Tutto è cominciato da quando non si chiama più “signora” una donna, né si dice più “mi scusi”

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C’è un film statunitense – lo ha osservato il missionario Fabio Ciardi -, «Non è un paese per vecchi», girato nel 2007 dai fratelli Coen, nel quale, dopo la solita orgia di violenza gratuita, lo sceriffo domanda a un suo collega come sia iniziata una simile spirale distruttiva; e quello gli risponde: «Secondo me, tutto ha avuto inizio a partire da quando non ci si rivolge più a una donna chiamandola “signora”, e nessuno dice più a un altro essere umano “Mi scusi”».

Come dire che la violenza cieca e selvaggia ha radici che partono da lontano: partono dalla maleducazione quotidiana, dai piccoli gesti strafottenti e dalle piccole parole sgarbate, o semplicemente ineducate; dal disuso e dalla dimenticanza delle buone maniere, che non sono – come troppo a lungo si è detto e ripetuto – un qualcosa di puramente formale, ma sono il segno visibile di una attitudine rispettosa verso il prossimo, di un riconoscimento della sua dignità intrinseca, che va al di là delle barriere di classe o di censo.

L’aver assistito indifferenti alla scomparsa delle buone maniere; l’aver tollerato che i ragazzi dessero del tu agli adulti e agli anziani; aver perso l’abitudine di chiedere “permesso “ o “mi scusi” e, con la scusa della fretta e del tempo che è tiranno, aver smesso di cedere il passo davanti a una porta, a un ascensore, a una rampa di scale, per farsi largo a gomitate, magari passando sopra agli altri: tutto questo ha contribuito a un graduale, quasi impercettibile processo di imbarbarimento, che abbiamo visto solo nel momento in cui le sue manifestazioni sono diventate insopportabilmente moleste e offensive, ma che era iniziato assai prima.

Anche la perdita del valore della bellezza ha contribuito per la sua parte: una televisione, una pubblicità, un cinema sempre più volgari, sempre più cialtroni, sempre più aggressivi, magari con l’alibi di una pretesa “autenticità” che è solo la foglia di fico per nascondere grossolanità e mancanza di ide, ci hanno abituati allo spettacolo quotidiano della bruttezza; e, un po’ alla volta, a chiedere a nostra volta bruttezza, e non bellezza; volgarità, e non finezza; cialtroneria, e non eleganza, intelligenza e creatività.

Non occorre pensare soltanto ai “reality show”; quasi tutto ciò che oggi passa per spettacolo e intrattenimento è un concentrato di stupidità, di cattivo gusto, di povertà espressiva: si pensi alle coreografie, ai balletti, alle danze in cui gli “artisti” si esibiscono con movenze scimmiesche, degne dell’uomo di Neanderthal – o forse peggio, per quel che ne sappiamo -, al ritmo assordante di musiche frenetiche e allucinanti, ghignando, mostrando la lingua, cercando di essere sessualmente provocanti (si fa per dire: niente è più anti-erotico di simili spettacoli).

E si pensi anche a certe espressioni di “arte” contemporanea: a certe architetture, a certe sculture, a certi quadri: gettate di cemento, di bronzo o di vernice, in cui trionfano forme sgraziate e colori  arlecchineschi, roba che sedicenti esperti proclamano il “non plus ultra” della modernità e della profondità esistenziale, ma che le persone comuni, se solo avessero il coraggio di esprimere le loro impressioni ad alta voce, trovano puramente e semplicemente brutte e sgradevoli, e, soprattutto, completamente prive di significato.

Un poco alla volta il gusto e la sensibilità delle persone sono stati anestetizzati, travisati, pervertiti: il brutto è diventato bello e viceversa; il falso è diventato, chi sa come, vero (magari con il sofisma, caro agli psicanalisti, che chi predica la “verità” è solo un ipocrita e un represso, che cela i suoi veri pensieri e sentimenti); il malvagio è diventato buono. Dal conformismo di massa si è passati all’anticonformismo di massa, cioè a una nuova forma di conformismo.

Chi vive sprofondato nel fango, non si rende conto di esserci in mezzo; solo chi ci è appena caduto se ne accorge; ma, per poco che incominci ad abituarsi, a considerare come immodificabile la propria condizione, preso o tardi finirà per tessere l’elogio del fango, per sostenere che il fango è la cosa migliore che ci sia, e guarderà con disprezzo e malcelata ostilità verso tutti coloro che nel fango non vivono, o che dal fango vorrebbero uscire.

Resta da capire come si sia giunti a una simile deriva, che non è la causa, ma, si badi, l’effetto di una crisi molto più profonda e che, senza dubbio, parte ancora da più lontano di quando si sono incominciate a trascurare le buone maniere.

