Capire l’immigrazione nell’era globalizzata

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di Sebastiano Caputo

L’Immigrazione al servizio del Libero Mercato 

Il liberismo stesso è iniquo per sua natura e non in grado di stabilire un’armonizzazione organica della società e dello Stato di fatto oggi nella nuova realtà che stiamo vivendo ognuno è abbandonato a se stesso in nome dell’immortale principio: “Arrangiatevi nel grande mercato globale”.

Il globalismo è un’ideale che nel nome del Libero mercato, sta sollecitando gli Stati-nazione (principalmente europei) a cedere la propria sovranità politica, monetaria, militare e culturale e a far crollare qualsiasi tipo di frontiera, da quella economica a quella migratoria. Il Libero Mercato è divenuto in questi decenni un’imposizione ideologica che ha dimostrato che non esiste alcuna “mano invisibile” (alla Adamo Smith) in grado di migliorare la qualità della vita garantendo benefici per tutti.

Il liberismo stesso è iniquo per sua natura e non in grado di stabilire un’armonizzazione organica della società e dello Stato di fatto oggi nella nuova realtà che stiamo vivendo ognuno è abbandonato a se stesso in nome dell’immortale principio: “Arrangiatevi nel grande mercato globale”. Un mercato sul quale potranno essere spostati a piacimento, da Paese a Paese, merci e prodotti finiti, capitali e forza lavoro. Un mercato globale nel quale la presenza degli Stati, e un’economia di tipo misto, vengono considerati come un ostacolo da spazzare via. Un mercato nel quale varrà soltanto la legge del più forte e quella della maggior efficienza e dove considerazioni di tipo sociale saranno accantonate, ignorate e messe nell’angolo.

Come del resto è già presente nelle premesse fondanti del Libero Mercato. Così senza nessun tipo di frontiera economica, e con l’abbattimento dello Stato Sociale, attraverso liberalizzazioni, privatizzazioni e piani di austerità, il lavoratore-cittadino è il grande sconfitto nella grande giungla socio-lavorativa retta dalla sola logica di profitto. Il cancro si chiama “deregolamentazione” e “precarizzazione” – in una parola: liberismo – e si manifesta attraverso leggi sul lavoro degne di un girone dantesco. Il liberismo globale, che è agonismo di mercato, quindi di predazione, mette insieme soggetti forti e soggetti deboli, arricchendo gli uni (una minoranza) e impoverendo gli altri (la maggioranza).

L’immigrazione nell’era globalizzata: fallimento del “melting-pot” e allargamento della forbice sociale 

L’uomo sradicato dalla sua terra, fa il grande gioco della civiltà dei consumi (con la complicità della televisione e dei suoi modelli culturali) e di quella minoranza che, via il liberismo (e il lavoro in nero), si è arricchita in maniera esponenziale impoverendo tutti gli altri lavoratori.

Il liberismo globale non mette soltanto insieme soggetti forti e soggetti deboli della stessa nazionalità, ma anche agenti economici con lingua, tradizioni e costumi diversi. Non è un caso infatti che l’Europa sia il continente più afflitto dall’immigrazione: 1 milione e 400 000 ingressi l’anno, senza parlare di quelli illegali che si aggirano attorno ai 500mila; contro poco più di un milione nell’America del Nord (Usa e Canada insieme). Inoltre secondo un rapporto presentato al Parlamento europeo, già 45 milioni d’immigrati extra-comunitari vivrebbero in Europa. La Banca Mondiale, auspica di raggiungere nel 2050 un numero pari a 80 milioni d’immigrati per mantenere la popolazione attiva del continente nel suo stato attuale.

Questo flusso umano di forza-lavoro porta inevitabilmente gli immigrati o gli emigranti a scontrarsi con i locali e ad aggiungersi alla sterminata schiera dei nuovi poveri creati dalla globalizzazione dei mercati e dalla impossibilità dei Paesi avanzati del cosiddetto Occidente di fare fronte alla concorrenza dei Paesi emergenti, i quali basano la loro forza su un costo del lavoro bassissimo. Si crea così in molti Paesi europei e o post-industrializzati un confronto diretto tra cittadini nazionali e immigrati, fino ad arrivare al fallimento delll’integrazione e dell’assimilazione, ergo della società multirazziale e multietnica (il “melting pot”).

Ma soprattutto l’uomo sradicato dalla sua terra, fa il grande gioco della civiltà dei consumi (con la complicità della televisione e dei suoi modelli culturali) e di quella minoranza che, via il liberismo (e il lavoro in nero), si è arricchita in maniera esponenziale impoverendo tutti gli altri lavoratori (l’immigrato è disposto ad accettare un salario più basso quindi riduce il salario degli altri, costretti, nel nome della competitività di accettarlo).

Questo meccanismo architettato dai principi del Libero mercato, è portato avanti dal centro-destra e dal centro-sinistra congiuntamente. I due poli si sostengono a vicenda – inconsciamente o consapevolmente – da anni. La sinistra borghese e catto-comunista con la sua retorica umanista e benpensante (“gli immigrati fanno lavori poco qualificati che gli europei non vogliono più fare”) promuove l’arrivo di nuova manodopera (nuovi poveri), mentre la destra patronale (anche se in fondo l’intera elite economica non ha realmente un colore politico) la sfrutta a basso costo con la sua politica ultra-liberale.

Vendola: “L’immigrazione? Una risorsa”

Lo sfruttamento degli immigrati: l’esempio di Rosarno

Conclusioni

Per combattere questa condizione – diceva Simone Veil – è necessario “conservare gelosamente […] le gocce del passato vivente”, cosa che non ha nulla a che fare “con un orientamento politico reazionario”.

L’obiettivo che il filosofo del sociale deve dunque porsi è quello della ricerca della giustizia nei rapporti umani, intesa in senso universale. E se con socialismo si vuole intendere la via costante della redistribuzione delle risorse, il concetto “Nazionale” acquista senso in quanto adotta il parametro dell’etnia quale criterio di selezione della comunità di riferimento. Il quale non è l’unico possibile, ma è quello filosoficamente più accettabile. Lo sradicamento di un uomo – l’immigrato o l’emigrante – è una condizione storica che non riguarda solo la modernità ma anche popolazione antiche. Ebrei e Romani, per la Weil (ebrea francese) erano popoli sradicati e quindi sradicanti («chi è sradicato sradica»). Il modello statunitense (il “melting-pot”) e i suoi apprendisti stregoni lo sono nel mondo moderno. Per combattere questa condizione – diceva Simone Veil – è necessario “conservare gelosamente […] le gocce del passato vivente”, cosa che non ha nulla a che fare “con un orientamento politico reazionario”.

Fonte

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