Paradossi catastrofisti

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La maledizione dell’efficienza energetica, o Paradosso di Jevons, l’idea che l’aumento dell’efficienza dell’uso di energia non porti alla sua conservazione, ma a un suo maggiore impiego, fu presentata per la prima volta da William Stanley Jevons, nel 1865. Il Paradosso di Jevons è stato riscoperto negli ultimi anni, e oggi viene utilizzato dalle varie correnti che propagandano l’ideologia della ‘scarsità delle risorse’, come il Peak Oil et similia.
Nel 1863, il fabbricante di cannoni e navi da guerra, l’industriale Sir William George Armstrong, nel suo discorso presidenziale all’Associazione Britannica per il Progresso della Scienza affermò che la supremazia mondiale della Gran Bretagna nella produzione industriale poteva essere minacciata, a lungo termine, dall’esaurimento dei giacimenti disponibili di carbone. Nel 1865 William Stanley Jevons, uno dei futuri fondatori dell’economia neoclassica, scrisse ‘La questione del carbone: Indagine sullo stato di avanzamento della Nazione e il probabile esaurimento delle nostre miniere di carbone’, dove sosteneva che la crescita industriale inglese si basava sul carbone a buon mercato, e che l’aumento del costo del carbone, dovuto alla crescente profondità delle miniere, avrebbe portato alla fine “della supremazia commerciale e produttiva … nell’arco di una vita“, e al controllo della crescita economica, generando una “condizione stazionaria” dell’industria “nell’arco di un secolo“. Né la tecnologia, né la sostituzione del carbone con altre fonti di energia, sostenne, avrebbe potuto evitare tutto ciò.
Il libro di Jevons riscosse un grande successo, proprio come oggi riscuotono grande successo altre simili teorie catastrofiste. John Herschel, grande astronomo inglese, sostenne la tesi di Jevons: “usiamo le nostre risorse e consumiamo la nostra vita nazionale ad un tasso enorme e crescente, e quindi un giorno molto brutto, arriverà la resa dei conti.” Nell’aprile 1866, il filosofo John Stuart Mill elogiò tale teoria alla Camera dei Comuni, argomentando a sostegno della proposta di Jevons, “compensare l’esaurimento di questa risorsa naturale fondamentale, tagliando il debito pubblico”; pare di sentire i noti catastrofisti del XXI.mo secolo. La causa di Jevons venne adottata da William Gladstone, allora Cancelliere dello Scacchiere, che esortò il Parlamento ad agire per la riduzione del debito, affrontando le incerte prospettive dello sviluppo nazionale, “minacciato dall’esaurimento imminente dei giacimenti di carbone”, anche se non c’era traccia di tale esaurimento.
Oggi sappiamo, che le riserve accertate di carbone sono pari a 12.000 miliardi (12 seguito da 12 zeri) di tonnellate. Negli USA, la metà della produzione dell’energia avviene sfruttando il carbone. Al ritmo attuale di consumo, le riserve di carbone si esauriranno entro 2.400 anni! Infatti, le teorie catastrofiste di Jevons vennero, dopo pochi anni, nettamente smentite. La produzione di carbone inglese raddoppiò nei successivi trent’anni dalla pubblicazione delle sue tesi. Negli Stati Uniti, durante lo stesso periodo, la produzione di carbone aumentò di dieci volte. Non solo Jevons aveva sbagliato nettamente riguardo le dimensioni della risorse carbonifere, ma non ebbe la capacità di prevedere lo sviluppo dei sostituti del carbone, come il petrolio, risorsa ampiamente già nota all’epoca, o l’energia idroelettrica. “Nel 1936, 70 anni dopo il furore parlamentare generato da Jevons, John Maynard Keynes osservò che le sue previsioni ‘erano eccessive ed esagerate.’
Comunque, Jevons stesso affermò che “la quantità di lavoro utile estratto dal carbone può essere moltiplicata anche se la quantità di carbone consumato resta uguale o diminuisce“; ma contraddicendosi, Jevons sostenne che una maggiore efficienza nell’uso del carbone ne avrebbe aumentata e non diminuita la domanda, perché il miglioramento dell’efficienza avrebbe indotto un’ulteriore espansione economica. “E’ del tutto confusionario supporre che un uso parsimonioso del carburante equivalga a un consumo minore. … Di regola, nuove modalità  economiche ne aumenteranno il consumo, secondo un principio riconosciuto in molti casi paralleli.” Ciò che rese convincente tale argomentazione, all’epoca, era che sembrava evidente a tutti, come a Jevons, che lo sviluppo industriale dipendesse dalla capacità di espandere la produzione di ferro. Ciò significava che una riduzione della quantità di carbone necessaria agli altoforni, si sarebbe immediatamente tradotta nell’allargamento della produzione industriale, e quindi una maggiore capacità di attrarre la domanda mondiale, e quindi a consumare più carbone a sua volta.
