio a un prodotto di elettronica, il 60 per cento degli acquisti on line viene orientato dagli influencer, quindi se per esempio il prodotto di elettronica viene osteggiato dall’influencer non viene venduto on line».

La lingua italiana è un po’ contorta, ma il concetto è chiaro. La Rete è nelle mani degli influencer come Casaleggio. Che però, spiega altrove, hanno bisogno di «portavoce» come Grillo per dominare l’opinione pubblica anche fuori della Rete. E anche per trasformare tanti giornalisti in zerbini.
Più Grillo e Casaleggio li prendono a pesci in faccia, più certi giornalisti li corteggiano e li trovano «interessanti». È però necessario, per capire il fenomeno, andare più a fondo, leggere le strategie di Casaleggio attraverso la nozione di «dittatura del relativismo» così importante nel pensiero del Papa emerito Benedetto XVI.

Secondo Papa Ratzinger il passaggio dal moderno al postmoderno, dalle ideologie alle post-ideologie, dal marxismo che ha dominato il XX secolo all’«ideologia peggiore di tutte», la tecnocrazia, che sta dominando il XXI, rappresenta la transizione da una «dittatura del razionalismo» a una «dittatura del relativismo».
La dittatura del razionalismo – una ragione chiusa per principio alla fede – e delle ideologie di morte del XX secolo non era certamente piacevole. Ma era ancora un percorso, con un inizio e una fine. Era ancora propagandata con argomenti, anche se erano argomenti da sofisti e da maestri dell’errore.

Con quella che lo stesso Benedetto XVI ha chiamato «rivoluzione culturale» o «rivoluzione antropologica», con quello che è propriamente il passaggio dalla dittatura del razionalismo alla dittatura del relativismo, non ci sono più né discorsi né percorsi, solo il girare in tondo di un pathos che, volendo sostituirsi totalmente al logos, gira a vuoto, di una putrefazione finale che ribolle senza direzioni, dando l’illusione di una grande vitalità mentre si tratta soltanto di morte.

Il filosofo Georg Wilhelm Friedrich Hegel (1770-1831) l’avrebbe definita una «notte in cui tutte le vacche sono nere».
Papa Ratzinger ha parlato di un relativismo assoluto in cui si pretende che tutte le idee siano di ugual valore, e dunque non esistono più né vero né falso, né bene né male. Ma la combinazione di relativismo e di tecnocrazia denunciata nell’enciclica «Caritas in veritate» produce il contrario della libertà.
Se non è più la ragione, il logos, a identificare quali affermazioni sono vere e quali sono false, diventa vero quello che è annunciato tramite i migliori algoritmi per manipolare la Rete e l’opinione pubblica. È vero quello che gli «influencer» ci fanno credere che sia vero. Il sonno della ragione produce mostri. Il trionfo del relativismo genera dittature telematiche. E giornalisti sbeffeggiati e servili.

 

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La lobby delle banche riesce a guadagnare anche sui cassaintegrati

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Più le aziende falliscono, più i lavoratori vengono mandati a casa e più le banche fanno i salti di gioia. La cinica storia delle leggi dell’economia non guarda in faccia alle imprese che muoiono sotto la morsa stretta dello Stato e delle banche. Anzi gli Istituti di credito hanno creato una vera e propria lobby di guadagno intorno agli ammortizzatori sociali: spesso l’Inps – ovvero lo Stato – a causa dei debiti non ha sufficiente denaro da stanziare per la cassa integrazione. Ecco che ad hoc arriva la banca-piovra che anticipa il denaro con tassi di interesse variabili, tutto guadagno per loro. E intanto in tempi bui come questo, anche le banche sono costrette a mandare a casa i dipendenti. A pagarne le spese sempre i più anziani, gli esodati delle banche.

 

di Maria Cristina Giovannitti

 

La richiesta di cassa integrazione non è mai indice positivo per un Paese, così come non lo è per l’Italia. Intanto secondo i dati riportati dai sindacati il 2013 vede un aumento esponenziale di richieste di ‘aiuti sociali’ per i lavoratori: 90 milioni di ore di cassa integrazione, una crescita del 61,6% in più rispetto al 2012, in cu le ore erano – solo – 54 milioni di ore. Insomma questo dato ci dice: “C’è poco da essere felici”. E così se il 2012 è stato l’anno della crisi, il 2013 si prospetta l’anno della degenerazione economica a quanto pare. Una situazione drammatica che, però, giova solo alle ciniche leggi bancarie.

