L’Eni, Mattei e la maledizione del petrolio

di Benito Li Vigni

 
“Vorrei tornare su Enrico Mattei, di cui sono stato uno strettissimo collaboratore, per dire che in Italia è avvenuto qualche cosa di orrendo, di sporco, era stata fatta una inchiesta quando l’aereo precipitò a Bascapè, un’inchiesta vergognosa, fatta da depistaggi e coperture della verità. Nel 1994 ho pubblicato un libro: “La grande sfida” e sono riuscito avere documentazioni top secret dagli archivi della JFK Library di Boston, dall’Eisenhower Library ho scoperto che tra Mattei e Kennedy c’era una corrispondenza molto stretta. L’Italia dopo la crisi di Suez, quando Inghilterra e Francia erano stati invitati dagli Stati Uniti a ritirarsi durante la guerra di Suez, perché gli USA temevano uno shock petrolifero, avanzò la proposta di coprire un ruolo di nazione strategica sul Mediterraneo in sostituzione di Francia e Inghilterra. Kennedy era d’accordo, però bisognava dare stabilità politica al governo italiano che cambiava ogni due mesi. C’era stata la crisi del governo Tambroni che durò un mese e mezzo… Per dare stabilità politica bisognava scegliere un uomo e fare riforme, Kennedy esaminò tutti i possibili interlocutori italiani, Fanfani, via, Gronchi via, e arrivò a Mattei, di lui Kennedy era affascinato e iniziarono delle trattative, una prima trattativa avvenne all’hotel Excelsior di Roma in grandissimo segreto. Mattei non si fece assistere da nessuno. Kennedy chiese alle grandi compagnie americane di mettere Mattei in condizioni di fare affari, di offrirgli contratti migliori di quelli che aveva con l’Unione Sovietica. Venne fatto un contratto tra l’Eni e la Esso per la fornitura di 12 milioni di tonnellate l’anno di grezzo a condizioni veramente migliori di quelle che Mattei aveva con l’URSS. Dopo l’accordo commerciale, segretissimo, si passò alla trattativa politica. Parteciparono il responsabile della politica estera di Kennedy e il futuro capo della Cia in Italia. Mattei doveva andare a dicembre 1962 a incontrare Kennedy. Non ne parlò con nessuno, neanche con me. Era abbastanza teso in quei giorni, aveva ricevuto minacce. La cosa che mi colpì è che era stato in Sicilia il 18 ottobre 1962, c’era stato un incontro a Gela, un CdA della Agip mineraria, lui transitò da Palermo, mi chiamò e mi disse “Ti voglio vedere subito in aeroporto“. Arrivò con l’aereo aziendale, mi diede indicazioni su fatti che stavamo svolgendo e dissi “Presidente venga entro l’anno, perché abbiamo fatto una realizzazione a Gela, che voleva lei, un grande deposito costiero per importare dalla raffineria di Gela i prodotti sul mercato“… Lui disse: “Non posso venire, ho parecchi impegni, ci vediamo il prossimo anno”. Dopo sette giorni ricevo una sua telefonata. Io mi trovo a Palermo, avevo un incarico di scout man, l’uomo dei servizi segreti nel petrolio che cerca di sapere cosa fanno le altre compagnie. Mi disse “Sto partendo per Gela“, “Presidente, ma… come mai?” “Poi glielo dico“. Arrivai a Gela prima di lui e andai al Motel Agip e mi dissero “Non atterra qui“. L’Agip aveva un aeroporto privato, l’aeroporto di Ponte Olivo, con una pista molto sorvegliata e la sera prima avevano messo una carica di tritolo e rotto la pista per non farlo atterrare, e lui dovette atterrare a Catania, arrivò intorno alle 13. Abbiamo parlato di problemi in corso che riguardavano L’Iraq. Nessun libro dei 300 e rotti pubblicati nel mondo su Mattei ha parlato mai dell’Iraq. Sapevo che c’era una questione in Iran, non si era riusciti a entrare nel consorzio dopo la caduta di Mossadeq, fatto cadere dagli angloamericani perché aveva nazionalizzato il petrolio, fatto cadere con l’uso dei sicari dell’economia. Mossadeq fu denunziato come se fosse un pazzo, e invece era molto saggio, era presidente del Consiglio del primo governo democratico iraniano, un governo eletto dal popolo. Riaprirono le compagnie angloamericane, fecero un consorzio e noi siamo stati rifiutati. E Mattei disse “Andiamoci a prendere il petrolio in Iraq“. Che cosa era successo? Io ho conosciuto a Taormina