Argentina: Repressione, lotte e sparizioni

1657536w300

La notte di lunedì 28 gennaio, vicini e lavoratori della fiera che funziona a Parque Centenario hanno indetto un’assemblea allertati perché il Governo della Città di Buenos Aires iniziava i lavori per circondare il parco quella stessa notte.Così, Parque Centenario, si sarebbe aggiunto agli altri 85 parchi della Città che possiedono inferriate e che vengono chiusi durante la notte.
Quando hanno iniziato a mettere la steccata, i vicini e i lavoratori hanno deciso di resistere. La polizia Metropolitana ha risposto con con pallottole di gomma e gas lacrimogeni. Siccome il governo di Macri ha considerato che le sue forse repressive non erano abbastanza, ha pensato di rivolgersi al governo nazionale, il quale ha risposto inviando la fanteria delle Forze Armate.
Quella notte sono stati effettuati 11 arresti, trasportati all’ 11°commissariato della polizia federale. Come successo nel caso del Parque Indoamericano, dove si sono riuniti per reprimere e uccidere 4 persone che richiedevano un tetto, rimane dimostrato, ancora una volta, che per la repressione Macri e Cristina non sono in disaccordo.
La notte seguente si è ripetuto lo stesso copione repressore, irrompendo nell’assemblea,fermando 3 persone e ferendone altre.
La politica di mettere inferriate nei luoghi pubblici la usano sia il governo della Città quanto il governo Nazionale. Una delle prime misure del governo Kirchner, a poco tempo dall’inizio del mandato, fu di transennare il parco più significativo per i lavoratori: Plaza de Mayo. Dopo il 2001, la classe sociale che è al potere e che ha eletto i Kirchner come rappresentanti, si rese conto che era poco sicuro- per loro- lasciare tale spazio aperto. Furono circondati con inferriate anche il Congresso Nazionale e altri edifici dove si decidono le politiche che si applicano sul popolo.
I Kirchner hanno usato in quel momento lo stesso discorso che usa adesso Macri: l’insicurezza. I primi hanno lasciato esplicitamente chiaro , con le inferriate, che quei posti non appartenevano ai lavoratori e che dovevano restarsene lontani. Da parte sua, Macri, colpisce il lavoro dei commercianti e ha anche come obiettivo mandare via da quegli spazi i giovani che si fermano lì per dormire, giocare o bersi una birra, e che si trovano di fronte la vera insicurezza: la polizia che li attende per provocarli e reprimerli. Come è successo a Jon Camafreitas a Plaza Mariano Boedo di Balvanera, dove fu perseguitato e fucilato , o come succede giornalmente nei parchi vicino all’Abasto (è uno dei più importanti centri commerciali ndr) dove la polizia è arrivata ad abusare sessualmente dei ragazzi che si fermano lì.
Il messaggio è chiaro: ci sono luoghi “pubblici” che non devono appartenere ai lavoratori ne ai ragazzi dei quartieri. Per questo vengono messe le inferriate. La nostra risposta è l’organizzazione e la lotta per riprenderci gli spazi che ci appartengono.


La tortura che non è tortura in democrazia.

Lo scorso due gennaio, nella località di Santa Sylvina, provincia del Chaco, Alexis Damian Espindola viene arrestato con l’accusa di furto. Dopo essere stato trasportato nel cortile interno della sezione, torturato e picchiato con pugni e calci da 4 agenti della polizia, tra i quali Pablo Sandoval.

