Ecco come Monti ci porterà via gli Ultimi Soldi

risottomariomonti

di Maurizio Blondet

Anzitutto, un pensiero compassionevole al povero Bersani. Aveva la vittoria già in tasca, la gioiosa macchina da guerra oliata e pronta, e cosa gli fanno gli eurocrati da lui tanto ossequiati?

Gli candidano contro Mario Monti.

Il quale – a riprova della sua fondamentale idiozia – si sveste dei panni del tecnico e si fa politico. Ossia da super-partes a partitante, capo di un blocco moderato in tumultuosa formazione con tutti i mozziconi spenti del centro-destra. Ma come può, povero Bersani, fare campagna elettorale contro Monti? Lo ha tanto servito, si è piegato a tutte le macellerie sociali del programma di Monti (e Merkel); gli ha promesso il Quirinale. E adesso, se lo trova avversario. Il lato tragicomico è che Bersani non ha un programma alternativo a Monti, da opporre al neo-partito moderato. Ha lo stesso programma di Monti. Ha definito Monti e il montismo «un punto di non ritorno». Adesso gli toccherà pensare a qualcosa che sembri diverso, e che nello stesso tempo rassicuri gli eurocrati – che chiaramente non vogliono la sinistra al potere. E quanti elettori «di sinistra» gli porterà via il Monti sceso in campo? C’è da tremare. Povero Bersani: tanto ossequio ai banchieri, ai tedeschi e ai creditori, tanta fedeltà inconcussa all’euro e al servizio del debito, ed ecco come ti ripagano.

È il trionfo della democrazia. Gli statisti del Partito Popolare Europeo, più i Kommissari, hanno dato l’ordine agli italiani: «Votate questo». E di colpo, tutti i partitanti sono per Monti. Berlusconi, poveretto, a Bruxelles ricordava a chi voleva sentirlo che era stato lui a scegliere Monti come Kommissario. Il suo partito, Pdl, intanto, a causa della sua ri-ri-ridiscesa in campo, gli esplode in mille schegge: ma il bello è che queste mille schegge sono tutte per uno: Mario Monti.

I ciellini, i socialisti, i laici, i missini… persino Alemanno si è pronunciato per Monti, con la speranza di essere ricandidato nella nuova formazione dei mozziconi urlanti.

Quindi ora lo sapete, italiani. Siete liberi di scegliere fra Bersani e Montezemolo, potete votare persino Berlusconi o la nuova AN. Ma chiunque votate, alla fine votate Mario Monti e il suo governo – in eterno (1). Leggi il resto dell’articolo

Rosneft diventa la prima società petrolifera mondiale

The Kremlin is reflected in the polished

di Alfredo Jalife-Rahme

Dopo aver acquistato la maggior parte di Jukos ed essere entrata in una joint venture con Exxon-Mobil per l’estrazione di petrolio nel Mar Nero, la Rosneft ha assorbito la TNK-BP. In tal modo, la Russia, che controlla la Gazprom, la prima società gasifera del mondo, acquisisce anche la prima azienda petrolifera del mondo. L’analista Alfredo Jalife-Rahme confronta la strategia nazionale di Vladimir Putin con la logica mercantile liberale che prevale nel suo paese, il Messico, un parallelo che è un esempio.

Il petrolio resta sempre la materia prima geostrategica per eccellenza del pianeta, e sarebbe un grave errore analizzare la sua acquisizione da parte dello Stato in una prospettiva puramente mercantilista: ciò che è in gioco è la sicurezza energetica dei paesi produttori.

Se gli Stati Uniti, i principali acquirenti di petrolio messicano, ammettono che il petrolio è strategico, è inconcepibile che i paesi venditori non prendano in considerazione ciò.