Quello sceriffo diceva che, a un certo punto, si è smesso di rivolgersi a una donna chiamandola “signora”; ma come è avvenuta una cosa del genere? La risposta è semplice, anche se politicamente scorretta: da quando la cultura femminista ha preteso la parità di trattamento dei sessi. Le donne, a un certo punto, non hanno più voluto essere chiamate “signore”, né che gli uomini cedessero loro il passo davanti a una porta, o che offrissero loro il posto a sedere sul treno o sull’autobus: consideravano tali gesti come simboli di discriminazione, di arroganza, di dominio sessista. Ma, dall’abbandono dei segni esteriori del rispetto, si è passati rapidamente all’abbandono del rispetto in quanto tale; questo non era stato previsto, ma è accaduto.

Un discorso analogo si potrebbe fare per l’abbandono del “mi scusi”. Era un segno di cortesia: da quando è stato cancellato, in nome di un malinteso democraticismo egualitario, anche la cortesia in se stessa è tramontata, più in fretta dello scorrere di una generazione.

Non si tratta, lo ripetiamo, di semplice formalismo. Provate a interrogare un piccolo commerciante, diciamo un uomo di mezza età, cresciuto con un certo tipo di educazione e abituato a dare del “lei” ai suoi clienti. Vi dirà che, da alcuni anni a questa parte, tutti, a cominciare dai più giovani, hanno incominciato a interpellarlo con il “tu”, con una trasandatezza, con una noncuranza che, sulle prime, lo ha lasciato sbalordito. I genitori di quei ragazzi, condizionati da una idea erronea della spontaneità e della democrazia, non sono intervenuti quando sarebbero stati ancora in tempo per modificare l’atteggiamento dei loro figli; e poi, è stato troppo tardi.

Oppure provate a interrogare l’impiegato di un ufficio pubblico. Moltissimi utenti, ormai, gli si rivolgono dandogli del “tu”; gli sbuffano sul viso, se è lento ad eseguire il proprio lavoro (o se il lavoro da smaltire è, semplicemente, troppo per una sola persona); lo rimproverano sgarbatamente e polemizzano con asprezza se commette un errore, anche lieve; fanno apprezzamenti pesanti sulle sue capacità, si permettono giudizi che a malapena si potrebbero tollerare in casa, tra congiunti, oppure tra amici; e non parliamo di come gli si presentano davanti. Molti, semplicemente, puzzano: si fanno avanti con i vestiti impregnati di sudore rappreso ed emananti un terribile cattivo odore; altri si presentano con spilloni nelle guance o anelli piantati nella lingua; altri ancora ciabattano in pianelle o sandali infradito e ostentano pantaloni corti, magliette trasparenti che non lasciano niente all’immaginazione, pantaloni così bassi da mettere in evidenza le mutande o il perizoma: e il tutto con la massima indifferenza.

Chiedete, infine, a una maestra, a un catechista, spesso anche a un professore di scuola media. È considerato normale, ormai, che bambini e adolescenti si rivolgano all’adulto masticando gomma americana; che tengano bottiglie, lattine e bicchieri sul banco, come se fossero al bar; che non si alzino affatto e neppure salutino, quando l’insegnante entra nell’aula; che gli diano del “tu”, lo snobbino, continuino a fare il loro comodo, giocherellando o chiacchierando, come se lui non ci fosse, come se fosse trasparente. E domandante come reagiscono le famiglie se un bel giorno, esasperato, quell’insegnante si è permesso di mettere una nota allo studente maleducato; chiedetegli come quei genitori l’hanno presa, in che modo si son presentati non già a porgere delle scuse, ma a chiedere e pretendere spiegazioni.

Domandate a un professore delle superiori, o a un docente universitario, in che abbigliamento si presentano studenti e studentesse per sostenere un esame; chiedete loro dell’imbarazzo che provano davanti a quei ventri scoperti, a quelle natiche debordanti dalla cintura dei pantaloni; e chiedete loro se non si siano sentiti umiliati davanti a quel miscuglio micidiale di sciatteria e di malizia, tale da farli sentire a disagio, sia che guardassero il candidato, sia che non lo guardassero, o che cercassero il modo di guardarlo facendo finta di niente, facendo finta che andasse tutto bene così, che non ci fosse niente di strano e che strani, semmai, erano loro, i professori, che non sapevano stare al passo coi tempi, che vedevano qualcosa di sbagliato in comportamenti considerati ormai perfettamente normali e perfettamente innocenti.