Dino Grandi, ex ministro degli Esteri del governo Mussolini, che mi ha informato che nel 1934 l’Agip, fondata nel 1926, era riuscita a ottenere in Iraq il più grande giacimento nell’area di Kirkul, nell’area curda. Era riuscita per l’abilità di Grandi che venne a patti con gli inglesi, che avevano l’85% del territorio iracheno, una concessione enorme. L’Iraq è un’invenzione di Churchill che aveva capito che mettendo una linea, un rettangolo, unificando sciiti, curdi, sunniti, turcomanni, avrebbe creato un Paese in eterno confitto, facilmente governabile e dominabile da un punto di vista coloniale. Dino Grandi diede appoggio all’Inghilterra, perché scadeva il protettorato inglese nel 1934, presso la Società delle Nazioni, l’ex Onu, e in contropartita l’Inghilterra accettò che l’Agip rilevasse una società piccola petrolifera e poi accettò che questa si ingrandisse fino a diventare una concessione importante che si chiama Mossul Oil Field. E però avvenne che nel 1935 le truppe italiane invadono l’Etiopia, gli inglesi ricattano la Agip, dicono “Se vuoi che noi interveniamo alla Società delle Nazioni per non fare sanzioni e un embargo petrolifero ci devi cedere,la Mossul Oil Field“. Grandi trattò, e alla fine trovarono una soluzione, sarebbe andato a inglesi e americani il 51%, però l’Agip avrebbe mantenuto il 39% e una presenza strategica nel golden share della società, cioè avrebbe partecipato alle politiche e alle strategie. Quando Grandi, tornò a Roma, Mussolini ebbe paura e disse “No. Cediamo la società, perché gli inglesi poi mi possono giocare un brutto scherzo e io non posso fermare in Etiopia le truppe con un embargo“. Mattei sapeva tutto questo e dopo che fummo rifiutati dal consorzio iraniano disse “Andiamoci a prendere il petrolio in Iraq“. Si formò un gruppo molto ristretto. Io lavorai con l’equipe che andò in Iraq quando Khassem, nel 1958, abbatté la monarchia Irachena di Re Fesal. Khassem venne contattato nel mese di agosto, in una caserma, mentre fuori si sparava. Gli fu portata una credenziale di Mattei, in cui diceva “Vogliamo fare con voi un contratto paritetico, un partenariato, non un contratto in cui vi vede Paese esattore di tasse o di royalty, facciamolo insieme, facciamo una società paritetica che si occuperà anche di altre cose connesse al petrolio“. Lui accettò e disse “Voglio però prima cacciare via l’Iraq Petroleum Company“. E così si iniziò a dare assistenza legale a Khassem esaminando concessione per concessione dell’Iraq Petroleum Company per vedere dove questa società aveva mancato. La società su 60 e rotti concessioni ne aveva sfruttato solo tre con un atteggiamento di scorrettezza enorme, si era mantenuta come riserva le altre risorse, privando il popolo iracheno di quelle royalty, ancorché irrisorie. Nel 1962 Khassem revocò le concessioni, queste 57 concessioni, all’Iraq Petroleum Company. Era una bomba! Una delle più grandi compagnie del mondo veniva buttata fuori, perché Khassem avrebbe fatto entrare l’Eni. Seguii da vicino la faccenda, ma non eravamo sicuri di essere sfuggiti ai servizi segreti americani e inglesi, perché in Italia c’era parecchia gente che voleva la fine di Mattei, parecchia. Lui aveva rotto con Fanfani… mandò all’opposizione i fanfaniani siciliani, che non era gente troppo facile, erano Gioia, Lima. Avevano indirizzato i finanziamenti alla DC, a Fanfani a Moro. Era rottura totale e Fanfani era Presidente del Consiglio.. Poi c’è la questione Cefis, Mattei lo aveva cacciato fuori, il vicepresidente, che era un uomo dei servizi inglesi. Mattei era isolato e durante la trattativa, ho scoperto con i documenti avuti che c’erano stati interventi pesantissimi dell’ambasciata americana e inglese a Roma su Fanfani, per fermare Mattei e Fanfani ha risposto “Io Mattei non lo posso fermare, non ho il potere“. È una cosa gravissima: “Fermare a ogni costo“. Khassem fece una società nazionale per creare una società paritetica con noi, fece sapere che voleva dare un annunzio al giornalismo internazionale di questo progetto. Noi abbiamo detto “Prendi tempo!