Saipem nel mirino

saipem

di Filippo Bovo

Come molti sapranno, Saipem è uno dei fiori all’occhiello dell’industria e della tecnologia del nostro paese. Nata dalla fusione tra Snam Montaggi e SAIP nel 1957, nel corso degli anni è divenuta una delle più importanti aziende a livello mondiale nella costruzione e manutenzione delle infrastrutture dell’industria petrolifera, operante in tutti e cinque i continenti in paesi chiave come Russia, Kazakistan, Algeria, Angola, Libia, Nigeria, Sudan, Iran, Qatar, Arabia Saudita, Cina, India, Indonesia, Brasile, Argentina, Ecuador, Venezuela e molti altri. Tra i suoi principali azionisti s’annoverano l’ENI col 42,930%, la Capital Research and Management Company col 4,908%, la FMR Llc col 3,450%, la Blackrock Inc. col 2,815%, la FIL Limited col 2,016%. ENI, che di Saipem detiene la maggioranza relativa, è a sua volta partecipata dal Ministero dell’Economia per il 20,321% e dalla Cassa Depositi e Prestiti per il 9,999%, il che fa di Saipem una società indirettamente controllata dallo Stato. I suoi bilanci, almeno fino ad oggi, sono stati esemplari.
Fino ad oggi, perchè nella mattinata di questo mercoledì è arrivata la doccia fredda che ha gelato l’ENI e con lei anche la Borsa di Milano: stamani il nuovo amministratore delegato, Umberto Vergine, e il direttore finanziario Giuseppe Caselli hanno annunciato al mercato d’aver rivisto al ribasso le previsioni degli utili per il 2012, così come quelle sui profitti e i ricavi per il 2013. Non bastasse questo, il fondo Fidelity ha ceduto il 2,3% del capitale di Saipem prima ancora che il taglio delle stime venisse comunicato ai mercati, provocando così una caduta in Borsa del titolo per un valore che corrisponde al 3% della sua capitalizzazione. A determinare le scelte dolorose compiute dal management di Saipem, il rallentamento degli ordini registrato nell’ultimo trimestre e il fatto che “le negoziazioni di nuovi contratti si concluderanno con esiti inferiori alle previsioni”. In pratica, i vertici dell’azienda prevedono un risultato operativo inferiore del 6% rispetto alle attese ed un utile netto che si fermerà a circa 900 milioni di euro.
Per il 2013 viene “prevista una riduzione molto significativa (circa l’80%) del risultato operativo rispetto al 2012”, a causa della “attività ridotta nei contratti ad alto margine che hanno sostenuto il 2012 in Medio Oriente, Nigeria, Algeria, che si cono conclusi o sono prossimi al completamento; ridotta marginalità per le condizioni di mercato estremamente competitive; ritardi nell’assegnazione di importanti contratti in Venezuela, Niger e Iraq”. Secondo il nuovo amministratore delegato, quindi, non si vedrà una piena ripresa prima del 2014. Difficile non pensare che anche i recenti e noti fatti libici non abbiano pesato sui bilanci dell’azienda.
Fin qui l’aspetto finanziario della vicenda Saipem. Per quanto riguarda l’aspetto giudiziario, non è che le cose vadano tanto meglio: a seguito dell’inchiesta sulle attività di Saipem in Algeria, l’ex amministratore delegato Pietro Franco Tali ha ricevuto un avviso di garanzia da parte della Procura della Repubblica di Milano. Tutto parte con un’inchiesta avviata nel febbraio del 2011 in merito a presunti reati di corruzione che avrebbero coinvolto le autorità nazionali e locali algerine. Nell’occhio del ciclone, prima ancora d’essere raggiunto da avvisi di garanzia, Tali ha rassegnato le dimissioni dal suo incarico nel dicembre dell’anno scorso, come anche sottolineato da una nota con cui Saipem ha voluto commentare la vicenda. Nel 2009 Saipem s’era aggiudicata un contratto da 580 milioni di dollari con l’algerina Sonatrach per la realizzazione del terzo lotto del gasdotto Gk3, un caso su cui sta indagando anche la magistratura algerina e che è costato l’incarico ai vertici della compagnia petrolifera d’Algeri. A sentire la stampa algerina, in cambio degli appalti erano stati erogati “servizi” e “commissioni” di vario tipo, compreso l’acquisto di ville ed appartamenti a Parigi ed Algeri.
E qui viene spontaneo chiedersi cosa determini lo zelo dei giudici italiani ed algerini: che in quel settore, e non solo in quello, la corruzione regni da padrona ogni qual volta ci si debba aggiudicare un appalto, è infatti cosa nota e risaputa. Qualcuno, probabilmente, ha fatto la soffiata: che si tratti della concorrenza “bruciata” da Saipem e Sonatrach? E’ una domanda a cui potremo dare una risposta solo quando, com’è probabile, anche Saipem seguirà lo stesso destino d’Ansaldo Energia e di altri gioielli dell’industria di Stato venduti, anzi svenduti, ai privati. Per la precisione, privati stranieri, gli stessi che oggi hanno tutto l’interesse ad affondare e mettere in difficoltà due per loro scomode rivali come ENI e Saipem.

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