Società del malessere

images (2)Una verifica empirica sull’andamento dei risparmi dei cittadini, condotta a livello europeo per via di una commissione della Ing Bank ed estesa a oltre 14 mila persone divise in tantissimi paesi (Austria, Belgio, Repubblica Ceca, Francia, Germania, Italia, Lussemburgo, Paesi Bassi, Polonia, Romania, Slovacchia, Spagna, Turchia e Regno Unito) ha evidenziato, numeri alla mano, un dato inequivocabile. Soprattutto, ci offre la possibilità di interpretare tale dato e dunque fare una previsione che a questo punto viene confermata in corso d’opera.

Ad effettuare il sondaggio è stato l’istituto tedesco TNS, e il quadro che ne esce non può essere frainteso: un terzo degli europei non ha soldi, circa la metà non riesce proprio a risparmiare, nel senso che spende tutto il denaro che ha – come in Italia e in Spagna – oltre ovviamente a quelli che pur spendendo tutto ciò che hanno non riescono in ogni caso ad arrivare alla fine del mese. Non solo: da quanto emerge dal sondaggio, vi sono più europei che dicono che sarebbero in grado di vivere dei loro risparmi per almeno tre mesi (49%), rispetto a quelli che invece affermano che non potrebbero in alcun modo (47%).

Insomma, anche per chi ne ha ancora, i risparmi stanno finendo, e visto che di lavoro ce ne è poco, una volta finito ciò che si ha da parte si apriranno le porte dell’indigenza.

Si tratta, anche solo a prima vista, degli ovvi effetti della crisi in cui siamo, ma molto più che solo a livello numerico, lo studio porta a evidenziare un cambiamento sensibile proprio dal punto di vista sociale. In altre parole, la crisi in corso e i suoi aspetti economici plasmano la società ben oltre i numeri.

Spieghiamoci: l’austerità imposta dai vari governi, ad esempio quello italiano e quello spagnolo, ha evidentemente relegato i due Paesi nella spirale recessiva che può solo avvitarsi su se stessa. Meno lavoro, meno denaro a disposizione e soprattutto, congiuntamente, visti i tagli allo Stato sociale, meno servizi. Il che significa che i pochi denari privati che si hanno (o che si avevano) vengono utilizzati esclusivamente, quand’anche bastassero e in molti casi non è neanche così, per soddisfare i meri bisogni primari. Non c’è il benché minimo margine per poter accedere a nulla di ciò che la società dei consumi sino a ieri poteva “consentire”. Altri interessi, che siano culturali o di hobbystica o di carattere ludico, semplicemente sono stati tagliati del tutto dalla maggior parte dei cittadini.

Ciò implica evidentemente un cambiamento paradigmatico che molti si ostinano a non voler comprendere neanche avendolo davanti agli occhi, e che è però da solo in grado di tratteggiare, già oggi, un modello di vita completamente differente rispetto a quello di ieri. Il che ha delle evidenti conseguenze non solo dal punto di vista patrimoniale e potremmo dire fisico, ma anche psicologico e spirituale.

L’accordo implicito della società dei consumi, sintetizzando al massimo ed esprimendoci in parole molto semplici, era quello di vivere in situazioni evidentemente alienanti (traffico, caos e accettazione di lavori che in larga parte umiliavano nell’intimo la persona stessa) ma in cambio offriva l’accesso al consumo. Ammesso e non concesso che il meccanismo fosse giusto e accettato – e in larga maggioranza lo era (sic) – ci si piegava a fare una vita in fin dei conti noiosa e poco soddisfacente, quando non anche decisamente faticosa dal punto di vista dello stress, e si veniva ripagati potendo accedere all’acquisto di una serie infinita di “cose”.

Oggi tale accordo è saltato: si continua a fare una vita poco soddisfacente, e anzi ancora di più di prima, visto che a favore della produttività e del contenimento dei salari si lavora di più, peggio e per stipendi che si riducono, e allo stesso tempo non si ha accesso più al consumo né si può sperare (a meno di credere al nulla) di riavere indietro, magari in futuro, in vecchiaia, ciò che lo Stato sino a ieri prometteva: pensioni, sanità, servizi.

In sostanza: si lavora – e male – e si sopravvive a malapena. E di qui in avanti sarò plausibilmente ancora peggio.

Dal punto di vista sociologico abbiamo dunque società che sono composte in larga maggioranza da individui insoddisfatti che non si possono permettere altro che lavorare come schiavi e quindi tornare a casa, per riposarsi pronti per la prossima giornata di guerra, in una situazione se non di stenti almeno priva di tutto quanto sia oltre la mera sopravvivenza. In altre parole, priva di tutto ciò che potrebbe dare un senso alla vita stessa.

Quali che siano le conseguenze di una società che volge alla tristezza e all’alienazione più profonda è difficile dire. Storicamente, in Europa, e in particolare in Germania, è facile ricordare dove sfociò, negli anni Trenta, una situazione generale di questo tipo. Ma per quanto riguarda i giorni nostri siamo solo agli inizi.

Fonte

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