 

LA LOBBY DELLE CASSEINTEGRAZIONI E IL BUSINESS DELLE BANCHE – Gli Istituti di credito sono gli unici a ricavare qualcosa dal fallimento delle imprese e dalla disoccupazione. A causa del debito pubblico che lo Stato ha accumulato, si hanno forti difficoltà nello stanziare fondi da destinare agli ammortizzatori sociali. In questo complesso e collassato sistema di crisi economica, entra ad hoc la banca-piovra che propone le anticipazioni sociali non senza guadagno, ovvio.

Per elargire questo denaro  ci sono i tassi di interesse che variano da banca a banca ed oscillano tra i 14 ed il 22% dei profitti. Per cui, chi meno, chi di più ma tutti gli istituti di credito guadagnano anticipando denaro da destinare agli ex lavoratori. Inoltre dopo sette mesi dall’accordo stipulato tra la Regione e gli enti locali per la concessione di questo fondo sociale, il conto da gratuito si trasforma in un normale conto bancario con tutti i suoi pro e contro.

Insomma un vero business sulle spalle della crisi economica: lo Stato non ha denaro per garantire gli ammortizzatori sociali e quello che ha serve per pagare i debiti passati, la crisi economica aumenta il fallimento delle imprese ed è in incremento la disoccupazione. In tutto ciò a sfregarsi le mani sono proprio le banche: nel febbraio 2013 si è avuto un vero boom di richieste di cassa interazioni arrivate al più 49%. Aumentano le ore di cassa integrazione al nord – cuore dell’economia italiana – con un più 4,5%, rispetto al sud che sta al 4,1%. Drammaticamente esplode la richiesta di cassa integrazione a febbraio 2013 del più 49% rispetto a gennaio, felicemente cresce il profit delle banche.

 

ANCHE LE BANCHE NON BATTONO CASSA – O dalla ricchezza o dalla disperazione ma comunque la banca, per forma mentis, deve comunque guadagnarci. Un necessario profitto in un periodo di recessione economica che coinvolge anche loro, infatti anche gli istituti di credito non battono cassa. La crisi tocca anche loro che si vedono costretti a tagliare, licenziare, mandare in prepensionamento.

 

I numeri sono questi: 23 mila dipendenti bancari licenziati in particolare 4 mila per Intesa SanPaolo, 2400 lavoratori in Unicredit e 1660 per il Monte dei Paschi di Siena; mentre una buona fetta di 20 mila lavoratori saranno licenziati entro il 2017. Ovviamente questi tagli colpiscono soprattutto i lavoratori più anziani che contribuiscono ad aumentare il numero di esodati. Stando alle testimonianze dei sindacati Uil e Cgil molti dipendenti dirigenti accettano un demansionamento pur di non perdere il lavoro.

 

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Festa della donna, un falso storico

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I preparativi per la Settimana dell’Odio erano in pieno fervore e l’intero personale dei Ministeri prestava la sua opera volontaria al di fuori dell’orario di lavoro. Si dovevano organizzare cortei, riunioni, parate militari, conferenze, apprestare pannelli didascalici in cera, preparare spettacoli cinematografici e programmi televisivi. Si dovevano montare tribune, costruire effigi, coniare slogan, comporre canti, far circolare notizie false, contraffare fotografie. Al Reparto Finzione era stato disposto che la squadra di Julia interrompesse la produzione di romanzi per stampare in tutta fretta una serie di libelli sulle atrocità commesse dal nemico. [1984, George Orwell]

La cosa orribile dei Due Minuti d’Odio era che nessuno veniva obbligato a recitare. Evitare di farsi coinvolgere era infatti impossibile. [1984, George Orwell]

Anche quest’anno, come da decenni accade in tutto l’occidente, in questa giornata dell’8 Marzo i mass-media verranno inondati da una propaganda dal fortissimo impatto emotivo che ricorderà -per foga e spontaneità dei suoi attori partecipanti- la famigerata Settimana dell’Odio di orwelliana memoria.

La giornata dell’8 Marzo, da insipida “festa della donna” si è ormai trasformata in uno spettacolo di odio misandrico in cui si ascrive al Genere Maschile ogni malefatta e ogni crimine commesso nel corso della storia, ogni crimine commesso nel presente, e ogni crimine che verrà inevitabilmente commesso in futuro. E’ la giornata in cui si esalta in modo schizofrenico il nuovo simbolo sacro dell’occidente, ossia la “donna”, un simbolo utilizzato per giustificare guerre (di genere) in patria e (imperialiste) nei paesi “nemici”.