Per poi venir trasportato in una cella dove continuarono le minacce. Il terrore esercitato dai poliziotti ha fatto sì che Alexis fuggisse per essere nuovamente arrestato dopo qualche ora in un quartiere vicino e riportato in commissariato. Lì lo misero a testa in giù dando inizio ad un’altra serie di colpi, con piedi e mani, ginocchiate ai lati del corpo, calci sul collo e colpi con le armi sulla fronte. Come risultato, oltre alle ovvie lesioni fisiche, soffre un trauma psicologico che gli impedisce di parlare.
Come sosteniamo sempre, la repressione statale ha bisogno, oltre che della polizia come braccio armato, di tutta una struttura incaricata di coprire, liberare e garantire l’impunità dei repressori. In questo caso non è strana la condotta del medico di guardia dell’ospedale che si è rifiutato di verificare il maltrattamento fisico. Prove che non mancavano dato che varie foto scattate dall’avvocato di famiglia mostrano la gravità dello stato del ragazzo.
Ma questo non è l’unico caso recente nella provincia. A Resistenza, i fratelli Cesar e Daniela Romero presentarono denuncia per torture e violazione contro la commissaria 4°. Prima fu detenuto Cesar usando come giustificazione dell’arresto il Codice di infrazioni. Quando Daniela si avvicinò alla commissaria in cerca di suo fratello, fu insultata, maltrattata , picchiata e obbligata a denudarsi senza personale femminile presente. Inoltre fu testimone di come veniva picchiato e insultato il fratello. Finalmente Daniela fu liberata e a Cesar venne fatta causa di attentato contro l’autorità.
Un’altra provincia che non resta indietro nei casi di tortura è Corrientes. Nella sezione di San Cayetano, più di 40 detenuti nel reparto di minima sicurezza furono violentemente repressi con pallottole di gomma e bastonati da parte di integranti della Squadra Tattica di Operazione Penitenziarie (ETOP).
Questi casi impuniti ratificano la tolleranza verso la tortura dello stato argentino, che assicura alle forze di sicurezza che il castigo sarà sempre il più lieve possibile, dando via libera a che si commettano delitti e violazione dei diritti umani.
E come se questo fosse poco le cose non vengono chiamate col loro nome. Declassificare la qualifica legale delle torture a umiliazione e sollecitazioni, così come gli omicidi qualificati diventano eccessi di legittima difesa o omicidi per negligenza, e restringendola ai poliziotti e non a tutta l’istituzione è parte di una maschera necessaria nel contesto democratico.
Da nord a sud, le forze di sicurezza statali, siano servizi penitenziari, polizia federale, provinciale, municipale, metropolitana, gendarmeria, prefettura o agenzie di sicurezza privata, torturano e uccidono con un unico obiettivo: mantenere l’ordine stabilito, coprendo le spalle e interessi di ricchi e disciplinando i poveri.


-Libertà ai prigionieri!
Dopo lo spiegamento propagandistico ufficiale della “Campagna Nazionale contro la violenza istituzionale”, la repressione si rincrudisce in lungo e largo tutto il paese, sommando una quantità enorme di casi contati in questi ultimi mesi. Tra le diverse manifestazioni della stessa polizia nazionale si trovano i compagni di Bariloche che continuano ad essere detenuti, cinque di loro con l’accusa di “istigazione” al saccheggio in seguito ad una retata , violenta, fatta tra i vicini dell’Altro, tre dei quali appartengono alla Cooperativa 1° di Maggio e tra i vicini dei quartieri più marginati. A questi prigionieri politici, si aggiungono altri sei compagni privati della loro libertà, dopo la repressione dispiegata durante il blocco della Strada nazionale 40 da parte della gendarmeria nazionale, sotto la direzione del giudice federale Leonidas Moldes, quando i compagni chiedevano la liberazione immediata dei primi detenuti.
La situazione dei compagni prende una piega sempre più complessa. Perseguiti fuori per le differenze sociali e lo sfruttamento che il sistema imprime, repressi per accampare e manifestarsi per poter garantire condizioni degne di esistenza, adesso si sommano i maltrattamenti e le condizioni inumane che subiscono nei luoghi di fermo. Per questo, le tre compagne detenute, Gisel Poblete, Catalina Lineros e Haydee Grande, hanno iniziato uno sciopero della fame, per denunciare la situazione e l’incomunicabilità in cui si trovavano, essendo loro negata la scarcerazione da parte del giudice Moldes nonostante due delle tre abbiano figli piccoli a loro carico. Con lo sciopero della fame e la diffusione della campagna di solidarietà si è riusciti ad ottenere gli arresti domiciliari.
Di fronte alla pressione delle mobilitazioni popolari, con manifestazioni in diversi punti del paese, Si è riusciti ad ottenere la libertà di cinque prigionieri Gabriel Anderete, Pablo Mansilla, Maximiliano Careaga, Blanca Grande, Patricia Santos e Carla Sanpirisi. Continua la lotta per la libertà di tutti e per la chiusura delle cause, contro la criminalizzazione della protesta sociale esercitata dal kirchnerismo.
Ma questo, di fronte alla scalata repressiva portata avanti dal governo nazionale dalla mano dei governi provinciali, CORREPI, che garantisce la sua presenza a Bariloche attraverso i compagni patagonici dell’ENA (Incontro Nazionale Antirepressivo), collabora con la difesa tecnica assunta dalla compagna Marina Schifrin, dell’Associazione Sindacale degli Avvocati, ed è stato presente, anche, insieme all’Incontro Memoria, Verità e Giustizia, e altri organismi dei diritti umani, nella conferenza stampa che si realizzò martedì 29 gennaio, di fronte alla segretaria dei Diritti Umani della Nazione dove abbiamo deciso di invitare congiuntamente ad aggregarsi alla mobilitazione che si terrà il 5 febbraio a Plaza de Mayo.


