La truffa del debito pubblico (alias Monti per salvare Francia, Germania e Usa)

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Dal giorno delle dimissioni di Monti, si susseguono le dichiarazioni a sostegno del Premier e della sua permanenza alla guida dell’Italia. Endorsement che giungono dall’estero e non da persone qualunque, bensì dai leader dei principali occidentali. Francia, Germania e Stati Uniti si hanno attivato una pesante ed esplicita ingerenza nelle dinamiche elettorali di un altro Paese, onde influenzare l’opinione pubblica italiana a favore del prof. bocconiano.

L’effetto voluto (e prodotto) da questa azione è terrorizzare gli italiani, avvertendoli del fatto che l’unica loro via per restare a galla sia continuare con il rigore Montiano, altrimenti sarà un bagno di sangue. Ma perchè una tale apprensione da parte di Paesi esteri circa il destino di Monti?

Il pomo della discordia è, come sentiamo ovunque, il debito pubblico: Monti è stato mandato al governo dall’establishment europeo/occidentale al fine di ridurlo a suon di pressione fiscale, tagli,ecc. ecc. Cioè, prelevando dai cittadini per pagare i debiti ai creditori. Creditori che, un tempo, erano i piccoli risparmiatori, le famiglie che acquisivano i Titoli di Stato per mettere al riparo i propri risparmi. Ma che pian piano hanno abbandonato questa forma di investimento… tanto che ormai il debito pubblico è posseduto da banche, assicurazioni, fondi di investimento e speculatori vari. Il dato più rilevante è, però, che oltre la metà del debito italiano è di proprietà estera.

Nel 2010 il New York Times pubblicava un grafico – riportato in calce a questo articolo – che fece il giro delle cattedre accademiche, nel quale si illustrava la natura del debito dei paesi europei sotto attacco della crisi finanziaria: come si può vedere, i maggiori detentori esteri del debito pubblico di Italia, Spagna, Grecia, Portogallo e Irlanda sono Francia e Germania. Il che spiega il perchè delle pressioni di questi due paesi per le misure di austerity che hanno inginocchiato la Grecia e per mantenere Monti in Italia: Francia e Germania in passato hanno adottato una politica di investimento speculativo nel debito estero (sfruttando la non rischiosità dell’investimento – data anche l’esistenza dell’UE – e l’alto tasso di rendimento) e ora vogliono mettersi al riparo.

Oltre all’Italia, le due realtà nazionali a presentare il debito pubblico più consistente in Europa sono proprio Francia e Germania. Quindi, far cassa sull’Italia serve loro per finanziare il proprio debito pubblico… ed è peraltro interessante notare come ognuno di questi due Paesi figuri tra i principali detentori esteri del debito dell’altro. In pratica, Italia-Francia-Germania rappresentano all’incirca i tre quarti del debito pubblico di tutta Europa. Facile comprendere che cosa accadrebbe agli altri se uno si tirasse fuori. In tutto ciò, che cosa c’entrano gli Stati Uniti?

Per rispondere, basta usare una semplice applicazione creata dalla BBC, che mostra anch’essa la natura del debito pubblico dell’eurozona… ma inserendo anche gli Stati Uniti: che, guarda caso, risultano tra i principali detentori del debito pubblico francese e tedesco. Ecco dunque che, se l’Italia non inizia a pagare i propri debiti, Francia e Germania non possono far fruttare la speculazione su di noi acuendo i problemi relativi al loro debito, mettendo così in pericolo i frutti dell’investimento speculativo degli Stati Uniti su di essi. Una catena di Sant’Antonio.

Gli stessi Stati Uniti hanno un grosso problema di debito pubblico, aggravato da un fatto: i principali detentori del loro debito (Cina, Giappone, Brasile, ecc.) si sono resi conto che il dollaro è ormai una moneta fittizia (priva di un reale valore) e si stanno via via sbarazzando dei titoli americani e dell’uso del dollaro come moneta di scambio internazionale. Avendo gli Usa sempre campato sul giochetto del debito e del dollaro, ad Obama & Co. non resta che sperare nell’Europa, per cui è necessario mantenerla all’interno del gioco onde evitare di trovarsi con il sedere a terra.