All’epoca la potenza industriale si misurava in termini di produzione di carbone e ferro, che in Gran Bretagna triplicò tra il 1830 e il 1860. Lo stesso Jevons affermò: “Dopo il carbone… il ferro è la base materiale della nostra potenza. E’ l’ossatura del nostro sistema di produzione… La produzione di ferro, il materiale con cui si costruiscono tutte le nostre macchine, è la migliore misura della nostra ricchezza e potenza.” Quindi i lettori di Jevons compresero gli effetti moltiplicatori per l’industria del miglioramento dell’efficienza nell’uso del carbone. Un discorso simile, però, venne fatto riguardo la produzione del grano, molti anni prima, all’inizio del XIX.mo, quando divampò la grande battaglia sulle ‘Corn Laws’, durante la quale il padre di Jevons, Thomas, affermò che un prezzo più basso del grano avrebbe ampliato notevolmente la domanda determinandone quindi la scarsità. Alla fine del XIX.mo secolo, toccò al carbone essere al centro della nuova teoria malthusiana della penuria. Secondo Keynes “Jevons presentò questo principio come un’estensione della legge della popolazione di Malthus, definendola legge naturale della crescita sociale… Da ciò il passo fu breve nel porre il carbone nella posizione occupata nella teoria di Malthus dal grano.” Jevons, inoltre, sostenne che sebbene la popolazione fosse “quadruplicata dall’inizio del XIX.mo secolo”, il consumo di carbone era aumentato di “sedici volte” e che questa crescita della produzione di carbone “pro capite”, fosse necessaria al rapido sviluppo industriale, che sarebbe però finita.
La contraddizione principale del paradosso di Jevons, la tendenza all’accumulazione o alla riproduzione allargata intrinseca al capitalismo non venne affrontata dall’autore. La sua analisi economica assunse la forma della teoria dell’equilibrio statico, per nulla assimilabile alla nozione di Karl Marx del capitale come valore in auto-espansione e la conseguente necessità della sua continua espansione. Per questo, Engels definì la teoria di Jevons: “Un’economia politica marcia e volgare” (K. Marx e F. Engels, Opere complete, Vol. 37, pag. 299).
Il quadro economico di Jevons era ed è inadatto ad affrontare concretamente i problemi dell’accumulazione e della crescita economica. L’espansione della popolazione, dell’industria e della domanda di carbone (come “materiale centrale” della vita industriale dell’epoca) erano semplicemente il prodotto di una astratta legge naturale della crescita sociale, di stampo malthusiano. “Guardava il capitalismo più come un fenomeno naturale che una realtà socialmente costruita, non riusciva a trovare una spiegazione per la continua crescita della domanda economica, senza imputarla ai comportamenti individuali, alla demografia malthusiana e al meccanismo dei prezzi.” Invece di tracciare la genesi del profitto in sé, Jevons si limitò ad affermare: “La civiltà, come dice il barone Liebig, è l’economia del potere, e il nostro potere è il carbone.”
Le forze che guidavano l’espansione economica, alimentando l’industrializzazione e la conseguente crescente domanda di carbone, non vennero affatto affrontate da Jevons, dimostrando di avere una concezione irreale dell’economia e della società capitalistiche. Oggi, i seguaci consci e inconsci di Jevons dimostrano, con le loro tesi decrescitiste, felici o catastrofistiche, di avere ereditato da Jevons questa incapacità di saper interpretare la realtà in cui sono immersi; trasfigurata come distopia a cui contrapporre un’utopia, cangiante a secondo i gusti e la mentalità del singolo profeta di disgrazie apocalittiche. Non a caso, questi profeti di sventure sono spesso collegati a movimenti religiosi o para-religiosi, esoterici ed esotici, che costituiscono il brodo di coltura delle ideologie salvifiche professate. Un aspetto che sfugge al pubblico di riferimento. E questo quando poi non ci sia il dubbio che dietro simili preoccupazioni umanitarie e altruistiche, non si nascondano invece obiettivi e interessi assai concreti.
L’egemonia britannica, piuttosto che l’ecologia, era al fondo delle preoccupazioni di Jevons. Nonostante l’accento posto sulla scarsità delle risorse e la loro importanza per l’economia, sarebbe un errore vedere ne ‘La questione del carbone’, un carattere prevalentemente ecologico. Jevons era indifferente ai problemi ambientali connessi con l’esaurimento delle riserve  energetiche in Gran Bretagna o nel resto del mondo.” Per Jevons la distruzione delle risorse era un processo naturale. “Se generosamente e coraggiosamente  avanziamo nella creazione delle nostre ricchezze, materiali e intellettuali, è difficile sopravvalutare l’influsso benefico a cui si può giungere nel presente. Ma il mantenimento di tale posizione è fisicamente impossibile. Dobbiamo fare la scelta epocale tra una grandezza breve ma vera, e una mediocrità continua.” In questi termini, il percorso da intraprendere era chiaro: perseguire la gloria presente e accettare la prospettiva di una futura degradazione. L’unica risposta offerta dalla teoria di Jevons, e dal governo britannico, fu l’irrazionale scelta della riduzione del debito pubblico, presentata come una misura precauzionale di fronte al rallentamento dell’espansione industriale. Tutto ciò non ricorda qualcosa di estremamente attuale? Keynes scrisse: “La proposizione che stavamo consumando il nostro capitale naturale, diede origine alla risposta irrazionale che fosse necessario effettuare una rapida riduzione del peso morto del debito.”

