Il paradigma cipriota

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di Giacomo Gabellini

Come è noto, il “paradiso fiscale” di Cipro, che con un Prodotto Interno Lordo di appena 17 miliardi di euro vanta depositi per circa 70 miliardi (metà circa dei quali si stima appartengano a facoltosi cittadini russi, inglesi e greci) ed asset bancari per oltre 150 miliardi, ha recentemente informato l’Unione Europea di aver bisogno di circa di 17 miliardi di aiuti per evitare il fallimento delle banche. In tutta questa desolante vicenda c’è, innanzitutto, da chiedersi per quale ragione la “virtuosa” Europa, a partire dagli inflessibili rigoristi presenti in Germania, abbia accettato di far entrare nell’euro quello che è un “paradiso fiscale” a tutti gli effetti, e come mai i tedeschi non abbiano posto come condizione fondamentale l’abolizione del sistema economico fondato sul dumping fiscale attraverso cui Cipro intende imporsi quale grande centro finanziario internazionale.
In secondo luogo, va sottolineato il fatto che Bruxelles ha offerto il proprio “aiuto” mettendo sul piatto 9 miliardi – che vanno a sommarsi al miliardo offerto dal Fondo Monetario Internazionale –  ad alto tasso di interesse, del “fondo salva-Stati” in cambio dei soliti, sostanziali “programmi di aggiustamento strutturale” che, secondo i calcoli degli eurocrati, dovrebbero consentire al Paese di incamerare gli altri 7 miliardi necessari (grosso modo equivalenti all’esposizione delle banche tedesche verso l’isola). L’imminenza delle elezioni tedesche, dove il Cancelliere Angela Merkel è sotto attacco da parte dei movimenti euro-scettici profondamente ostili ai salvataggi bancari attuati dalla BCE dietro sollecitazione di Berlino, rappresenta la ragione fondamentale per cui siano stati negati i 17 miliardi richiesti da Cipro a fronte delle migliaia di miliardi di euro concessi alle banche tedesche, francesi, olandesi, italiane, greche (ecc.) finite sull’orlo del fallimento. Sotto la supervisione dei commissari di Bruxelles, il governo di Nicosia diretto da Nikos Anastasiades ha varato una drastica manovra finanziaria improntata alla più brutale austerità, comprendente un prelievo forzoso del 6,75% da tutti i depositi bancari inferiori ai 100.000 euro e del 9,9% da quelli che superano tale cifra (una differenza di aliquota alquanto irrisoria, dovuta al non voler “punire” eccessivamente i grandi depositari) – qualcosa del genere era accaduto in Italia sotto il governo guidato dal “tecnico” Giuliano Amato, il quale si era “limitato” a prelevare il sei per mille. Ciò ha alimentato una repentina fuga di capitali (oltre 4,5 miliardi di euro in una settimana, 20 in totale dall’inizio del 2013) da parte dei più ricchi e “ben informati” correntisti – per cercare di bloccare la quale la Banca Centrale Cipriota ha decretato la chiusura per diversi giorni delle banche private presenti sull’isola – e una corsa agli sportelli da parte dei correntisti, spalancando le porte alla prospettiva del temutissimo “effetto domino” suscettibile di estendersi a tutta in tutta Europa, ed oltre. Non a caso, il presidente russo ha parlato di “tassa” «Ingiusta, poco professionale e pericolosa» (1). La discesa in campo del Cremlino è legittimata dal fatto che, nel 2011, la Russia era stata invitata dalla stessa Unione Europea – allarmata dal fatto che il debito accumulato da Cipro era denominato, a differenza da quello greco, in contratti di diritto anglosassone che proibiscono la decurtazione del valore nominale dei titoli (haircut) – a contribuire al “salvataggio” dell’arrancante economia cipriota, cui Mosca accettò di concedere un credito di 2,5 miliardi di euro. Per questo motivo il  ministro delle Finanze Anton Siluanov ha tuonato: «Avevamo un’intesa con i nostri colleghi dell’Eurogruppo che avremmo coordinato le nostre azioni. Il nostro ruolo era quello di un possibile alleggerimento delle condizioni per ripagare il prestito concesso in precedenza. Dal momento che la decisione dell’Eurogruppo di imporre una tassa sui depositi bancari è stata presa senza consultare la Russia, ci riserviamo di esaminare ulteriormente la questione della nostra partecipazione in merito ai termini della ristrutturazione del precedente prestito» (2).
Ma l’imprevista bocciatura, da parte del parlamento cipriota, del piano presentato dal governo ha costretto il ministro delle Finanze di Nicosia a volare a Mosca per chiudere aiuto alla Russia, proponendo l’allungamento dei termini (fissati per il 2016) di restituzione del prestito di 2,5 miliardi accordato dal Cremlino nel 2011, nonché l’erogazione di un ulteriore credito agevolato (si parla di 5 miliardi di euro a un tasso del 4,5%) sufficiente a alleviare la drammatica situazione economica dell’isola. Il coinvolgimento della Russia è dovuto anche (e soprattutto) alla notevole esposizione di banche ed aziende russe (oltre a diversi oligarchi), che risulterebbero le più colpite dalla manovra targata “troijka”. L’esternazione del presidente russo, pienamente consapevole del fatto che la diplomazia è scarsamente credibile se dietro di essa gli avversari non intravedono l’ombra delle armi, acquisisce peraltro un particolare significato alla luce dello schieramento di diverse fregate russe che rimarranno “permanentemente” nel Mediterraneo, facendo la spola tra l’isola levantina e il porto siriano di Tartus. Il messaggio (non troppo) implicito inviato da Mosca attraverso le parole di Siluanov e il dispiegamento delle fregate al largo di Cipro testimonia l’intenzione, da parte di Mosca, di porre serie condizioni per accettare il piano imposto da BCE, Commissione Europea e FMI. E ciò che Cipro è in grado di offrire sono i ricchi giacimenti gasiferi al largo delle sue coste, che Gazprom sarebbe entusiasta di gestire in modo da assicurare a Mosca il controllo totale del mercato energetico europeo, irrobustendo ulteriormente il già solidissimo legame di dipendenza che intercorre tra Russia e “vecchio continente” – il quale costituisce l’incubo dei pensatoi atlantisti. Si tratterebbe di un suicidio politico in piena regola per l’Unione Europea, che rinuncerebbe in tal modo a quel poco di autonomia energetica di cui dispone nonché – vista e considerata la posizione geografica occupata dall’isola, prossima a Turchia ed Africa settentrionale – a uno dei fondamentali snodi geopolitici di tutto il Mediterraneo.
Il Financial Times sostiene che il prelievo forzoso sia il risultato di fortissime pressioni esercitate dai tedeschi, i quali avrebbero imposto le proprie ragioni ai commissari europei. Il ministro delle Finanze di Berlino Wolfgang Schäuble deterrebbe la paternità del “piano di salvataggio” e sarebbe frutto dei suoi sforzi l’intesa tra il FMI e la BCE. La “tassa” sui depositi, imposta senza che fosse stata nemmeno ventilata l’ipotesi di adottarne una sulle transazioni finanziarie, è evidentemente finalizzata unicamente a scaricare sui correntisti ciprioti e i contribuenti europei i costi di rifinanziamento del settore bancario dell’isola, senza ristrutturare, differentemente rispetto alla questione greca, il debito accumulato dal Paese. La tesi relativa alla “strada tedesca” indicata dal Financial Times è supportata da una voce di corridoio secondo la quale la banca tedesca Commerzbank, controllata dallo Stato, avrebbe suggerito, esaminando la ricchezza media delle varie nazioni, di effettuare un prelievo del 15% sui conti correnti italiani; un salasso che porterebbe il debito pubblico al di sotto del 100% del Prodotto Interno Lordo e consoliderebbe la prassi operativa inaugurata con l’esperimento cipriota. Ciò che Putin si proponeva di scongiurare con il suo pubblico ammonimento rappresenterebbe, posta la veridicità della tesi di fondo, il fine ultimo dei promotori tedeschi, i quali starebbero sotterraneamente gettando le basi  per l’imposizione di una tassa patrimoniale europea a danno dei cittadini-correntisti appartenenti agli Stati debitori – il fatto che non sia stata immediatamente introdotta una garanzia sui depositi a livello europeo conferisce credibilità a questa ipotesi.
Tassare pesantemente i depositanti, invece che far perdere denaro agli azionisti, spalanca le porte a una prospettiva micidiale, poiché si corre, per l’appunto, il concreto rischio di insinuare il panico bancario ed innescare fughe di capitali dai Paesi in difficoltà (che attualmente sono Grecia, Portogallo, Spagna e Italia) verso quelli più  solidi, i quali avrebbero tutto l’interesse a richiamare i patrimoni stranieri abbandonando le nazioni più deboli a se stesse. Con il “pacchetto di aiuti” concesso a Cipro in cambio delle pesantissime misure d’austerità promesse dall’esecutivo di Nicosia, l’Unione Europea può “celebrare” il quinto “piano di salvataggio” di un Paese membro dell’Eurozona, attuato quasi integralmente a spese delle fasce più deboli della popolazione, le quali non potranno mai estinguere il debito contratto con l’Europa poiché, tenendo conto degli interessi, su ogni singolo cittadino cipriota graveranno circa 10.000 euro di debiti. Per Grecia, Spagna, Italia (ecc.) vale esattamente lo stesso discorso. L’esperimento cipriota potrebbe quindi rappresentare una prova tecnica volta a testare la reazione delle forze popolari ed individuare il punto di rottura oltre il quale si verifica la rivolta sociale.

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