E, di nuovo: i genitori di quel ragazzo o di quella ragazza, al mattino, non hanno visto in che abbigliamento uscivano i loro pargoletti da casa, per recarsi a un appuntamento importante, come quello con un esame di Stato? Ma del resto, di che stupirsi, se perfino molti preti hanno rinunciato a sollevare la benché minima obiezione alle loro parrocchiane chi si presentano all’altare con la minigonna e l’ombelico scoperto, a fare la minima difficoltà alle coppie di sposi che trasformano il sacramento del matrimonio in una fiera delle vanità, loro e i loro parenti ed invitati, prendendo d’assalto la chiesa come fosse una discoteca o giù di lì?

Tutti gli adulti hanno lasciato perdere, davanti all’avanzare dei piccoli gesti di maleducazione quotidiana: i genitori, gli insegnanti, i sacerdoti; tutti hanno pensato che, in fondo, il “tu” è più spontaneo e democratico; tutti hanno pensato che correggere un tal modo di fare sarebbe equivalso a perpetrare una ignobile azione repressiva, a infliggere a quelle povere, innocenti creature un trauma intollerabile.

Gira e rigira, si torna sempre lì: al mito del buon selvaggio di Rousseau e a tutte le altre sciocchezze e cialtronerie illuministe. Ma l’Illuminismo ha prodotto la Rivoluzione francese e la Rivoluzione francese è il cardine del mondo moderno: dunque, ciò che viene da quella parte è il Bene, DEVE essere il Bene, sempre e comunque; e ciò che sottintenda anche solo una critica parziale, per forza di cose è il Male: ossia le tenebre dell’oscurantismo, e, per soprammercato, dell’autoritarismo repressivo e reazionario. E il ’68, poi, ci ha insegnato – è penetrato ormai nei nostri cromosomi – che è proibito proibire, che libertà non fa mai rima con responsabilità, che tutto va bene purché sia “libero” e “spontaneo” – «let it be», lascia che accada, cantavano i signorini Beatles, e tutti ad applaudire e ad andare in deliquio davanti ai quattro ragazzi inglesi con i capelli lunghi e la chitarra, fatti baronetti dalla regina Elisabetta (e ci mancherebbe altro, con tutti i soldi che hanno portato alla patria riconoscente, vendendo milioni e milioni di dischi in ogni angolo del mondo).

Arrivati a questo punto, la domanda è se si possa risalire la china, se si possa ritornare al mondo dei valori, incominciando dalla riscoperta e dal ripristino delle buone maniere, e arrivando fino a una completa inversione di tendenza riguardo ai fini e agli scopi della vita, tanto nella sfera del singolo, quanto per la società nel suo complesso.

Ovviamente non esiste una risposta, a meno di possedere la magica sfera di cristallo; però esiste la risposta che ciascuno di noi può dare, cominciando dal proprio piccolo, nell’ambito della vita d’ogni giorno, nelle relazioni con l’altro e con se stesso – perché quando qualcosa non va con le relazioni che si hanno con l’altro, ciò significa che qualcosa si è incrinato, o forse non è mai andato per il verso giusto, nella relazione dell’anima con se stessa. La disarmonia del rapporto che abbiamo con il mondo è il riflesso della disarmonia del rapporto che abbiamo con noi stessi: questa è la legge e da qui dobbiamo ripartire.

L’uomo contemporaneo non è in pace con se stesso: per questo è così facile preda di tutte le mode, di tutte le sette, di tutti gli umori, ma specialmente degli esempi più stupidi e volgari, dei comportamenti più cialtroni e superficiali: quelli, appunto, che non richiedono alcuna intelligenza, né un minimo di sensibilità; quelli nei quali è più facile portare in superficie gli egoismi più profondi, le tendenze più sordide e sgradevoli che albergano nell’anima.

La prima cosa da fare, dunque, è imporre silenzio in noi stessi, ascoltare le voci più autentiche, che bisbigliano talmente piano, da non essere mai udite se si trascorriamo tutta la nostra vita in mezzo al frastuono della cosiddetta civiltà moderna.

La seconda cosa da fare è ascoltare bene quelle voci: ci parleranno di bontà, di bellezza, di verità; e ci spingeranno sulla strada giusta, con istinto infallibile, purché respingiamo il ricatti dei cattivi maestri, della “sapienza” del mondo, che di quei valori ama farsi beffe.

La terza cosa è, come diceva S. Agostino: «ama, e fa’ quel che vuoi»: perché chi possiede l’amore, quello vero, potrà sbagliare, ma nei dettagli, non in ciò che è essenziale – qualunque cosa accada…

 

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