-Il governo della città contro i lavoratori che lottano

Un’altra volta, il governo di Macri mette in evidenza la persecuzione statale verso i lavoratori che, di fronte alla precarizzazione dei posti di lavoro, decidono di lottare per affrontare questi molteplici permanenti attacchi.
Questa volta è stato il turno dei lavoratori del programma BAP (Buenos Aires Presente), colpiti dal licenziamento e spostamento di una decina di compagni, tra i quali si trova tutta la giunta interna dell’ATE. (Associazione Lavoratori Statali, ndt). Il ministero della Modernizzazione viene denunciato dai lavoratori come l’incaricato di portare avanti tale politica, con Pedro Aparicio come uno dei principali responsabili. Questa persecuzione sindacale ha raggiunto anche le figure di due delegati della Direzione Generale del Museo, senza dimenticare il licenziamento di un lavoratore della sottosegretaria del Lavoro per essersi rifiutato di diffondere volantini del PRO (partito politico a cui appartiene il prima nominato governatore Macri, ndt) lo scorso dicembre. I lavoratori affrontano un’istigazione di lunga data per il chiaro motivo di voler svuotare questo programma (che dipende del ministero dello sviluppo) che lavora con persone in situazione d’indigenza.
La strategia di disarticolazione della lotta organizzata mostra i suoi diversi strumenti: licenziamenti, spostamenti compulsivi (con una logica di selezione tra i compagni delegati), criminalizzazione della protesta, insomma: violentare i diritti dei lavoratori che denunciano la precarizzazione a cui sono sottoposti una gran parte dei lavoratori statali, le pessime condizioni edili, stipendi bassi e gli ormai classici contratti spazzatura.
Niente di nuovo mostra il governo della città con queste pratiche, di fronte all’organizzazione dei lavoratori per difendere i loro interessi e quando lo stato agisce da padrone pone tutti i suoi sforzi per impedire che avanzi una lotta per migliorare e difendere i diritti.

-A quattro anni della sparizione di Luciano Arruga.
Da quando hanno detenuto, torturato e fatto sparire a Luciano, più di 25 persone hanno avuto lo stesso destino da mano delle forze della sicurezza dello Stato. Tutti loro formano parte dei 210 desaparecidos dello stato dal 1983 fino a fine del 2012.
Loma del Mirador è un esempio di quello che succede in tutti i quartieri del paese: l’insicurezza è la polizia nelle strade. Senza una struttura statale partecipando attivamente e proteggendo il crimine organizzato, i grandi fatti per l’insicurezza che vediamo tutti i giorni non ci sarebbero, dato che il traffico di droghe, il furto di auto, nelle case, sportelli bancari, la prostituzione, la tratta di persone e tutti gli affari illeciti che creano grandi guadagni sono organizzati e realizzati dallo stato attraverso le forze di sicurezza. Più poliziotti per combattere l’insicurezza? Quella “soluzione” suona a voler spegnere un incendio con la benzina.
Spesso la polizia recluta poveri giovani perché escano a rubare per loro offrendo a cambio droga o minacce. Luciano disse di no. Era lì, un povero ragazzo, un giovane che resisteva alla disciplina della polizia, un giovane che non voleva essere partecipe degli affari di chi lo reprimeva e perseguitava tutti i giorni. Tanto è bastato perché la polizia decidesse che Luciano era pericoloso, per poi procedere ad eliminarlo dalla mappa.
Dopo varie ingressi alla commissaria dove fu torturato, il 31 gennaio 2009 portarono via Luciano che non ritornò mai. Diremmo una bugia se affermassimo che non si seppe più nulla di Luciano perché invece si sa che è stato nella commissaria di Lomas del Mirador, si sa che fu torturato, si sa che quella notte le pattuglie non fecero il loro percorso programmato, si sa che venivano pressati ogni giorno dai poliziotti se si negavano a rubare per loro. Si sa, tutti lo sappiamo, che Luciano e altre 210 persone non sono assenti ne dispersi ma detenuti e fatti sparire dalle forze di sicurezza dello stato.
Luciano Arruga forma parte, anche, delle 78 persone sparite durante il governo dei Kirchner, che mentre falsamente sbandiera i diritti umani, è il governo che conta più casi di “grilletto facile”; è il primo che ottiene consenso sufficiente per militarizzare tutto il territorio e dispiegare una politica repressiva che include anche leggi anti-terroriste, “terziarizzazione “della repressione, repressione verso organizzazioni politiche e verso più di 20 compagni uccisi per aver lottato.
Da CORREPI siamo stati presenti il 26 gennaio a Lomas del Mirador, in supporto alla lotta di amici e famigliari di Luciano, che hanno deciso di non stare zitti e organizzarsi e lottare contro la repressione.


