Un riconoscimento o un’operazione di marketing?

palestine onu_0La Palestina si aggiunge al Vaticano tra i membri osservatori delle Nazioni Unite, dunque non effettivi o “a pieno titolo”. Praticamente, si riconosce così un insieme di due (o tre) enclavi arabe in territorio coloniale israeliano, senza chiarire quali siano i confini legali di Israele e quali siano quelli dell’entità definita col nome “ANP”, e tanto meno si riesce a capire se l’ONU prenderà mai seriamente in considerazione l’ipotesi di discutere la proposta già avanzata da gran parte dei Paesi che ieri hanno votato a favore del riconoscimento, ossia quella di riconsiderare la suddivisione territoriale anteriore al 1967. Sorprende che ai membri tradizionalmente favorevoli al riconoscimento della Palestina come Stato (Russia, Cina, Iran, Venezuela, Brasile, India ecc. …) se ne siano aggiunti altri del tutto inaspettati, tra i quali l’Italia che, malgrado i pesanti legami militari, commerciali e politici con Israele, ha votato a favore della risoluzione che dà il via all’ingresso di un delegato dell’ANP all’interno del consesso del Palazzo di Vetro.
Il punto, però, è proprio questo. Perché i Paesi europei della NATO hanno votato a favore di questo (semi)riconoscimento o si sono astenuti, mentre gli alleati statunitensi e canadesi hanno votato contro? Forse la risposta l’ha fornita l’analista, nonché ex consigliere strategico del presidente Jimmy Carter, Zbigniew Brzezinski, quando – l’altro ieri – ha ricordato, coerentemente con la sua concezione di politica estera statunitense, che Washington non dovrà seguire ciecamente Israele, se non vuole rischiare di compromettere ancora una volta i suoi rapporti con il mondo islamico, ai quali Brzezinski tiene in maniera particolare, considerandoli fondamentali per ricostruire la capacità di attrazione di Washington sulla cerniera “verde” che va dal Marocco al Pakistan. Gli ostacoli ad un simile progetto della Casa Bianca resterebbero, a questo punto, la Siria e l’Iran: la prima perché strettamente legata alla Russia da un insieme di cooperazioni di natura militare ed economica; il secondo perché, oltre al fatto di essere legato alla Cina da intensi rapporti di natura commerciale, è l’unico Paese a maggioranza assoluta sciita e viene dunque percepito dunque come uno Stato estraneo, quando non addirittura “eretico”, da gran parte del mondo sunnita più settario.
In sostanza, l’operazione di marketing politico appare evidente. L’Occidente nel suo complesso mostra al resto del mondo di poter contare su una dialettica interna, che in realtà non esiste: anzitutto, perché la NATO è un organismo di fatto unilaterale, dove sono gli Stati Uniti a far valere uno schiacciante primato militare e a prendere, così, l’ultima decisione in ogni situazione critica; inoltre perché Israele, dopo la recente votazione favorevole a larga maggioranza dei protocolli ACAA presso il Parlamento Europeo, è praticamente ad un passo dalla completa integrazione economica all’interno dello spazio comune dell’Unione Europea.
In questo modo, Stati Uniti ed Unione Europea prendono due piccioni con una fava: da un lato, Washington esce “pulita” agli occhi del governo guidato da Benjamin Netanyahu, lasciando esporre gli alleati europei (tra i quali l’insospettabile voto italiano) in un riconoscimento dimezzato, che in realtà è probabilmente stato Barack Obama a volere o a consigliare. Dall’altro lato, la Turchia e l’Egitto presenteranno questo “contentino” come un biglietto da visita per tentare nuovamente di accreditarsi presso il mondo musulmano come referenti credibili.
Gli Stati Uniti, dal canto loro, potranno continuare a giocare su due tavoli in Medio Oriente, come hanno sempre fatto nella loro storia ad eccezione della fase neocon, spesso cedendo terreno soltanto su pressione dell’AIPAC durante le elezioni e non certo per ferma e convinta adesione ideologica alla causa sionista di Israele.

 

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