Condizionati fin dall’infanzia a mantenere come “coerenti” una serie di concetti in palese contrasto fra di loro[1], la gran parte delle persone che parteciperanno a questa “festa” dell’8 Marzo lo farà, come succedeva nel romanzo distopico di Orwell, con grande spontaneità e sincerità.

Gli uomini si pentiranno di essere uomini, e chiederanno scusa alle donne di esistere, nella speranza poi di portarsene a letto qualcuna, magari dopo aver utilizzato il solito rito maschio-femminista di spalare merda sul restante Genere Maschile nel tentativo (generalmente vano) di far sorgere il dubbio a qualche poveretta di trovarsi di fronte all’unico Maschio Buono™ dell’intero globo terracqueo. I più sfigati non tenteranno nemmeno questo approccio: si limiteranno a scrivere qualche viscido e untuoso articoletto nel loro blog in cui ripeteranno il rito di auto-flagellazione maschile (la “malattia maschile del disprezzo di sé“, avrebbe detto Nietzsche) e quello di esaltazione religiosa di tutte le donne, per poi aspettare impazienti che qualche poveretta capiti nel loro blog e scriva un commento tipo “che belle parole, tu sì che sei un vero uomo…“. Questi poveretti si accontenteranno cioè di una “pacca sulla spalla” virtuale, un niente che li appagherà per qualche minuto e gli farà credere di aver ottenuto altri “punti fedeltà” nei confronti del Genere Femminile. Leggi il resto dell’articolo

Il mondo dei più

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Si discute sempre più in questi giorni della Rete in Rete e si crea una falsa consapevolezza tra gli utenti, come se gli stessi utenti fossero in rappresentanza del mondo lì fuori, come se le deduzioni e le riflessioni per quanto precise, per quanto valide, possano riguardare i più. Poi c’è qualcosa che si nomina tanto, spesso e volentieri e, come tutte le cose che vengono date per scontate, appunto perché risapute, si sfugge alla sua verità profonda. Parliamo del popolino. Parliamo di una maledizione che dà la misura perpetua all’umana condizione. Non se ne discute adeguatamente quando servirebbe, se non per usare il suo significato stereotipato come qualcosa da contrapporre a qualcos’altro, qualcosa che sì, ok, esiste, però i fatti “dicono così e dicono colà”; tante teorie lo abbraciano, lo sfiorano, lo considerano malamente o non lo considerano; conti, elucubrazioni, intellettualismi, politiche senza fine che fanno sempre i conti senza l’oste: il popolino: – pateticamene ignorante, mollemente insensibile, morbosomante omologato, meramente immeritevole, intellettualmente scadente, scandalosamente infantile; dalla memoria a brevissimo termine, parcellizzatore, inconsciamente nocivo e, finché non è il suo culo ad essere bruciato, ipocritamente accomodato in mille vie di fuga dalle sue responsabilità sotto ogni nome e delega.

Il popolino esiste, esiste ed è fatto di Figa, Calcio e Tv. Per intanto. Diciamolo seriamente una buona volta. Sì sì, c’è il Lavoro, i figli, il futuro, la scuola. Come no. Ma in realtà se parli con loro, scopri che hanno un marasma di idee pre-confezionate già digerite dalla televisione, desideri perennemente repressi, pensieri senza vitalità che gli allegeriscono le sinapsi e una dignità, un’integrità, un’onestà vicina o pari allo Zero.

Questa la fotografia, un diagramma: – c’è poca gente che si preoccupa per i molti, e se ne preoccupa investendo tempo e energie. Ma ai molti non gliene fotte un beato nulla di queste energie, anzi le denigra, le umilia appena può. Quando dico e uso il termine – preoccupa –  allora parlo di coloro che hanno acceso la mente e il cuore e si domandano cosa ci sta accadendo, cercano di sondare la realtà ma anche l’immaginazione, lo spirito, per capire cosa accade, perché accade e cosa potrebbe accadere. Ma costoro, anche se in buona fede, non calcolano la cattiveria di chi vorrebbero tutelare e soprattutto credono (per una mai chiarita e assurda sorta di filantropia) che tutto ciò debba essere cosa buona, un dovere. Troppo scontato. Non ci siamo. Nel popolino c’è solo l’esigenza di capire cosa/chi deve fornirgli le strategie per poter non pensare; cercare cosa/chi deve garantirgli la sopravvivenza evitando di mettere sé stesso nell’equazione, ma solo il suo ruolo; lui, la sua coscienza, si leva dall’equazione e diventa una sorta di avatar sociale che gioca a scegliere le caselle a cui votarsi; perché lui, poverino, si fa già un culo così, perché lui non ha tempo per pensare, ma solo per le scorciatoie. Le migliori.

