C’è una congiura internazionale contro l’Italia?

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di Francesco Lamendola

Il fatto che a sostenerlo sia Silvio Berlusconi, personaggio (a ragione) screditatissimo sia in patria che all’estero, può farla prendere per una delle tante buffonate cui ci ha abituati negli ultimi diciotto anni di vita politica: eppure ci sono forti probabilità che sia vero.

L’Italia è vittima di un complotto internazionale per tenerla in un perenne stato di minorità, per impedirle di aspirare a un ruolo più alto e più degno di lei sulla scena della politica mondiale. Così hanno deciso le grandi banche, le agenzie di rating e le maggiori potenze occidentali, prima di tutte quella che a torto viene sempre descritta come la nostra sorella latina: la Francia.

Ciò risale indietro nel tempo, almeno fin dal 1861, anno della nascita del Regno d’Italia come stato indipendente e  sovrano. La cosa non piacque ai nostri cugini d’Oltralpe, ma all’epoca avevano altre grane a cui pensare, la minaccia prussiana a sul Reno e, poi, la sconfitta di Sédan e la tragedia della Comune di Parigi. Ma ci misero poco a riprendersi e a fare di tutto per ostacolare il nuovo ruolo internazionale dell’Italia, fin dal colpo di mano su Tunisi, nel 1881, precedendo d’un soffio una analoga mossa italiana, tanto più fondata di quella francese, sia sul piano della necessità economica (in Tunisia era presente una grossa colonia d’immigrati italiani), sia su quello strategico (data l’estrema vicinanza di Tunisi alla Sicilia).

Sarebbe lungo l’elenco delle manovre con cui la Francia ha fatto di tutto per impedire all’Italia di contare qualcosa sul piano internazionale, affermandosi come grande potenza: basti ricordare le armi fornite all’Abissinia, che poi si rivelarono decisive per la nostra sconfitta di Adua, o il contrabbando di armi a favore degli Arabo-Turchi durante la guerra di Libi, fatto proprio sotto il nostro naso. Nel 1914-15, però, con i Tedeschi attestati a cinquanta chilometri da Parigi, l’amicizia dell’Italia apparve utile ai “cugini” francesi, i quali corteggiarono e circuirono abilmente Salandra con il patto di Londra; salvo poi, a Versailles, trattare il nostro Paese come il classico parente povero, cui si centellina avaramente perfino ciò che era stato promesso. Anche Fiume ci venne negata, contro il principio di autodeterminazione dei popoli, complice la politica filo-jugoslava di Woodrow Wolson (in barba ai quattordici punti) e la solita posizione pilatesca della Gran Bretagna; e ciò a dispetto del fatto che l’Italia aveva sofferto 650.00 morti e danni incalcolabili nella guerra comune contro i suoi ex alleati, la Germania e l’Austria-Ungheria.

La Gran Bretagna, a sua volta, teneva d’occhio la situazione con gelosa preoccupazione per i suoi interessi nel Mediterraneo, del quale stingeva le due chiavi di Suez e Gibilterra: non era nemmeno nel suo interesse un’Italia troppo forte, specie sul mare. Il Mediterraneo era il suo “giardino di casa” della Royal Navy, come il Mar dei Caraibi lo è per gli Stati Uniti d’America: perché da Suez si entrava nel Mar Roso e si controllavano le rotte per l’India, l’inestimabile gemma dell’Impero britannico.

Era perciò interesse tanto della Francia, quanto dell’Inghilterra ridurre al minimo il peso internazionale del nostro Paese: politica che si sarebbe puntualmente ripetuta con il trattato di Parigi, dopo la seconda guerra mondiale, relegandoci definitivamente nel Limbo di grande potenza mancata. Solo per un momento, nel 1935, l’Italia venne presa sul serio: quando Mussolini aggredì l’Etiopia, nonostante la contrarietà britannica e nonostante le sanzioni della Società delle nazioni. Questo è un discorso che, oggi, non piace, pure bisogna farlo: non si può giudicare quella vicenda con le buone intenzioni degli spiriti democratici che ragionano sempre a senso unico, vedendo tutto il male nel fascismo e tutto il bene nelle democrazie occidentali. Francia e Gran Bretagna si erano spartite quasi tutta l’Africa: al loro confronto, l’impero coloniale italiano era cosa ben modesta. Eppure nessuna delle anime belle che hanno censurato aspramente, allora e oggi, l’impresa etiopica, ha mai speso una parola per stigmatizzare con altrettanta convinzione le rapine coloniali anglo-francesi, talvolta anche a danno di popoli europei – come nel caso dei Boeri del Sudafrica, aggrediti senza alcuna valida giustificazione dall’Impero britannico, se non per pura e semplice brama di oro e diamanti.

Le anime belle che si sono formate nel cima della Vulgata democratica e resistenziale fingono di non sapere che ogni azione politica deve essere valutata nel proprio preciso contesto storico, e non in base a criteri di giustizia astratta; e che, cosa ancor più importante, non si possono usare due pesi e due misure, una quando si tratta di dipingere a tinte fosche ciò che viene fatto dalla parte politica che non piace, una per scusare ed assolvere ciò che è opera di quella con cui ci si identifica.

Sarebbe bello se la politica internazionale fosse un party fra gentlemen, come s’immaginano, appunto, le anime belle che vedono da un occhio solo; ma così non è. Nella politica internazionale vige una lotta senza quartiere, in cui i più forti, pur combattendosi fra loro, lottano anche per tenere ai margini, lontano dalla spartizione del banchetto mondiale, i nuovi arrivati. Così le vecchie potenze imperiali, più gli Stati Uniti che si accingevano a raccoglierne l’eredità, si regolarono nei confronti della Germania, dell’Italia e del Giappone. Queste ultime tre nazioni erano giunte in ritardo sulla scena della politica mondiale e non è un caso se finirono per stringere alleanza tra loro nel patto Tripartito. Ci si vuol far credere che ciò corrispondeva a una intima necessità storica, vista la somiglianza ideologica dei tre regini in questione: ma è falso. C’erano ben poche affinità tra il fascismo italiano e il nazismo tedesco, e praticamente nessuna fra questi due sistemi politici e quello giapponese. L’alleanza fra le tre nazioni nasceva da ragioni oggettive di carattere internazionale: giunte per ultime sulla scena mondiale, quando la tavola era stata già quasi sparecchiata, non si rassegnavano ad accontentarsi delle briciole. Volevano il loro posto al sole, come già se l’erano conquistato le altre. Che poi l’Italia abbia finito per gettarsi nelle braccia della Germania nazista, ciò fu in gran parte il risultato della politica anglo-francese, che la spinse deliberatamente in quella direzione. Perché la vicenda del 1935 aveva insegnato una cosa a Londra, a Parigi e a Washington: l’Italia doveva essere punita in modo esemplare, perché scordasse una volta per sempre la sua “assurda” pretesa di non subire più la condizione di prigioniera nel Mar Mediterraneo, il mare di casa sua.

L’indignazione dell’opinione pubblica contro l’Italia al tempo della guerra d’Etiopia fu puramente strumentale: si voleva contestare all’Italia il diritto di ottenere anch’essa il proprio posto al sole, utilizzando ragioni di ordine morale che i suoi grandi censori, la Francia e la Gran Bretagna, non avrebbero dovuto osare nemmeno sussurrare. Entrambe avevano compiuto ogni sorta di atrocità nella conquista dei rispettivi imperi coloniali, ogni sorta di azioni banditesche. Né gli Stati Uniti, con la guerra di conquista ai danni del popolo filippino, avevano le carte molto più regola di esse, per farci la morale; e non pariamo né dello sterminio dei pellerossa, né della schiavitù dei neri nelle piantagioni di cotone.

Nel giugno del 1940 Mussolini giocò il tutto per tutto e puntò sulla carta sbagliata. Il destino di un popolo non si dovrebbe giocare alla roulette; ma, in quel momento, è difficile capire che cos’altro avrebbe potuto o dovuto fare l’Italia, qualsiasi governo avesse avuto in quel momento, davanti alle strepitose vittorie tedesche e alla probabile sconfitta anglo-francese. Restare neutrale? Hitler si sarebbe vendicato. Unirsi alle democrazie occidentali? Erano state proprio esse a sospingere l’Italia nell’abbraccio fatale con i Tedeschi. Altro che pugnalata alle spalle della Francia. Ogni nazione, nei momenti decisivi della storia, ha il diritto di badare al proprio interesse nazionale, infischiandosene di tutto il resto. Così è sempre stato: così era stato anche nell’agosto-settembre 1939, quando Hitler e Stalin si spartirono la Polonia. Perché non si parla mai della pugnalata alla schiena della Polonia da parte dell’Unione Sovietica? Forse perché questo getterebbe un’ombra poco simpatica su quest’ultima e sui suoi zelanti ex simpatizzanti nostrani? Non si dimentichi che, quando i carri armati russi invasero Budapest nel 1956 e la immersero in un bagno di sangue, un certo Giorgio Napolitano scriveva enfaticamente che i Sovietici, con quella azione, stavano dando un contributo inestimabile alla stabilità e alla pace mondiali. Queste sono le persone, queste sono le idee con cui si è costruita la Vulgata democratica e resistenziale, dopo il 1945.

I simpatizzanti delle democrazie occidentali hanno la coda di paglia altrettanto lunga di quella degli ex comunisti. La Standard Oil faceva affari d’oro sia con le potenze democratiche, che con la Germania hitleriana: e questo è un fatto. Se poi qualcuno vuol credere ancora alla favola di un Occidente intrinsecamente buono e desideroso di difendere la libertà del mondo e di un Tripartito tutto brutto, sporco e cattivo, buon pro gli faccia. Ma la verità è che, nella crisi mondiale del 1939, non c’erano i buoni contro i cattivi: erano tutti cattivi.

Con il Trattato di Parigi del 1947 l’Italia venne trattata come meritava: non solo come potenza sconfitta, ma come potenza che aveva perso la faccia. L’aveva persa con la tristissima vicenda dell’8 settembre 1943, con il voltafaccia politico-militare e con la miserevole pretesa di sentirsi anch’essa un po’ vincitrice, non si sa bene di chi o di cosa, pretesa pagata a un prezzo esorbitante: quello di una guerra civile che ancora un paio d’ani dopo la sedicente Liberazione continuava a mietere vittime inermi per le strade e nelle case – e tutte di una parte sola, quella ormai sconfitta. Su tutte le questioni importanti – il destino della Venezia Giulia, quello delle colonie, quello della flotta – la nostra peggior nemica fu, come sempre, la Francia: ancora una volta alleata della Jugoslavia contro di noi. Stai Uniti e Gran Bretagna le tennero il sacco, senza però sporcarsi le mani, proprio come era avvenuto nel 1919 a Versailles.

Da quel momento, il nostro destino di grande potenza abortita fu segnato. Già Goebbels – che era certamente un criminale, ma non era uno stupido – aveva osservato nel suo diario, dopo la vicenda del 25 luglio del 1943, che gli Italiani non vogliono essere una grande potenza; ed era vero. Gli Italiani sono sempre stati più interessati a sbranarsi fra loro che a far fronte comune contro i pericoli esterni; anzi, si sono sempre vantati di chiamare in casa lo straniero per regolare i loro conti in sospeso. Così è stato anche con la guerra civile del 1943-45: si sono spalancate le porte agli Anglo-americani, che stavano riducendo in cenere le nostre città con i loro selvaggi bombardamenti aerei,  per chiudere i conti coi fascisti. La manovra era già incominciata fin dal 10 giugno del 1940: è da allora che pezzi grossi dell’industria e dell’esercito avevano cominciato a tramare contro la propria patria, preparando la sconfitta e vanificando il sacrificio di trecentomila soldati, aviatori e marinai caduti nel corso della guerra, insieme ai civili sepolti sotto le macerie. Una apposita clausola del trattato di pace faceva proibizione al governo italiano di perseguire simili traditori. In qualunque altro Paese, un simile contegno sarebbe stato inconcepibile: vincere una guerra civile con le baionette straniere sarebbe stato considerato un abominio e una calamità nazionale. Solo da noi la cosa è stata glorificata e trasformata in una leggenda luminosa, la leggenda dei buoni, senza macchia e senza paura, che riescono vittoriosi contro i cattivi. Solo i primi erano “veri” Italiani; gli altri erano scherani al soldo dello straniero (lo straniero tedesco, non lo stranero anglo-americano, perché questo era anch’esso “buono”).

Da quel momento, le grandi potenze occidentali hanno stretto un patto per tenere sempre ai margini l’Italia dai tavoli che contano, dove si decidono i destini del mondo e ci si spartiscono le materie prime e i mercati internazionali. Chi si oppone a quel patto è un uomo morto, come si è visto nel caso di Enrico Mattei. I governanti italiani sono “bravi”, “stimati” e “credibili” quando piegano il collo davanti a diktat delle banche, delle multinazionali e degli Stati usciti vincitori nel 1945, tutti ben decisi a vivere di rendita. L’arma principale di cui queste forze si sono servite per tenere l’Italia in stato di sudditanza è stato il ridicolo. I media francesi, inglesi e americani ci ridicolizzano ogni volta che accenniamo a fare qualcosa che sia suscettibile di mettere in discussione, anche solo minimamente, il nostri ruolo di potenza subalterna, a sovranità limitata.

È vero che troppe volte abbiamo fatto il loro gioco: uomini politici come Berlusconi ci hanno veramente coperti di ridicolo. Ma il ridicolo ce lo avrebbero rovesciato addosso comunque, se avessimo osato fare il più piccolo gesto di autonomia e di fierezza nazionale: dissentire dalla politica americana verso l’Afghanistan o l’Iraq, nel 2001 e nel 2003; dissentire dalla politica israeliana verso i Palestinesi; dissentire dalla politica francese, inglese a americana verso la Libia, nel 2011, nazione con la quale il nostro governo aveva da poco firmato un trattato di alleanza e collaborazione, e che pure si è unito all’aggressione della Nato.

La vergogna dell’8 settembre ci è rimasta attaccata addosso come un marchio, non ce ne siamo più liberati; l’eterna propensione nazionale all’auto-denigrazione ha fatto il resto. In nessun altro Paese al mondo si vive parlando perennemente male di se stessi, come da noi; in nessun Paese al mondo l’auto-disprezzo e l’auto-caricatura arrivano ai nostri livelli e mostrano una tale insistenza. Ne abbiamo fatto un mito alla rovescia, gelosamente coltivato: anche nel cinema, alla televisione, sulla stampa. Alberto Sordi, l’Albertone nazionale, è l’attorte-emblema di questo difetto del carattere nazionale: il piacere di umiliarsi, di rendersi ridicolo, di ostentare la propria buffoneria e cialtroneria. Per anni il pubblico italiano è stato invitato a identificarsi con la vigliaccheria dei personaggi interpretati da Alberto Sordi o con la buffoneria dei personaggi, anzi delle macchiette, interpretate da Totò. L’Italiano medio è migliore di così, molto migliore in verità; eppure abbiamo finito per identificarci con quel cliché. Facendo il più gran favore ai poteri forti internazionali, che ci vogliono perennemente umiliati e vergognosi di noi stessi, nonché perennemente relegati nell’angolo buio della scena internazionale.

Sarebbe piacevole se si potesse far finta, come amano credere le anime belle, che il nazionalismo è superato, che nel mondo del Duemila e nell’Europa della globalizzazione esso non è altro che un ricordo del passato. Ma non è così. La Germania, sconfitta assai più duramente di noi, ma non umiliata, perché non ha avuto l’8 settembre, è di nuovo al centro della scena; e così il Giappone. Noi, invece, non contiamo nulla sulla scena mondiale e Mario Monti non è che l’uomo di fiducia delle banche e della signora Merkel, quasi un proconsole imposto dall’esterno. Sappiamo come è andato al governo e capiamo benissimo perché i mass–media internazionali parlano così bene di lui: fa tutto quello che vogliono i poteri forti, Banca Centrale europea in testa. Non si sogna di rinegoziare il debito che ci sta strangolando: si limita a scaricare il suo pagamento sulla classe media, che ormai è stata praticamente distrutta; e intanto ha mandato l’Italia in recessione. Ma questo alla signora Merkel poco importa; a lei basta che lo spread fra i titoli di Stato italiani e quelli tedeschi continui ad assicurare vantaggi cospicui al suo Paese, che si finanzia con il sangue e le lacrime dei nostri lavoratori e pensionati e con la distruzione della speranza per i nostri giovani in cerca di lavoro.

Ma l’Italia, si obietterà, conta pure qualcosa a livello internazionale; per esempio, fa parte del G-8. È vero: ma fin da quando nacque il G-7 (senza la Russia), nel 1976, la Francia aveva fatto di tutto per opporvisi; alla fine, ottenne che vi entrasse anche il Canada (in parte francofono), proprio per sminuire il significato dell’ingresso dell’Italia nel club dei “grandi”. Sappiamo che il nostro Paese è tagliato fuori dall’eventuale allargamento del Consiglio di scurezza dell’Onu, mentre vi entrerebbero Germania e Giappone, oltre all’India, al Brasile e perfino al Sud Africa. Eppure noi, effettivamente, in base alle nostre potenzialità, potremmo contare qualcosa: siamo pur sempre fra le prime dieci nazioni del mondo quanto a peso economico, per non parlare del prestigio culturale. L’Italia ha circa la stessa popolazione della Francia e della Gran Bretagna; è povera di materie prime, ma la sua economia è sostanzialmente sana, come attesta l’entità del risparmio privato. Le famiglie italiane non sono affatto indebitate come lo sono quelle americane o inglesi. Il debito pubblico italiano viaggia intorno ai 2.000 miliardi di euro, ma il risparmio privato italiano è di 9.000 miliardi di euro: una proporzione che farebbe crepare d’invidia molte altre grandi nazioni, se il governo fosse capace di farla pesare nelle sedi finanziarie e diplomatiche opportune. In alcuni settori industriali, inoltre, siamo pur sempre un Paese leader, capace di eccellenze universalmente riconosciute, perfino nel settore della tecnologia spaziale. E la scuola italiana, benché terribilmente in crisi negli ultimi anni, è pur sempre fra le migliori d’Europa –  o, se si preferisce, fra le meno peggiori. Un nostro studente di liceo non parlerà benissimo l’inglese, ma in quanto a filosofia, storia, letteratura, ne sa dieci volte di più che uno studente tedesco, inglese o francese, per non parlare di un americano.

Quel che ci tira in basso è il peso del ridicolo, il peso di una classe dirigente senza dignità e senza onore; gli scandali a ripetizione, la brevità dei governi, la mancanza di serietà e di efficienza della pubblica amministrazione. La nostra scarsa credibilità internazionale si traduce in scarsa propensione agli investimenti da parte del capitale estero: da noi ci sono troppe tasse, troppa burocrazia, troppa lentezza; e, per giunta, una malavita organizzata che la fa da padrona in aree sempre più vaste del Paese. L’evasione fiscale è a livelli astronomici, e intanto la pressione fiscale è tra le più feroci al mondo: i cittadini italiani versano al fisco una quota spropositata dei loro salari e delle loro pensioni, in cambio di servizi da Terzo Mondo. In compenso, i nostri amministratori e i nostri parlamentari sono fra i meglio pagati al mondo; e, non soddisfatti di ciò, indulgono al saccheggio sistematico del denaro pubblico sotto svariate ed ingegnose forme di finanziamento ai partiti, di appalti truccati, di pura e semplice corruzione. Il tutto restando pressoché impuniti e facendosi appositamente le leggi per restare intoccabili.

Sono queste le cose che ci tirano in basso e che vengono usate come altrettante armi, da parte delle grandi agenzie d’informazione internazionali, per dipingerci in maniera offensiva e ridicola. Queste, e in più la nostra mancanza di amor proprio, di coesione nazionale. Il pubblico tedesco, britannico o francese non avrebbe tollerato una vicenda come quella dei due marò processati e trattenuti in India come malfattori, dopo essere stati attirati con l’inganno in un porto indiano, a seguito di un incidente verificatosi in acque internazionali, mentre erano a bordo di una nave battente bandiera italiana e mentre indossavano l’uniforme dell’esercito italiano. In quei Paesi, non ci sarebbero più stati conservatori e progressisti, laici e cattolici, destra e sinistra: ci sarebbero sati solo cittadini tedeschi, britannici e francesi preoccupati e indignati per l’affronto fatto al proprio Paese. E la stampa, la televisione non avrebbero parlato d’altro, fino alla risoluzione della vicenda: avrebbero preteso dai propri governi dei passi concreti, delle azioni energiche, magari la rottura delle relazioni commerciali o diplomatiche con l’India o una formale richiesta di intervento da parte della Corte internazionale di giustizia delle Nazioni unite.

Ma questo, noi figli dell’8 settembre, non arriviamo a capirlo. Pensiamo che, con Monti, l’Italia abbia ritrovato chissà mai quale credibilità internazionale. Eppure, ogni volta che capita un caso come quello de due marò, o semplicemente come la scelta per la sede delle Olimpiadi, l’Italia sperimenta ogni volta il più desolante isolamento internazionale. Tutti ci voltano le spalle, perfino le nazioni più piccole o quelle che dovrebbero pur avere qualche debito di riconoscenza nei nostri confronti. Questi fatti dovrebbe pure insegnarci qualcosa.