“. Era il 16 settembre del 1962 e Khassem, per la smania di dimostrare al popolo che stava lavorando per il bene dell’Iraq, rilasciò un’intervista che ci fece gelare. Disse “Io ho revocato le concessioni all’Iraq Petroleum company e sto realizzando una società paritetica con l’Eni“.Ci siamo sentiti persi, era grave, gravissimo. Abbiamo detto a Mattei di stare attento, di non viaggiare più in aereo, e quindi arrivò in Sicilia il giorno 26, di ottobre. Eravamo terrorizzati, io ho detto “Presidente non riparta questa sera per Milano, venga con me, andiamo in campagna, mia moglie ha campagne vicino Palermo, si riposi, si riposi, non chiami neanche sua moglie. Un amico andrà a Roma e avviserà sua moglie, ma lo farà in modo privato, per un mese faccia finta di.. “. Disse “No, devo andare, devo incontrarmi a Milano con l’onorevole Tremelloni questa sera e poi devo partire, devo fare il contratto con l’Algeria“, un altro contratto molto osteggiato dagli angloamericani, ma soprattutto da Fanfani perché non voleva che Mattei portasse avanti una politica di rottura nei confronti delle 7 sorelle ( fu Mattei a definirle così, in verità all’inizio voleva dire sorellastre e poi i giornalisti l’hanno modificato) … è voluto partire lo stesso Mattei. E quella sera l’aereo è caduto, è caduto… in Italia abbiamo avuto una porcheria degna di nessun Paese.al mondo. Quando pubblicai “La grande sfida” il procuratore Vincenzo Calia di Pavia, zona dove l’aereo è caduto, riaprì l’inchiesta perché la novità era il rapporto Mattei-Kennedy. Indagò con molta serietà Calia. Ho avuto l’onore di collaborare da vicino con l’avanzamento inchiesta, e si accertò l’avvenuto sabotaggio. Si sono riesumati i corpi di Mattei e Bertuzzi, il pilota, e si sono trovate tracce di esplosivo, Compound 200, un esplosivo molto potente, si è accertato che l’esplosivo era stato messo sotto i comandi del carrello, e si può fare attraverso il ruotino, si infila la carica con una calamita, e che l’aereo era stato portato la notte tra il 25 e il 26 dentro l’hangar militare della Nato, (quello che vi dico è nell’inchiesta), e è stato sabotato dai servizi, l’ho scritto. L’aereo, quando il pilota azionò la cloche per scendere è andato in aria, è esploso. Ebbene, quest’inchiesta, che stava arrivando ai mandanti, già individuati, il magistrato stava acquisendo ulteriori elementi per le prove, è stata archiviata. E’ stata archiviata il 2003, dicono che Mattei non si sa perché è morto, alcuni dicono in un incidente, è una vergogna che una verità sia stata occultata… se ammazzano un uomo non succede niente, un Paese indegno.Io ci ho perduto la moglie nel luglio 2007, una macchina ci ha speronato e mia moglie è morta, ebbene, chi ci ha speronato, che era ubriaco, e era drogato, sta passeggiando tranquillo, si diverte, va alle feste, denunziato per omicidio colposo, non succederà niente! Ritorniamo a Mattei. L’inchiesta, archiviata e io ho fatto un libro in 25 giorni lavorando notte e giorno, che si chiama “Caso Mattei, un giallo Italiano“. Perché giallo italiano? Perché alla fine è stata gestito da italiani, da uomini per cui l’escalation di Mattei nella politica avrebbe dichiarato la fine politica o manageriale. E poi ho messo in evidenza da una serie di documenti un rapporto tra l’assassinio di Kennedy e quello di Mattei. A Catania c’era in quel giorno, Carlos Marcello, che è stato implicato nell’assassinio di Kennedy, il tutto converge della oligarchia britannica, sulla Permidex, controspionaggio inglese, siamo sempre lì, il centro del mondo nella finanza è Londra e quindi Mattei ha messo in difficoltà gli inglesi, Kennedy lo stesso, perché ha rotto i rapporti con l’oligarchia britannica a fini finanziari della politica, ha posto fine alla guerra in Corea senza interpellare gli inglesi. Non ci sono prove, ma c’è un legame comune. Quindi Mattei è stato ucciso, anche se tutti quelli che hanno scritto libri, come Bruno Vespa, dicono è caduto per un incidente aereo.”

 

Fonte

 

 

 

 

 

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