-Con o senza uniforme godono ugualmente dell’impunità.
Marcos Nahuel Arias, di 20 anni, fu ucciso a Mendoza con una pallottola nel torace da un poliziotto in abiti civili. Cristian Corvalàn, 23 anni, ha ucciso Gonzales Catan con un proiettile sparato in abiti civili. Ramòn Alberto Cruz, 35 anni, ucciso a Misiones da un altro senza uniforme; la pallottola, tanto per cambiare, era arrivata alle spalle. Julio Luna aveva 60 anni quando un federale in abiti civili gli sparò nel petto. A Mauricio Araujo, di 19 anni,alla fine gli fu messa anche un’arma da fuoco nelle mani nonostante le testimonianze dei vicini al massacro, in cui affermarono che ad ucciderlo erano stati due poliziotti in abiti civili che circolavano con una macchina non identificata, a Mar del Plata. A Moreno, Miriam Fronza, di 49 anni, ricevette uno colpo di pistola nella nuca per mano del bonaerense Claudio Fernando Vadalà, che non indossava la sua uniforme ma che guidava la sua splendida Hyundai Genesis del valore stimato di 200.000 pesos. La lista continua.
Questi casi sicuramente sono conosciuti. E’ questo è dovuto al fatto che, come ogni fatto repressivo, lo abbiamo denunciato, insieme ad mille di casi di grilletto facile che, allo stesso modo delle torture sofferte dai carcerati e i detenuti nelle commissarie, le detenzioni arbitrarie che soffrono i ragazzi dei quartieri poveri, conformano un sinistro spettro di violenza che scatena la classe dominante per disciplinare la classe lavoratrice e mantenerla azzittita.
In abiti civili erano anche i poliziotti che hanno sparato pallottole di gomma mentre picchiavano Claudio Morel Rodriguez, fatto avvenuto la settimana scorsa nella località di Avellaneda. Ha avuto la fortuna, non come nei casi prima elencati, di essere un famoso giocatore di calcio e quindi il caso ha avuto un grande risalto. Ha avuto questo risalto, inoltre, per l’orrore che ha causato in alcuni l’idea che un poliziotto in abiti civili potesse perseguitare e sparare a suo piacimento lungo la strada, senza essere identificato. Ma questo è qualcosa che in realtà non sorprende, non solo per gli esempi menzionati ma anche perché sappiamo che con o senza uniforme i poliziotti e tutte le forze repressive statali contano nell’impunità che solo un sistema di disuguaglianze e ingiustizia può garantire. E, chiaro resta, non è per nulla ma perché compiano liberamente il compito che è stato loro affidato: prendersi cura delle ricchezze di chi si appropria del lavoro altrui, sia attraverso la diffusione della paura nei quartieri che zittendo violentemente i canti di una marcia popolare che richiede dignità e minaccia il potere dei ricchi.
“Supponiamo che, con tutti gli accertamenti , le autorità metteranno in relazione questo con una certa brutalità poliziesca. Il ministero della Sicurezza della provincia di Buenos Aires ha agito velocemente e mi hanno notificato che le persone intervenute nel fatto, che sono due, sono rimaste sospese” questa è stata la dichiarazione di Florencia Arietto, responsabile della sicurezza del Club Atletico Independiete (la squadra a cui appartiene Rodriguez). Nessuna “brutalità della polizia” si nasconde dietro questo fatto e nessuna sospensione eviterà che questo continui a succedere. Sia giudici che pubblici ministeri, sicuramente, si incaricheranno di sistemare i due poliziotti dove più avranno voglia come succede con ogni repressore di questo sistema. Ma, come diciamo sempre, solo con l’organizzazione e con la lotta contro questa gigante macchina omicida possiamo uscirne: solo così potremo liberarci di coloro che ci perseguono e che ci sparano.

Fonte

Advertisements

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: