Mammiferi addomesticati

“Queste società hanno nella schiavitù il fondamento della loro esistenza[…]Solo Zeus è davvero libero, diceva Eschilo, perchè ha la legge e la giustizia nelle sue mani ed è il tiranno degli dei . L’ossequio alla legge è già una forma di asservimento agli altri[…]” (Tratto da Paranoia e Politica- Nota introduttiva di FreeYourMind!)

 
Una delle principali circostanze storiche che ha permesso ai popoli europei del passato di progredire dal punto di vista tecnologico è stata la possibilità di addomesticare con successo un grande numero di specie animali in precedenza selvatiche.
Gli animali domestici hanno infatti nei secoli offerto agli uomini aiuto in diversi campi del vivere quotidiano, dall’approvvigionamento del cibo, all’utilizzo in campo agricolo quale forza lavoro, ad un decisivo contributo nelle arti belliche.
Il continente euro-asiatico presentava a tal scopo una grande varietà di mammiferi potenzialmente addomesticabili, il cui ruolo è stato determinante nello sviluppo della nostra attuale civlità, per come oggi la conosciamo.
Ma cosa rende un animale addomesticabile?
Perchè con alcune specie si ha successo, mentre con altre ogni tentativo risulta vano?
Perchè ad esempio si è potuto addomesticare i cavalli e gli asini, mentre non è stato possibile ottenere lo stesso risultato con le zebre, loro parenti prossimi?
Ancora una volta a venirci in aiuto è il biologo statunitense Jared Diamond, il quale nel suo libro Armi, acciaio e malattie dedica un capitolo per esporre la sua teoria a proposito.

Innanzitutto, occorre tenere presente la differenza tra addomesticare, domare ed addestrare.

Per quale motivo le tigri non tirano gli aratri o non alleviamo rinoceronti come fonte di cibo e forza lavoro? E come mai i ghepardi non fanno la guardia alle nostre case? Occorre infatti distinguere tra la possibilità di ammaestrare (un orso), di domare (un leone), d’addomesticare (una mucca, una gallina, un cane).
Le prime due sono forme di rapporto in cui l’uomo insegna all’animale a fare qualcosa che a questo non è congeniale attraverso un insegnamento del tipo premio-punizione che attiva i suoi riflessi condizionati. 
L’animale acquista così delle capacità, non ereditabili, che tende a ripetere a un dato segnale. 
Nel terzo caso, l’addomesticamento, alcuni individui, appartenenti a specie animali e vegetali scelte dall’uomo per caratteristiche a lui favorevoli e da questi presentati nella versione più adatta, sono sottoposti a selezione artificiale e, nel tempo, si selezionano – fino a formare nuove specie – individui con caratteri ereditabili quali aspetti anatomici, fisiologici, comportamentali, genetici, molto diversi da quelli degli antenati selvatici.

Diamond individua sei condizioni, tutte necessarie, affinchè una specie possa essere addomesticata:

Le abitudini alimentari

Solo alcuni tra gli erbivori e gli onnivori sono adatti a essere addomesticati, poiché i carnivori richiederebbero per sfamarsi altri animali che a loro volta debbono mangiare.
Se per avere una mucca da 500 chilogrammi dobbiamo utilizzare 5 tonnellate di mais, per ottenere un carnivoro dello stesso peso avremmo bisogno di 50 tonnellate.
Inoltre gli animali addomesticabili non devono avere una dieta specializzata, ma adattarsi a consumare diversi tipi di foraggio e di cibi.

Il tasso di crescita.

Solo animali a rapida crescita possono essere utili, specialmente nelle prime fasi del processo. Diamond prende ad esempio l’elefante: è un mammifero grande e robusto, dall’alimentazione molto varia, ma per ottenere un individuo adulto ci vogliono ben 15 anni. Per questo, laddove sono usati, gli elefanti sono catturati già grandi e poi ammaestrati, mai allevati.

La riproduzione in cattività

Alcuni animali proprio non riescono a riprodursi avendo uomini intorno, anche se questi provvedono impeccabilmente alle loro necessità e li mantengono in perfetta salute. Ne sanno qualcosa coloro che cercano di far riprodurre il Panda Gigante Ailuropoda melanoleuca  per motivi di conservazione. Tra i vari tentativi di indurre gli animali all’accoppiamento, si è arrivati anche a proiettare filmati  “a luci rosse”.

Il brutto carattere

La causa più ovvia, verrebbe da dire. Quale pazzo cercherebbe di addomesticare un grizzly (Ursus arctos horribilis). E che dire delle zebre? Veloci, forti, erbivore. Purtroppo sono più indomabili del più imbizzarrito dei cavalli. Sono addirittura mordaci, e anche solo prenderle al lazo è un’impresa. Molti animali quindi, sia pure strettamente imparentati con specie addomesticate, nonostante gli sforzi non si sono mai piegati all’uomo. 

La tendenza al panico

Il successo di una specie deriva anche da come reagisce al pericolo. Alcune si danno alla più disperata delle fughe, altre si trovano a vivere in branchi piuttosto coesi che, nei momenti di pericolo, si addensano come un esercito di soldati a formare una  testuggine romana. Nel primo caso, non c’è alcuna speranza. L’istinto della fuga è così radicato che l’animale arriverà a farsi del male impigliandosi nelle recinzioni pur di non obbedire a un comando dell’uomo che vuole addomesticarlo, alle volte fino alla morte.

La struttura sociale

Perché l’uomo possa procedere con la domesticazione, bisogna che la socialità della specie sia tale da permetterle di accettare in qualche modo le leggi del branco. Questo esclude per definizione non solo tutti gli animali solitari, ma anche quelli troppo territoriali. Ora, se anche trovassimo una specie che soddisfa tutti i criteri finora elencati, potrebbe non diventare domestica se non possiede l’ultimo, il più ovvio di tutti. Alcuni animali non si sottomettono: non si riconoscono infatti in nessun “leader” né della loro specie, né di un’altra.

L’ultima condizione risulta particolarmente interessante.
Tutte le specie di grandi mammiferi addomesticate infatti rispondono a tale criterio:vivono in branchi, grandi o piccoli, sottostanno ad una struttura gerarchica, hanno un leader riconosciuto e non sono territoriali.
L’uomo quindi non deve fare altro che prendere il posto del leader, del capobranco, e potrà essere obbedito dal resto dei componenti del gruppo.
L’esempio più comune a cui pensare è quello della domesticazione dei cani, che nei loro padroni individuano quello che per i loro antenati lupi era il maschio alfa, l’esemplare dominante, a cui riservavano totale dedizione.
Lo stesso accade per i cavalli, che nello stato selvaggio vivono in piccoli branchi rigidamente gerarchici facenti capo alla femmina più anziana, o con le pecore, laddove il pastore diviene guida indiscussa.
Una specie i cui esemplari non costituiscano un branco con un leader riconosciuto non potrà mai essere domesticata, per quanti tentativi si facciano.

Andando oltre le considerazioni di Diamond, potremmo riflettere sulle sue deduzioni applicandole anche a noi stessi.
Anche gli esseri umani, in fondo, sono dei grandi mammiferi.
Ma di quale gruppo fanno parte?
Non sono forse anche gli esseri umani potenzialmente “addomesticabili” ?
Forse qualche esemplare del genere umano ha compreso tutto questo molto tempo addietro, ed ha trovato il modo per attuare una pratica antichissima sui suoi stessi simili.

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