Eppure è qui che è stato commesso il peccato mortale dei dirigenti formatisi all’ITAM (Istituto Tecnologico Autonomo del Messico) in Messico, dimostrando una patetica ignoranza geopolitica; la questione non è privatizzare o nazionalizzare, termini variabili che hanno un significato spesso superficiale, sia negli Stati Uniti che in Messico, ma di concentrarsi su chi controlla le materie prime di importanza geostrategica in tutto il mondo.

Negli Stati Uniti, le aziende private degli idrocarburi, come Exxon-Mobil, fanno parte dell’ampio sistema di sicurezza nazionale ed internazionale, in Messico non vi è alcuna garanzia a questo proposito, nel caso delle imprese private a capitale straniero o nazionale operanti in Messico e spesso soggetti al credito di Wall Street, che trucca ai dadi e mette a repentaglio la sicurezza nazionale, dal momento che nessun controllo effettivo può essere esercitato su di essi: nel quadro della deregolamentazione finanziaria generale, il loro finanziamento diventa casuale. [1]

Il Messico neoliberista “educato” dall’ITAM è l’eccezione, dal momento che le grandi potenze recuperano le loro risorse petrolifere perse con una vasta ri-nazionalizzazione e de-privatizzazione: come nel caso della riorganizzazione del portfolio della Rosneft in Russia, subito dopo quella della leggendaria BP inglese, simbolo dell’indipendenza inglese.

Il sito geopolitico StratRisks della Florida, ha detto che Rosneft ha sostituito Exxon-Mobil al primo posto della produzione mondiale, dopo l’acquisizione della TNK-BP (joint venture costituita da oligarchi russi e britannici, condensata nell’azienda AAR). TNK-BP era tra le prime 10 compagnie petrolifere private più grandi al mondo, e nel 2010 ha prodotto 1,74 milioni di barili al giorno dai suoi siti attivi in Russia e Ucraina. Putin ritiene che l’operazione, dalla portata senza precedenti, consentirà la produzione di più di 4 milioni di barili al giorno. Parlando delle tribolazioni della TNK-BP, già una volta una multinazionale privata, il suo riscatto dalla Rosneft è stata una ri-nazionalizzazione e de-privatizzazione in due fasi: in primo luogo la “Rosneft acquisisce il 50% di TNK-BP con un’alleanza strategica (joint venture) con la BP, in cambio di contanti e azioni della Rosneft per un importo di 27 milioni di dollari, assegnando il 19,75% di BP alla Rosneft”.

In una seconda fase, “gli oligarchi dell’AAR otterrebbero 28 miliardi dollari (in contanti) per la metà della co-proprietà della TNK-BP, anche se l’accordo non è stato ancora concluso.” E l’impresa statala (sic) Rosneft erogherà 55 miliardi dollari per averne la maggioranza, con una minoranza della BP, società privata (sic) la cui posizione è di molto ridotta: si tratta proprio di una de-privatizzazione, concomitante con la ri-nazionalizzazione della Rosneft.

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Vladimir Putin ha istituito una Commissione per lo sviluppo dell’energia strategica e la sicurezza ambientale. Sviluppando la dottrina della sicurezza energetica della Federazione Russa (23 ottobre 2012).
© Cremlino

Per StratRisks, si tratta realmente di una nazionalizzazione: Putin ha saputo creare un gigante petrolifero nazionale che gli permetterà di attuare il suo piano per rafforzare l’influenza russa nel mondo attraverso il controllo dei fabbisogni energetici degli altri paesi. In questo nuovo quadro, Rosneft sarà in grado di estrarre quasi la metà del petrolio prodotto in Russia, un cifra enorme se confrontata con l’Arabia Saudita: la Russia è una superpotenza energetica e nazionalizzando gradualmente le risorse, Putin rafforza il controllo sul fabbisogno europeo.

Rimane un problema: la Russia non ha sufficiente know-how tecnologico nel settore degli idrocarburi, motivo per cui ha assicurato la permanenza della BP come azionista di minoranza, per non commettere l’errore dell’Arabia Saudita che aveva nazionalizzato il settore petrolifero nel 1980, quando produceva più di 10 milioni di barili al giorno, e che in cinque anni con l’Aramco (di proprietà statale) ha visto diminuire la sua produzione del 60%.