Oggi entro in un Bar e in Tre si giocano il Messagero a suon di spropositi, quelli che sarebbero validi nelle sceneggiature di un Fantozzi contro tutti; tra le allusioni e i doppi sensi al bel culo della barista, quelli che nello specifico erano tre operai di sinistra, guardando i risultati elettorali lamentavano che adesso andrà sempre peggio e che loro che sono lavoratori e con figli a carico hanno una cosa solo sacra da difendere – per Dio, il lavoro; perché hanno famiglia, certo ce l’hanno però si sarebbero passati la barista e non riuscivano a staccargli gli occhi di dosso, uno si passava la mano sulla patta e l’altro gli teneva, complice, il gioco di sguardi – come a dire che se la sarebbero fatta sul bancone, la troia. Poi, chissà come, sono andati sul discorso delle Carceri sovraffollate e ai costi dei maledetti detenuti e “pensa!” ha detto il più giovane (sui trenta) … “quelli si lamentano se il mangiare non è buono” … “e lo fanno tornare indietro! e questi noi dobbiamo pure mantenerli, e se la frutta non è buona non gli sta bene!” … il discorso è continuato per pochi minuti sul tema delle Carceri, e ciò che era chiaro era una semplice cosa, stavano parlando di animali, non di esseri umani. Perchè loro del popolino sanno tutto, perché loro le scorciatoie le applicano anche ai problemi dell’universo potessero farlo. Perché è più facile, più veloce, si arriva prima a pensare che i detenuti siano dei recidivi assassini pedofili figli di buona donna e torturatori di vergini adolescenti. Perché il popolino non ha amore, non ha deisderio di capire, di capirsi, di approfondire, di perdonare e il popolino sono i più … e sono loro che danno la misura a tutto il nostro mondo. Sono loro: la gente che ti saluta la mattina. Che è vero, non ti stira quando attraversi su le strisce, perché la civiltà è lì, bianco su nero, sui nostri asfalti.

Non vorrei si pensasse che questo aneddoto sia stata la base o peggio, la comprova di quel che vado sostenendo; questo aneddoto l’ho buttato così al volo. Il resto riguarda semplicemente la Vita e gli anni tutti; una vita da Statale, da Auto-trasportatore, da meccanico, da Sbirro e Metalmeccanico e sempre attento a cercar di comprendere il mondo e quel che si comprende, se non si lascia che il “Bene & Male” indottrinato dalla propagnada di Stato ostacoli la nostra autonomia di pensiero, è che dietro a tutto c’è sempre il medesimo squallido quadro, il dipinto dei più. Il popolino esiste, sono i più, sono i tanti, e fanno strage di tutti. Bravi fin dove la morale non possa indicarli cattivi, arraffatori di passaggio, interessati per circostanza, omologati per noia, puttane e, poteva mancare ? .. la domenica a Messa.

Un mio conoscente ha una splendida bambina che ama e quando gli chiedo cosa dice la sua coscienza quando parte per le missioni di Pace e che “i colpevoli” con la divisa di un altro colore che possono morire per Legge altrui, sono quelli decisi dagli sporchi giochi economici, lui risponde che lo sa …  già .. cosa deve fare?  … e quando gli chiedo se sa di bambine splendide come la sua che possono lasciarci le Vita, lui dice che lo sa … e via discorrendo, lui ha votato Monti e quando gli chiedo le ragioni, dice che quelli delle Banche sanno meglio gestire i nostri soldi. Ha ragione.

E anche qui, non vorrei si pensasse si tratti di fare propaganda politica, No. Io sto parlando che siamo andati al di là del tempo da troppo tempo. Siamo al di là della Vita. La verità è che la democrazia ci ha fottuto l’anima, perché prima ancora di sapere se una cosa è giusta o non giusta, dovremmo capire se è sano difenderla quella cosa in nome di chi e per conto di quali coscienze. Chi siamo noi per dare coscienza quando la coscienza è una conquista personale? Anche se nella migliore utopia stessimo votando la politica migliore, non c’è niente che deve essere migliorato perché il mondo migliore non ha bisogno del fascismo della maggioranza; tantomeno chi ha coscienza di preoccuparsi realmente della Vita non deve svenderla al pattume dei ruoli imposti e impostati da un’illusione chiamata Stato.