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L’espansione nell’uso di altre risorse energetiche mandò in soffitta le teorie di Jevons che, però, si sarebbero ripresentate in tempi recenti, precisamente negli anni ’70, quando le rinnovate preoccupazioni sulla scarsità delle risorse vennero associate all’analisi sui limiti della crescita sfornata dal Club di Roma. Tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80, il Paradosso di Jevons venne risuscitato, anche se venne battezzato “effetto di rimbalzo”, secondo cui l’efficienza nello sfruttamento delle risorse aveva comportato la diminuzione dei prezzi delle merci, generando l’aumento della domanda che erodeva i guadagni ottenuti con l’efficienza, evitando così il prodursi di un’eguale diminuzione dei consumi.
La maggior parte delle analisi del paradosso di Jevons rimane astratta, ignorando gli effetti tecnologici e soprattutto il processo storico, non riuscendo a esaminare, proprio come Jevons, il carattere dell’industrializzazione. Ovviamente, un sistema economico dedicato agli utili, all’accumulo e all’espansione economica continua tenderà ad utilizzare i guadagni di efficienza e la riduzione dei costi per espandere la produzione. L’innovazione tecnologica sarà quindi orientata in tal senso. Naturalmente le stesse ideologie della scarsità, cosiddette decrescitiste o simili, restano a loro volta un prodotto del sistema economico capitalista. Gli economisti ambientalisti spesso fanno riferimento alla “dematerializzazione” o al “disaccoppiamento”, tra crescita economica e consumo maggiore di energia e risorse. La crescita in termini di efficienza energetica viene spesso considerata un’indicazione concreta che il problema ambientale è stato risolto. Eppure il risparmio di risorse, nel contesto di questo sistema di produzione, viene utilizzato per promuovere la formazione di nuovi capitali e merci. “Gli incrementi di efficienza delle nuove tecnologie e tecniche di gestione, vengono compensati dall’aumento in scala della crescita economica.”
In sostanza si forma una finta contrapposizione, tutta dentro il mondo occidentale, tra il fronte dei decrescitisti e il fronte di coloro che sostengono che dovremmo “vivere la massimo ora e lasciare che il futuro si prenda cura di se stesso.” Si tratta di una falsa contrapposizione, poiché entrambe sono filiazioni delle teorie di Jevons, che prevedono, a livello geopolitico, il delinearsi dello scontro tra l’occidente da una parte, e il resto del Mondo, o almeno di quella parte in via di industrializzazione, sulla gestione delle risorse. Da un lato uno scontro per l’accaparramento delle risorse volte a sostenere le rispettive economie, e dall’altro, un uso ideologico del decrescitismo, come viene già in parte fatto, come arma ideologica da puntare alle tempie delle avanguardie economico-strategiche del Mondo in via di industrializzazione, come l’India o la Cina. Non a caso, quest’ultima è nel mirino di varie ONG occidentali, a causa di vari pretesti: l’inquinamento, le condizioni sindacali più o meno precarie nell’industria privata locale, i rapidi mutamenti socio-economici interni e, perfino, la presunta distruzione culturale di determinati popoli divenuti cari al pubblico occidentale.
Un altro esempio dell’arsenale di armi, vecchie e spuntate, usato dall’occidente nella contesa per la leadership mondiale.

Alessandro Lattanzio, 13/12/2012

Riferimenti:
Capitalism and the curse of energy efficiency
William Stanley Jevons
William Stanley Jevons

 

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