Putin ritiene che la sua influenza a livello internazionale aumenterà dopo l’operazione della Rosneft. La sua mossa strategica aumenterà il prezzo del petrolio e porterà a un incredibile incremento del mercato dell’energia. A mio parere, con le sue testate nucleari, Putin gioca scaltramente la sua carta petrolifera, mentre in Messico, la kakistrocrazia (“il governo del peggio”) dell’ITAM ha perso completamente la visione geostrategica del presidente Lázaro Cárdenas (che aveva espropriato e nazionalizzato tutte le risorse del sottosuolo, nel 1938).

Quest’ultimo, un buon generale, aveva già capito, 74 anni fa, il significato geostrategico degli idrocarburi. Si tratta si sapere, in ultima analisi, chi ha il controllo del petrolio messicano, in una prospettiva multidimensionale, e chi ne garantisce la disponibilità, quando lo Stato si allontanerà: ciò si chiama Sicurezza Nazionale. Cerchiamo di creare l’equivalente di una Televisa (conglomerato multimediale del Messico, il più grande in America Latina e nel mondo ispanico) con il petrolio messicano, che ci consegnerà ai suoi interessi totalitari?

In Messico, il petrolio era nelle mani degli inglesi, con i risultati catastrofici che conosciamo, oltre al danno ambientale che abbiamo ereditato [dopo la marea nera causata dalla piattaforma petrolifera BP Deepwater Horizon nel 2010, il gruppo petrolifero del Regno Unito è in avanzate trattative con gli Stati Uniti per cedere i giacimenti petroliferi nel Golfo del Messico per 7 miliardi di dollari, scrive il Wall Street Journal. Ma altri gruppi hanno espresso interesse per le attività della BP, e un altro acquirente potrebbe emergere, afferma il giornale finanziario. Fonte: Le Figaro, 20 settembre 2012].

Il sito StratRisks sottolinea che l’Europa dipende dal petrolio e dal gas russo, e che la manovra di Putin rafforza questa dipendenza, così come il potere della Russia; e ciò va dalla costruzione degli oleodotti fino a controllare il 40% della capacità di arricchimento dell’uranio complessiva. L’acquisizione delle due metà della TNK-BP da parte della Rosneft, una società statale, ne farà un Golia nel settore petrolifero globale, in modo che la Russia possa asfissiare controllando l’offerta, se decide un aumento dei prezzi.

Secondo StratRisks, con una eventuale adesione della Russia all’OPEC, il cartello petrolifero controllerebbe più della metà e la maggior parte delle riserve potenziali del mondo, e con tale influenza i paesi dell’OPEC potrebbero decidere a loro discrezione i prezzi che il resto del mondo dovrebbe semplicemente pagare. Non è così facile, ciò potrebbe portare a una guerra mondiale, ma non è neanche impossibile. In sintesi, secondo StratRisks, la Gazprom, la società gasifera russa, già controlla il gas europeo e la Rosneft il petrolio, potendo così strangolare la supremazia occidentale e aprendo la via ad un nuovo ordine mondiale guidato dalla Russia. Si tratta di geopolitica, ben lungi dall’animo da pezzente decorato dalla paccottiglia modernista che caratterizza il governo neoliberista messicano, che pretende di consegnare ad altri, e a occhi chiusi, il petrolio messicano, dimenticando che il petrolio e il potere, foneticamente simili, vanno profondamente assieme.

Fonte
La Jornada (Mexique)

Traduzione di Alessandro Lattanzio per Voltairenet

REPORT, SERVIZIO ANTITITALIANO. NON FACCIAMOCI GABBARE DALLA “GABBANELLI”.