Si parla di Rete in Rete, ma nessuno parla di chi siamo. Cosa meritiamo. Quali domande dovremmo porci nel momento che vorremmo aiutare chi non vuole aiutarsi, e chi lo dice che bisogna fare qualcosa per il mondo, quando il mondo non è quello vero, non è quello che vuole pensare; quando il mondo è la gente e la gente è un serpente a sangue freddo che cerca il suo posto al Sole. La nostra evoluzione se vista come somma degli individui nel corso delle Ere, così come in un Film era stata filosoficamente ragionata, allora è una somma infinita di zeri … e che il più grande pensatore è nettamente più distante dall’Homo Sapiens da quanto un Homo Sapiens sia distante da una super-scimmia. Cosa abbiamo conquistato di più noi, dall’antica Grecia?

La risposta che ci rimane è nel Cuore ma a rovinare l’unico e potente messaggio d’amore, l’unico ponte, ci pensa il cervello della super-scimmia che se non trova ritorni razionali nel nostro percepire, allora non è meritevole di essere messo al centro della nostra quotidianità. Allora lo si imprigiona promuovendolo a scopi ufficialmente più alti. Esattamente, come quando in un’azienda ti fanno le scarpe e ti mandano via da un posto importante, dandoti un grado più alto ma effimero, di facciata. Così hanno promosso l’amore e imprigionato il nostro cuore: – ad esso hanno dedicato i muri delle religioni e il romanticismo dei fessi. Finché le poesie saranno roba da letteratura e gli uomini il risultato di un profitto, allora sarà sempre uno Zero la somma delle nostre Vite, al di là del tempo e di tutti gli individui che si susseguiranno; dei più.

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IL DIBATTITO SULL’F-35: ENNESIMA OCCASIONE PERDUTA

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di Gianandrea Gaiani

In Italia le spese militari non portano voti ma talvolta  stimolano la politica italiana (a corto di idee) a cercare facili consensi come è accaduto durante la recente campagna elettorale che ha visto affrontare in modo populistico e semplicistico le spese per la Difesa e soprattutto la commessa per i 90 cacciabombardieri F-35. L’aspetto più ridicolo della vicemnda è che in poche settimane  il Lightning II è diventato un povero orfanello, un figlio di nessuno. Per Pier Luigi Bersani occorre ridurre ulteriormente i jet perché “ abbiamo gli esodati, gli uffici sociali dei comuni con la fila davanti, e si tagliano i soldi ai disabili”. Anche Silvio Berlusconi non li vorrebbe ma ha chiesto al suo staff un dossier completo sul programma. I maggiori partiti italiani, Pd e Pdl, rinnegano un bambino che loro stessi hanno tenuto a battesimo firmando in quanto forze di governo dal 1996 a oggi i progressivi atti che ci hanno coinvolto nel Joint Strike Fighter. I politici che parlano di ridurre o cancellare il programma F-35 senza proporre alternative a quel velivolo sembrano poi dimenticare la necessità di rimpiazzare i vecchi cacciabombardieri Tornado, AMX e Harrier, aspetto indispensabile a meno che non si voglia rinunciare ad avere delle forze armate. I pacifisti vorrebbero tagliare le spese militari senza rendersi conto, nel loro furore ideologico, che far passare il concetto che lo Stato possa abdicare a una delle sue funzioni (la Difesa) costituirebbe un pericoloso precedente che domani potrebbe venire allargato a settori più “sociali” della spesa pubblica. La Difesa sostiene che l’aereo è indispensabile ma non si capisce bene a che cosa perché nessuno ha mai delineato in modo preciso cosa pretenda l’Italia dalle sue forze armate. Ammesso che l’F-35 riesca a superare tutti i numerosi difetti che ancora lo caratterizzano e diventi un aereo da attacco invisibile ai radar, sofisticatissimo ed efficacissimo siamo certi di potercelo permettere? Perché non basta dire che i costi dell’aereo americano sono elevati (e probabilmente cresceranno ancora) senza ricordare che il bilancio della Difesa di questo e dei prossimi anni stanzia un po’ di denaro per acquistare nuovi mezzi moderni ma lo fa a discapito dei fondi per l’Esercizio, cioè per manutenzione, carburante e addestramento. Ha quindi senso acquistare gli F-35 per tenerli chiusi in hangar per mancanza di benzina e manutenzione come già accade per molti aerei, mezzi e navi oggi in servizio? La domanda sembrano porsela gli olandesi chiedendosi se abbiano davvero bisogno di un velivolo di quinta generazione o non sia sufficiente uno più gestibile e meno costoso di quarta generazione aggiornato con le ultime tecnologie (il cosiddetto 4++). L’Olanda è uno dei Paesi che hanno avviato una seria riflessione sulla loro adesione al programma ma tra questi non figura l’Italia dove si affrontano in modo “calcistico” due squadre che rappresentano i fans dell’F-35 contrapposti a pacifisti e populisti uniti dallo slogan “più burro e meno cannoni”. Come Analisi Difesa ha più volte evidenziato sul programma F-35 esistono molti interrogativi senza risposta anche a causa della discordanza tra le informazioni diffuse dai protagonisti del programma. Nei mesi scorsi il nostro web magazine aveva rivelato che i costi annunciati nel febbraio 2012 dalla Difesa erano già saliti considerevolmente ma oggi il problema dell’affidabilità delle cifre fornite si ripresenta. In una recente conferenza stampa Lockheed Martin ha annunciato che entro il 2018 l’F-35 costerà 67 milioni di dollari a esemplare. A dicembre però il Ministero della Difesa italiano aveva informato il Parlamento che a partire dalle consegne in programma nel 2021 alla nostra Aeronautica e alla nostra Marina, la versione convenzionale dell’aereo costerà 83,4 milioni di dollari (64,1 milioni di euro), e quella a decollo corto e atterraggio verticale 108,1 milioni di dollari (83,1 milioni di euro). Differenze non di poco conto forse spiegabili col fatto che l’Italia deve negoziare con il governo statunitense il prezzo degli aerei mentre Lockheed Martin fornisce i costi relativi ai velivoli prodotti per il Pentagono?

