L’inquietante banalità

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di Italo Romano

Ne siamo circondati, avvolti e spesso travolti. Sto parlando della banalità. Viviamo tempi di sintesi e semplificazione, dove ogni concetto, anche il più astruso, è banalizzato. Tutto sprofonda nell’abisso oscuro della mediocrità, o rasenta un insignificante piattume. La convinzione indotta è la migliore arma di banalizzazione di massa mai creata. Esse, oggi, sono strabordanti e si propagano alla velocità della luce, grazie ai grandi mezzi di diffusione di massa, vere fabbriche di convinti.
Spesso, però, la convinzione è una falsa credenza, dettata da una palese ignoranza, velata da uno pseudo fortino di arroganza mista a superficialità. Ciò porta a riassumere fatti, concetti e idee nell’unica forma possibile che consente questo modus vivendi, con la banalità. La persuasione subliminale ha creato questa dotta ignoranza che purtroppo riesce a far scadere ogni discussione nei soliti elementari archetipi del banale.

Saul Bellow nel suo romanzo biografico “Ravelstein” ha scritto che “la banalità è il travestimento di una potentissima volontà tesa ad abolire la coscienza“. Niente di più vero. Questo qualunquismo filosofico è premeditatamente presentato alle deboli menti,  la maggioranza, che si auto schiavizzano, scadendo in una condizione di servilismo. Un servilismo che si palesa nella più abietta forma, servo è fiero di esserlo, perchè essendo l’unica forma di vita conosciuta, è sicuramente la migliore. L’individuo diviene suddito perchè non riesce più a distinguere la finzione dalla realtà.

Chi sta dietro questo progetto di banalizzazione di massa deve essere un genio.

 

Sempre secondo lo scrittore americano, “il sistema esige la mediocrità, non la grandezza. Il sistema è basato sul lavoro. Il lavoro connesso all’arte è banalità“. Giusto. Ma io aggiungerei un nuovo pezzo del puzzle. Il sistema si è evoluto e ora si basa sul non-lavoro. Nel senso che intere generazioni crescono e vivono con il miraggio e l’utopia di un lavoro degno di essere chiamato con tal nome. Questo vivere di illusione ha creato una nuova schiera di schiavi. Presi per fame, essi elemosinano l’entrata tra le file dei devoti servi. La speranza è una catena invisibile che cinge polsi e caviglie.

Così anche lo scrivere, il dipingere, il comporre musica o qualsiasi altra forma d’arte è stata tramutata in lavoro. Niente di più banale. Da una mente compromessa da questa condizione, di certo, non può uscire nulla di geniale. L’arte ha bisogno di pace, amore e serenità. Mentre oggi è schiacciata da guerra, odio e mera apparenza. Le doti e le menti eccentriche sono devastate e uccise dalle richieste di mercato. La cultura è annichilita, standardizzata, amorfizzata e prosaicizzata. Anch’essa è stata sacrificata all’altare della banalità. Oggi l’istruzione sistemica crea burattini, persone prive di spunto individuale o criticità. Si covano, sin da tenera età, menti arrendevoli, disincantate e comuni. Si forgiano intere generazioni che mai e poi mai avranno in sè il seme della ribellione, perchè avvelenate e inertizzate della banalità. E oggi, la libertà vista con gli spenti occhi della mediocrità, non è altro che la libertà di scegliere tra la coca cola e la coca cola light o tra destra e sinistra o tra inter e milan. Chi mostra segni di insofferenza, chi esce fuori dagli schemi, chi si eleva, o tenta di elevarsi, al di sopra degli stereotipati canali è abbattuto, deriso, etichettato e isolato. Dal sistema? No, dalle sue creature. Oggi, chi ha creato questo mostro non ha più bisogno di intervenire (tranne per piccoli ritocchi o ammodernamenti). E’ una macchina che va da sè, in moto perpetuo, che si autoregola e auto genera, eliminando i corpi estranei.

Chi cerca di districarsi tra le sabbie mobili del mediocre e silenzioso vivere, è risucchiato e sprofonda inesorabilmente in una condizione di asocialità, che lo rende facilmente distinguibile, ergo identificabile, da ogni membro del sistema. Nel regno della banalità la grandezza non è contemplata, ma osteggiata e avvilita. La dittatura del capitale non ha fatto altro che amplificare e proliferare tutto questo nulla. L’uomo merce è quanto di più banale potesse essere pensato. Una meraviglia del creato usata come merce di scambio. La competitività ha formato un estremo e violento appiattimento delle condizioni di vita, banalizzando il pianeta e tutti gli esseri viventi, equiparando la maestosità della vita all’abisso della morte dei sensi. Perchè, se il metro di giudizio di un essere vivente è un pezzo di carta o un numerino sullo schermo di un computer, hanno ridotto il tutto al nulla e il nulla in tutto. Può esistere qualcosa di più banale?

 

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