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di Gianni Petrosillo

Milena Gabanelli ha colpito ancora. A tradimento. Per questo la chiameremo “Gabbanelli”, colei che fa informazione facendosi beffe della realtà. Innanzitutto, costruire un’inchiesta intervistando esclusivamente manager dimessisi o licenziati dal Cane “sestupede”, i quali hanno le loro buone o cattive ragioni per serbare rancore contro l’azienda, è già un espediente disonesto per direzionare l’indagine verso conclusioni precostituite.

La Signora ha notiziato, con quel suo sorrisino soddisfatto, che è stato Paolo Scaroni, attuale Ceo del gruppo, a sottrarsi all’intervista registrata, pretendendo una partecipazione in diretta che è fuori dalle corde del programma. Già, e vorrei vedere, conoscendola bene nessuno ci tiene a farsi infilzare su uno spiedino mediatico affinché le si alzi lo share mentre si affloscia la credibilità del malcapitato, soltanto per rispettare una fasulla ritualità da seconda serata. Report, ovviamente, non ha sentito ragioni perché il format è sacro allo stesso livello di profanazione delle somme tirate sempre in anticipo.

Di Fatti, la giornalista è abituata a costruire i suoi teoremi e a fare in modo che il mondo esterno vi si adatti. Per far questo sguinzaglia un esercito di free lance, lancia in resta o piuttosto faccia tosta e poca testa, che al posto delle domande fa provocazioni con un tono fastidioso e irriverente. Come accaduto con Antonio Fallico, Presidente di Banca Intesa a Mosca, accreditato quale mediatore di Berlusconi in Russia, al quale, per fargli capire il clima inquisitorio, gli è stato immediatamente sbattuta in faccia la parentela con Dell’Utri. Della serie chi frequenta il demonio è almeno un servo di lucifero. Ergo, il pubblico a casa doveva dedurne che il mediatore era un tipo poco raccomandabile, essendo tutt’uno con persone raccomandabili per niente. Se la Gabbanelli gradisce, per curare questi business border line, potremmo sempre allestire una bella selezione dalle orsoline. Possiamo stare sicuri che le nostre penitenze saranno infinite senza trovare mai il perdono dei nostri concorrenti che esulteranno più di lei.

Mi dispiace che nel trappolone sia caduto anche il ghost writer di Enrico Mattei, Marcello Colitti, col quale siamo stati a cena a Roma, insieme a Gianfranco La Grassa, qualche anno fa. In quell’occasione Colitti non fu meno tenero con gli attuali vertici aziendali essendo stato un membro dell’esclusivo gruppo dirigente costruito dal “Conducator” marchigiano, sui cui mirabili risultati c’è poco da aggiungere, ed in seconda battuta in quanto, dopo le privatizzazioni degli anni ‘90, a suo parere, l’Eni ha cambiato identità, smarrendo la propria mission nazionale. Può essere, ed è la stessa sensazione confermataci dal Prof Nico Perrone, anche lui vicino all’Eni per molto tempo, anche se non è la forma giuridica della proprietà in sé a determinare la maggiore o minore “vocazione” di Stato di un’impresa, come dimostrano le grandi multinazionali americane che pur private seguono e concordano il da farsi col loro governo in ambiti cosiddetti strategici. Comunque, collocata così la sua intervista, tra le accuse all’Eni di pagare tangenti all’estero, corrompendo funzionari per aggiudicarsi gare e appalti, e quella di assumere spie russe in società, si è ottenuto l’effetto di convogliare nello stesso pentolone anche le sue opinioni di tutt’altro tenore. Perché, ci metto la mano sul fuoco, se avessero fatto una domanda diretta sulle bustarelle a Colitti, che ai tempi d’oro del gigante energetico nostrano, ne avrà viste girare anche di più pesanti, la sua risposta li avrebbe fulminati sul posto. Quello dell’energia è un settore dove non si va tanto per il sottile poiché gli interessi delle compagnie si incrociano con quelli degli Stati e degli apparati di potere, nazionali e internazionali. Con le intese in tale campo non si fa esclusivamente business ma si veicola anche la politica estera di un corpo sociale nazionale e delle sue varie anime.

La Gabbanelli non vede o non vuol vedere che i mezzi utilizzati dai competitors di Eni sono molto più drastici e, in ogni caso, non escludono la corruzione di burocrati e managers. Il fatto che non emergano scandali non è indice di moralità, semmai di massima organicità e coordinazione delle classi dirigenti coinvolte sulle questioni statali dirimenti. Se i nostri alleati decidono di sbarazzarsi di noi e soppiantarci nei contratti sono molto più sbrigativi. O ci fanno fuori il Presidente piazzandogli una bomba sul jet, oppure, s’inventano una guerra, ci costringono a sparare con loro, vedi la Libia, e dopo averci dato una pacca sulla spalla ci schiaffeggiano prendendosi tutto quello che prima era nostro.

Cosicché l’illustre giornalista non ci arriva proprio a capire che tutti quegli accordi con i russi servivano a costruire una rete di protezione per i nostri interessi, sia politici che economici, senza la quale si viene disarcionati all’istante. Ma a lei questa dipendenza da Mosca, che dipendenza non è, non va a genio, mentre la subordinazione da Washington, attraverso l’assoluto rispetto delle regole di mercato, valevole per noi e meno per gli altri, è sinonimo di purezza di spirito. Ed infatti, come lo spirito evaporeremo senza resistenze e senza commozione dei nostri fantomatici partners occidentali.

Infine, davvero sconcertante il messaggio che si è fatto passare sulle estrazioni petrolifere nel nostro territorio. Le comunità locali sono spontaneamente restie all’invasività della tecnologia nel proprio recinto, anche se l’avvento delle innovazioni porta progresso e ricchezza dietro l’uscio di casa. La gente diventa facilmente preda di sciacalli che esaltano i disagi e nascondono i vantaggi di determinate scoperte, manipolando l’emotività pubblica ed il naturale attaccamento dell’uomo all’integrità del proprio ambiente. Così in Basilicata i soliti assaltatori della notizia ad ogni costo si sono presentati tra le persone del luogo per supportare i propri pregiudizi, recandosi ad interpellare unicamente ambientalisti e detrattori della modernità che vivono sulle paure collettive e traggono vantaggio dall’estrazione di sentimenti di ansia della popolazione. Come diceva Ludovico Geymonat, il popolo spesso aggirato dagli avvoltoi del profitto (perché sicuramente le compagnie petrolifere non sono associazioni caritatevoli) viene persino gabbato, anzi Gabbanelli, dagli untori dei timori sociali, i quali hanno la pretesa di fermare il progresso invocando argomenti puramente moralistici o tentando di contrapporgli vecchie concezioni del mondo a sfondo idealistico, “la vera contraddizione principale della nostra cultura non è quella fra il progresso scientifico [e tecnico] e l’aspirazione romantica a un tipo di vita che fu proprio dell’era prescientifica (era che può apparire degna di rimpianto solo a chi non ne abbia esaminato realisticamente tutti gli aspetti, anche i più crudi e ripugnanti)…i mezzi cui bisogna fare ricorso per estirpare i mali generati, entro questa società, dal progresso scientifico-tecnico sono ben altri e ben più seri di quello spesso proposti dai romantici denigratori della razionalità scientifica e, con essa, di tutto il mondo moderno”. Per Geymonat le masse [il linguaggio è vecchiotto ma rende bene l’idea, oggi diremmo le avanguardie sociali sinceramente nazionali] devono affrontare il problema a viso aperto, non per riportare l’umanità ad una utopistica civiltà di tipo agrario-pastorale, ma per dare inizio ad una civiltà nuova. Noi oggi ci accontenteremmo di una comunità nazionale consapevole dei suoi compiti storici e della necessità di garantirsi la sua indipendenza, politica ed economica, nella fase multipolare. Ieri sera, uno di questi ecologisti del piffero, è riuscito anche a sostenere che il petrolio lucano sarebbe quasi finito e che si sta procedendo a svuotare i pozzi più velocemente per riempirli di gas proveniente dalla Russia. Se questa non è dietrologia non so cos’altro possa essere, considerato che le riserve lucane sono le più grandi d’Europa. La teoria del picco in testa, in salsa strapaesana. Per chiudere, la Gabbanelli consiglia ai lucani di dedicarsi al turismo e all’acqua, altra importante risorsa regionale, lasciando perdere le estrazioni che sono dannose e non profittevoli per la collettività. Ci vogliono (sono lucano d’adozione) una Regione di pastori e di camerieri per tornaconti indicibili che non collimano con le nostre aspirazioni. Chiudessero il becco e pensassero a non avvelenare il pozzo delle nostre speranze di sviluppo. Gabbati dalla gabbanelli è l’ultima cosa che accetteremo.