E intanto mandiamo i nostri soldati a rischiare la pelle sulle montagne dell’Afghanistan e spendiamo cifre colossali per dotare il nostro esercito di aerei ultimo modello e di armi sofisticate. Ma queste spese avrebbero un significato se l’Italia avesse una politica estera fiera e coerente: così come stanno le cose adesso, stiamo solo facendo gli ascari degli Stati Uniti d’America. Nelle numerose “missioni di pace” l’Italia si è letteralmente svenata, senza che vi sia stato un benché minimo ritorno in termini di aumento dell’autorevolezza internazionale del nostro Paese. A parte l’ipocrisia di chiamare “missioni di pace” delle guerre di aggressione, se ne vedrebbe forse l’utilità solo nel caso servissero ad aumentare il peso specifico del nostro Paese nel contesto della politica mondiale. Le cose, invece, stanno altrimenti: e allora, a che scopo spendere tanto denaro e mandare a rischiar la vita tanti ragazzi in uniforme grigioverde?

Dovremmo ritrovare, o imparare, un po’ di sana fierezza. Ma ciò non è possibile se non ci si accosta al proprio passato con spirito di onestà e verità. Gianfranco Fini ha dichiarato che è stato un bene se i nostri soldati sono stati sconfitti nella battaglia di El-Alamein. Ciò è perfettamente logico, se si pensa che lo stesso personaggio aveva dichiarato il fascismo essere stato “il male assoluto”. Queste cose uno le può pensare e le può dire, anche se è stato fascista, anche se è stato per decenni un nostalgico del fascismo: però dovrebbe trarne una lezione. Dovrebbe fare mea culpa, riconoscere che tutta la propria carriera politica è stata un errore, e poi sparire per sempre in un eremo. Non dovrebbe pretendere di restare a far politica, come niente fosse. Una simile faccia di bronza sarebbe inconcepibile in qualunque altro Paese, tranne quelli politicamente e culturalmente più scalcinati, nelle plaghe estreme dell’Africa o dell’America Latina.

Quanto al fatto che sia stato un bene che i nostri soldati siano stati sconfitti a El Alamein, è questione di opinioni. Di nuovo, si finge di non vedere che, in quel momento storico, non era solo il fascismo ad essere in gioco, ma l’Italia: il suo interesse nazionale, la sua sopravivenza come Stato sovrano, il suo futuro politico ed economico. «Right or wrong, it’s my country»: «giusto o sbagliato, prima di tutto il mio Paese», dicono gli Inglesi. Solo noi diciamo e pensiamo in altro modo; solo noi mostriamo compiacimento perché una catastrofica sconfitta nazionale, e addirittura la tragedia di una guerra civile, ci ha liberti da una dittatura – peraltro da una dittatura che, al costo umano meno oneroso possibile – vedi quanto accadeva, invece, nella Germania di Hitler o nell’Unione Sovietica di Stalin – ha goduto di maggior consenso e di maggior autorevolezza internazionale di quanto sia mai accaduto ad alcun governo precedente o successivo.

E poi, vogliamo dirlo?, non è moralmente bello dire una cosa come quella che ha detto Gianfranco Fini sui nostri soldati di El-Alamein. Quei ragazzi combatterono eroicamente, in condizioni di spaventosa inferiorità, contro un nemico che si apprestava a passare in Sicilia e ad invadere il nostro Paese: lottavano per difendere la Patria. Molti di loro, fatti prigionieri dagli Alleati, rifiutarono di collaborare con i vincitori e vennero internati nei campi di prigionia “punitivi” del Texas. Ma tennero la schiena dritta.

Certo più dritta di un uomo politico che, pur di piacere ai vincitori, si abbassa fino a compiacersi della loro sconfitta. Un uomo politico, oltretutto, che ha costruito la propria carriera rivendicando con orgoglio l’eredità politica del fascismo – mentre i ragazzi di El-Alamein non erano, in grande maggioranza, fascisti, ma semplicemente degli Italiani che sentivano di essere l’ultimo baluardo per la difesa della Patria minacciata e sul punto di essere sottoposta ai micidiali bombardamenti aerei contro i civili.

Dopo Palmiro Togliatti che, a caldo, si compiaceva della prigionia degli alpini italiani in Russia all’indomani dello sfondamento sul Don e della battaglia di Stalingrado, ci mancava un politico ex fascista che si compiacesse, a distanza di tanti anni, della disfatta dei nostri fanti in Africa settentrionale: ora abbiamo rimediato alla lacuna, possiamo annoverare anche questo. Da sinistra a destra, il cerchio è completo, l’abiezione è totale.

Certo, l’Italia è vittima di un complotto internazionale dei poteri forti della finanza e delle maggiori potenze mondiali, per essere tenuta in un perenne stato di soggezione: ma bisogna pur dire che, con simili uomini politici, noi ce la stiamo mettendo proprio tutta per non meritare alcuna stima, neppure da parte di noi stessi.

 

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