L’opera del rigore è quindi un modo per mantenere in vita il gioco speculativo ed evitare che salti il banco. Per tutelare gli interessi e le scommesse di banche, investitori privati e governanti, ai popoli vengono richiesti sangue e sacrifici… non per risolvere la situazione ma per continuare a tenere a galla il sistema che continuerà a strangolarli in nome del profitto che genera profitto. Come hanno evidenziato già diversi leader extraeuropei, pagare i debiti contratti da governanti per favorire speculazioni sui paesi non è questione d’onore, ma di suicidio.

Questione d’onore per la politica è spezzare le catene di questo sistema infame ponendo sotto tutela il popolo e le sue generazioni future. Qualunque forza politica responsabile deve sottrarre i cittadini dalla posizione di “debitore in solido”, ristabilire il giusto rapporto di forza della politica nei confronti della finanza, ricreare un equilibrio tra economia reale e finanza virtuale, restituire alla moneta il significato di mezzo di scambio e non strumento di speculazione/profitto.

In quest’ottica, la prima operazione da compiere è l’eliminazione di Monti dalla scena politica, la cui veste di curatore fallimentare per i creditori dei quali è referente non si concilia con le speranza di resurrezione di un popolo. Ma, sempre in quest’ottica, anche i Berlusconi, i Bersani e i Casini non rappresentano altro che dei goffi tentativi di sguazzare nello stesso sistema.

La vera alternativa per l’italiano, da destra a sinistra, è favorire quelle forze che da questa visione sociale si smarcano, che ne propongono la distruzione e il dirottamento verso forme di decrescita, localismo, socializzazione delle imprese in difficoltà, creazione di forme organiche di cooperazione tra lavoratori e detentori di capitale, instaurazione di meccanismi di scambi di prodotti locali svincolati dalle monete ufficiali, avvicinamento dei centri di potere ai territori, forme di sostegno economico-sociale agli individui vincolate alla loro esistenza come persone e non come lavoratori.

Vincenzo Sofo

 

Fonte

Paradossi catastrofisti

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La maledizione dell’efficienza energetica, o Paradosso di Jevons, l’idea che l’aumento dell’efficienza dell’uso di energia non porti alla sua conservazione, ma a un suo maggiore impiego, fu presentata per la prima volta da William Stanley Jevons, nel 1865. Il Paradosso di Jevons è stato riscoperto negli ultimi anni, e oggi viene utilizzato dalle varie correnti che propagandano l’ideologia della ‘scarsità delle risorse’, come il Peak Oil et similia.
Nel 1863, il fabbricante di cannoni e navi da guerra, l’industriale Sir William George Armstrong, nel suo discorso presidenziale all’Associazione Britannica per il Progresso della Scienza affermò che la supremazia mondiale della Gran Bretagna nella produzione industriale poteva essere minacciata, a lungo termine, dall’esaurimento dei giacimenti disponibili di carbone. Nel 1865 William Stanley Jevons, uno dei futuri fondatori dell’economia neoclassica, scrisse ‘La questione del carbone: Indagine sullo stato di avanzamento della Nazione e il probabile esaurimento delle nostre miniere di carbone’, dove sosteneva che la crescita industriale inglese si basava sul carbone a buon mercato, e che l’aumento del costo del carbone, dovuto alla crescente profondità delle miniere, avrebbe portato alla fine “della supremazia commerciale e produttiva … nell’arco di una vita“, e al controllo della crescita economica, generando una “condizione stazionaria” dell’industria “nell’arco di un secolo“. Né la tecnologia, né la sostituzione del carbone con altre fonti di energia, sostenne, avrebbe potuto evitare tutto ciò.
Il libro di Jevons riscosse un grande successo, proprio come oggi riscuotono grande successo altre simili teorie catastrofiste. John Herschel, grande astronomo inglese, sostenne la tesi di Jevons: “usiamo le nostre risorse e consumiamo la nostra vita nazionale ad un tasso enorme e crescente, e quindi un giorno molto brutto, arriverà la resa dei conti.” Nell’aprile 1866, il filosofo John Stuart Mill elogiò tale teoria alla Camera dei Comuni, argomentando a sostegno della proposta di Jevons, “compensare l’esaurimento di questa risorsa naturale fondamentale, tagliando il debito pubblico”; pare di sentire i noti catastrofisti del XXI.mo secolo. La causa di Jevons venne adottata da William Gladstone, allora Cancelliere dello Scacchiere, che esortò il Parlamento ad agire per la riduzione del debito, affrontando le incerte prospettive dello sviluppo nazionale, “minacciato dall’esaurimento imminente dei giacimenti di carbone”, anche se non c’era traccia di tale esaurimento. Leggi il resto dell’articolo

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