 

Fonte

Risvegliarsi dal Risveglio

Former National Security Adviser Zbigniew Brzezinski testifies before the Senate Foreign Relations Committee on Capitol Hill in Washington
Ex consigliere per la Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti, membro della Commissione Trilaterale (v. post correlati), e giovane politologo di ottantacinque anni. Stiamo parlando di Zbigniew Brzezinski, il quale per la seconda volta in meno di tre anni (v. correlati) ha pensato bene di esternare in pubblico le proprie preoccupazioni in merito al cosiddetto ‘risveglio globale’, questa ‘contingenza inattesa’ che starebbe ostacolando la realizzazione del Nuovo Ordine Mondiale©. Insomma ha rispolverato un discorso datato 2010 e lo ha riproposto presso il Forum Europeo per le Nuove Idee (EFNI). Che volete farci, lui è fatto così: originale, spontaneo e sportivo.
Ha battuto il dito sul microfono per sentire se funzionasse e poi ha detto cose del tipo: “La presa di consapevolezza collettiva ed i social network sono una minaccia per lo sviluppo dell’agenda globale. Un movimento mondiale di resistenza populista sta minacciando di fare deragliare la transizione verso un nuovo ordine mondiale.”
 Questo bis fa cadere l’ipotesi che la sparata di tre anni fa fosse ascrivibile alla demenza senile, e conferma la idea che dietro il refrain si celi la solita strategia comunicativa finalizzata a fregare gli ingenui. Il risveglio a cui Brzezinski si riferisce – infatti – è dotato di corna, muso, coda e pezzature marroni. E’ il risveglio confezionato da Hollywood attraverso film ottimamente congegnati. Suscitato da provocazioni politiche plateali come la goffa simulazione di un attentato terroristico contro le torri gemelle, o la motivazione auto-sconfessata delle fantomatiche armi di distruzione di massa, oppure il salvataggio del sistema bancario fautore della crisi, a discapito dei popoli incolpevoli. E’ il risveglio indotto con la produzione, distribuzione e promozione di documentari main-stream dal piglio antagonistico (v. correlati). E’ il risveglio sobillato da organizzazioni prezzolate come Optor (v. post correlati) e da movimenti sedicenti egualitari che al primo intoppo tradiscono i vizi intrinseci di qualsiasi organizzazione umana: settarismo, verticismo e conseguente strumentabilità (v. post correlati). E’ il risveglio che perfino la televisione negli anni scorsi ha servito su un piatto d’argento con trasmissioni come Alcatraz e canali come Current.

Il risveglio a cui Brzezinski si riferisce è stato progettato dal Potere, ed evocandolo, in realtà Brzezinski non fa che indicare il percorso verso il nuovo assetto socio-politico perseguito dai burattinai. La diffusione del risveglio e della indignazione è andata ampliandosi in maniera direttamente proporzionale alle forzature con cui negli ultimi anni il Potere ha operato affinché lo status quo scadesse nella mostruosa caricatura di se stesso. Il motivo è presto detto. I burattinai in questa fase nutrono interesse affinché più gente possibile – ognuno sulla base del proprio livello di comprensione – sviluppi un senso di repulsione nei confronti della attuale società, e prenda atto di essere stata ingannata e/o soggiogata. Solo in questo modo, la gente ‘risvegliata’ e/o ‘indignata’ sarà pronta ad abbracciare un cambiamento che stravolga ‘dal basso’ lo attuale status quo.

E’ una delle poche regole che il sistema si è dato: qualsiasi stravolgimento politico, economico e sociale progettato nella stanza dei bottoni deve essere percepito come una tendenza scaturita o perlomeno avallata dal basso (v. correlati). Per inciso, credo sia esattamente ciò che sta accadendo con la ricandidatura del Cavaliere con la benedizione finanziaria degli stessi poteri che un anno fa lo defenestrarono. Motivo? Forse  hanno bisogno di fornire una legittimazione popolare alla continuazione delle politiche iniziate quest’anno. Se Berlusconi si candida, poi propone la restaurazione della sovranità monetaria, poi spara a zero sullo spread, poi promette il taglio delle tasse e dopo tutto ciò perde le elezioni, l’opinione pubblica registrerà la cosa come un implicito mandato popolare affinché nella prossima legislatura si completi la grande opera iniziata dai ‘tecnici.’

Tornando in argomento, sarà proprio quel profondo cambiamento apparentemente scaturito dal basso a tradursi in una dittatura iper-centralistica mascherata (poteva essere altrimenti?) da democrazia a partecipazione sempre più diretta. Il Potere sta agendo affinché la massa reclami discontinuità rispetto al recente passato. Ancora una volta si cambierà tutto affinché nulla cambi, e sarà la gente stessa a migrare di propria iniziativa verso una società che si rivelerà ancora più misera, soggiogata ed ipocrita di quella attuale.

Il vero risveglio consiste nello sviluppare un pensiero individuale e dunque smettere di supportare il sistema nelle sue infinite incarnazioni, ad esempio sottraendosi al lavaggio del cervello mediatico. Il vero risveglio è un fatto individuale. Il concetto stesso di risveglio collettivo è una contraddizione in termini, a meno di non voler tirare in ballo salti quantici e Satya Yuga. Per queste ragioni forse faremmo meglio a restare con i piedi per terra e riconsiderare la provenienza degli input che ci hanno condotti a ciò che Brzezinski definisce ‘risveglio collettivo.’

Personalmente ho condiviso gli ideali progressisti per un lungo periodo della mia vita. Poi ho aperto gli occhi. In un mondo perfetto il cambiamento migliorerebbe la vita della collettività … ma – un momento – questo non è affatto un mondo perfetto; è dominato dal potere economico e dalle azioni di chi è privo di scrupoli. In un mondo simile è improbabile che il cambiamento sia usato per migliorare le vite dei tanti, mentre è probabile che accada l’esatto opposto, se la cosa comporti un vantaggio per i pochi. Ciò che da sempre spacciano per ‘cambiamento’ non ha niente a che vedere con un processo spontaneo e democratico. Non è altro che l’agenda del Potere venduta alla collettività sotto forma di tendenza popolare, con l’ausilio di elaborate campagne di persuasione culturale, politica e mediatica.

In altre parole, specie di questi tempi, la vera sovversione politica coincide con il conservatorismo, mentre il ‘risveglio’ falsamente paventato da Brzezinski, promosso dai media main-stream – e incarnato dai motti emozionanti e utopistici sbandierati dalla gran parte dei nuovi movimenti popolari non è che l’ennesimo colpo di sperone con cui il burattinaio sprona la massa a dirigersi nella direzione prestabilita.

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