Anche sul ritorno industriale per l’Italia c’è poca trasparenza. Lockheed Martin ha dichiarato che il numero di aziende italiane che hanno già ottenuto contratti di fornitura sono 27 per un ammontare di 459 milioni di dollari mentre il generale Claudio Debertolis, alla testa di Segredifesa, in dicembre riferì in Parlamento di 37 aziende per 600 milioni di euro di contratti firmati, più o meno corrispondenti agli 807 milioni di dollari riferiti a margine della recente visita allo stabilimento di Cameri del sottosegretario alla Difesa Gianluigi Magri. Anche il totale dei ritorni industriali previsti nell’arco dell’intero programma non sono chiari. L’azienda statunitense ha parlato di 8,6 miliardi di dollari (ovviamente se il numero di aerei non scenderà sotto quota 90) più la “promessa” di altri 4 miliardi mentre, sempre nel dicembre scorso, Debertolis annunciava un totale di “15 miliardi di dollari di realistiche opportunità”.

Non aiuta a fare chiarezza la posizione ribadita recentemente da Magri, che considera l’F-35 ”attualmente senza alternative” ribadendone gli ”importanti ritorni occupazionali e industriali per il Paese”. Nello stabilimento di Cameri, dove Alenia Aermacchi produce parti delle ali e dove verranno assemblati gli aerei italiani, il sottosegretario ha parlato dell’impiego di “fino a 1.500 addetti e il coinvolgimento di oltre 60 aziende italiane. Di queste, le prime 40 occupano oltre 10.000 persone che avranno, nei prossimi anni, il posto di lavoro garantito dal progetto F35″. Numeri in realtà tutti da verificare poiché per ora e almeno fino al 2017-2018 i ratei produttivi, i contratti e i posti di lavoro garantiti sono molto pochi come ha ben illustrato l’inchiesta di Silvio Lora Lamia pubblicata da Analisi Difesa in febbraio. Inoltre il Ministero va spiegando da tempo – e a Cameri Magri ha confermato – che il  programma che può essere rivisto di anno in anno: ogni volta si andrà in Parlamento, si discuterà e si voterà quanti aerei acquistare. Come si può però sperare che con un simile piano di acquisto il governo americano e Lockheed Martin ci assicurino quel volume di ritorni industriali con le relative ricadute occupazionali?

Problemi e ritardi rischiano di disastrare il programma come del resto sottolineano (con una trasparenza sconosciuta in Italia) i periodici rapporti del Pentagono. Per la fase di valutazione operativa iniziale l’Olanda spenderà il doppio di quanto preventivato nel 2008, e i due esemplari che sta per ricevere resteranno fermi in hangar per due anni, con un ulteriore aggravio di spesa, poiché la fase di valutazione inizierà solo nel 2015. Al di là delle contrapposizioni ideologiche sarebbe auspicabile che in Italia si sviluppasse un dibattito su questi e altri temi che riguardano la nostra industria (nostra forse ancora per poco), gli interessi nazionali, il denaro del contribuente e le nostre scelte strategiche. Negli anni scorsi l’Italia ha speso miliardi (ma con ritorni industriali e occupazionali certi fin dall’inizio) per sviluppare con i partners europei la capacità di progettare, produrre ed esportare jet da combattimento Typhoon del consorzio Eurofighter che sono concorrenziali con i velivoli made in USA. Con l’adesione al programma F-35 la nostra industria perderà questa capacità per diventare subfornitrice dell’americana Lockheed Martin. Questa considerazione basterebbe da sola a mettere in discussione l’acquisizione dell’F-35 tenuto conto che in tutti i Paesi l’acquisto di mezzi militari non risponde solo alle esigenze delle forze armate ma anche e soprattutto a valutazioni politiche e industriali. Ha ancora un senso per l’Italia mettersi militarmente nelle mani degli statunitensi (che avranno l’esclusivo accesso alle tecnologie più avanzate adottate dall’F-35) in un momento in cui gli interessi globali di Washington non sembrano coincidere con quelli italiani ed europei?

Qualcuno può spiegarci perché dovremmo continuare a essere buoni clienti di costosi e traballanti programmi americani quando Barack Obama applica lo slogan “buy american” su tutte le commesse militari e negli ultimi mesi il Pentagono ha tagliato i contratti per i velivoli cargo italiani C-27J destinati alla Guardia Nazionale statunitense e G-222 acquisiti per le forze afghane?  Non sarebbe meglio investire sui nostri prodotti adottando la versione da attacco del Typhoon e finanziando lo sviluppo di droni da combattimento europei con programmi che coinvolgono pienamente la nostra industria ? Con un bilancio della Difesa più che doppio di quello italiano i tedeschi non acquisiranno l’F-35 ma utilizzeranno un solo aereo per l’intercettazione e l’attacco, il Typhoon di cui sono anche loro produttori. L’Italia invece avrà una doppia linea di velivoli, Typhoon ed F-35, con un raddoppio dei costi logistici che non possiamo permetterci con gli attuali budget della Difesa. Una scelta “alla tedesca” ci permetterebbe di salvaguardare meglio la nostra industria e i posti di lavoro acquisendo solo una ventina di F-35 nella versione B a decollo corto e atterraggio verticale davvero indispensabili per la portaerei Cavour. Su questi interrogativi e su questi temi vorremmo vedere svilupparsi un confronto che coinvolga anche quanti pretendono di guidare l’Italia.

 

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Gli avvoltoi riprendono a svolazzare su Saipem

Knight-Vinke-logo

di Filippo Bovo

Una delle notizie del giorno – tra il vertice degli amici della Siria a Roma e la rinuncia al pontificato di Benedetto XVI, senza poi contare le consultazioni post elettorali per la formazione del nuovo governo – è la missiva mandata a Paolo Scaroni dal fondo attivista Knight Vinke che, dopo lo scorporo di Snam, ora chiede anche quello di Saipem.
Secondo Knight VinkeSaipem è una bellissima società”, capace di reggersi da sola senza dover dipendere dalla Casa madre, ma che ha perso valore per via dello scandalo delle tangenti in Algeria. “Siamo preoccupati per la vicenda Saipem: in meno di tre settimane Eni ha bruciato 7 miliardi di capitalizzazione in Borsa, vanificando i progressi che erano stati fatti con la separazione da Snam. Un peccato perchè Goldman Sachs, JP Morgan e anche Deutsche Bank avevano messo Eni nella lista dei titoli top in cui investire assolutamente quest’anno”, è quanto sostiene Eric Knight, rappresentante del fondo che possiede partecipazioni in numerose aziende strategiche europee. (1)
Dunque Knight Vinke, già regista dell’operazione di scorporo della Snam, propone anzi impone di scorporare dall’Eni anche la Saipem. La cosa sarebbe fattibile in tre diversi modi, ma di questi di fatto solo uno sarebbe praticabile nell’immediato. Si può cedere Saipem, ma col valore della società appena crollato d’un terzo sarebbe solo un atto autolesionistico, così come piazzare sul mercato il 43% della società: ipotesi da evitare per le medesime ragioni. La terza opzione, quella caldeggiata dal fondo, è di scindere Saipem distribuendone le azioni agli azionisti di Eni, compreso lo Stato “che a differenza del caso Snam [stavolta] non sborserebbe nulla”, dando quindi loro la libertà di scegliere quali titoli mantenere nel portafoglio. Dove risiederebbero gli svantaggi? Prima di tutto l’Eni si troverebbe a rinunciare ad una società che lo stesso fondo Kinght Vinke definisce “solida e con un posizionamento di mercato eccellente” solo per deconsolidare 4,3 miliardi di debito. Il consiglio di Eric Knight ad Eni è di farsene una ragione e concentrarsi sul core business, a cominciare dalle ottime operazioni in Mozambico. Quanto a Saipem, se diventasse indipendente da Eni potrebbe assicurarsi un solido e prospero avvenire negli Stati Uniti, dove è stata sviluppata una tecnologia d’estrazione del gas non convenzionale (shale gas) che ha permesso di ridurre fortemente i costi e che consentirà agli Usa di diventare esportatori netti entro la fine del decennio.
In parole povere, il fondo Knight Vinke (avente sede a Manhattan, cosa da non sottovalutare) spinge per uno scorporo di Saipem da Eni per assicurarle un futuro tutto americano, non solo nelle attività ma anche e soprattutto nella proprietà.

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IL POZZO ED IL FONDO

 

Di Gianni Petrosillo

C’è un pozzo e c’è un fondo. Il pozzo viene svuotato a secchiate ripetute ed il fondo attira la sua liquidità per lasciarlo a secco. Quel pozzo è l’Eni (conglomerata nazionale del settore idrocarburi), quel fondo è il Knight Vinke che da 6 anni detiene una quota dell’azienda di San Donato, vicina all’1%.

E’ da sei anni che questa strana creatura finanziaria, con sede a New York, s’immischia nella gestione e nelle scelte industriali ed economiche del cane a sei zampe per strappargli la coda e mordergli i polpacci.

6-6-6, il pozzo ed il fondo, un cane che sputa fuoco e profitti, i canini aguzzi della speculazione al collo. Sembra un racconto di Edgard Allan Poe ma è soltanto la realtà ai confini dell’ irrealtà di questa Penisola vilipesa, presa alla gola dai vampiri della borsa e dai lupi mannari della Grande Finanza. Ultracorpi del denaro controllati da centri politici che ci Usa-no e poi ci gettano.

Questi mutanti hanno due facce, come il giano bifronte, tutti concorrenza, antimonopolio, libertà economica, laissez faire et laissez passer alla luce del sole ma appena cala l’oscurità i filantropi diventano licantropi affamati e si muovono con ben altre e pericolose intenzioni. Dispensano belle parole al mattino per carpire l’ingenuità altrui ma agiscono come fantasmi notturni poiché sanno che il business, soprattutto quello strategico, non è un pranzo di gala. Quest’ultimo semmai viene dopo per trastullarsi del successo raggiunto.

Ne parlava anche il Sole24ore di ieri: “È decisamente una strana storia quella di questo fondo attivista che raccoglie i soldi dei fondi pensione nordamericani e li investe in large cap dell’energia e della finanza della Vecchia Europa, dove ha condotto con discreti successi le sue battaglie, intervenendo nella fusione tra Royal Dutch e Shell Transport, nel take-over di Electrabel da parte di Suez, nel successivo merger tra Suez e Gaz de France e nel cambio di governance e strategia di Hsbc. Oltre che, ovviamente, nella “separazione” di Eni da Snam”.

Già, Knight Vinke vuole sbranare l’Eni e per farlo deve prima indebolire la bestia sestupede, deve convincere gli altri azionisti privati che occorre tagliare i rami secchi, liberarsi di ciò che non è strettamente core business, fare cassa per aumentare cedole ed investimenti. Qualche anno fa Eric Knight, fondatore di Vinke Asset Management, chiese in una nota indirizzata ai vertici dell’Eni lo spezzatino del gruppo, la separazione tra attività upstream e downstream che disperdevano energie e non davano i risultati auspicati. L’obiettivo era la rete di Snam che poi è passata alla CDP, non proprio quello che intendevano a Manhattan, ma un buon passo avanti per loro ed una decina indietro per noi.

Ora il bersaglio si chiama Saipem, stessa canzone, stesso ritornello. Si richiede lo spin-off della collegata di Eni, leader nei settori dell’industria petrolifera onshore e offshore. Parliamo di una compagnia all’avanguardia che opera sinergicamente con la casa madre e non si capisce, o meglio s’intende perfettamente, come mai si deve rompere questa combinazione ottimale in nome di leggi astratte e concrete pretese antinazionali.

Adesso che il Belpaese è nel caos – senza un governo stabile ed in preda a forze politiche come il M5S, le quali, più di chi ha finora amministrato malamente i gioielli industriali pubblici, conducono battaglie acritiche contro i monopoli pubblici e per la frammentazione proprietaria – i pirati oceanici tenteranno il colpo grosso.

Resistere, resistere, resistere. Per l’Italia, per il suo prestigio e per il benessere della nostra collettività.  Cedere ancora significherebbe mettere a repentaglio tutti gli asset strategici di Roma e diventare definitivamente una provincia colonizzata.

 

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