Universicrash.

 

di Uriel Fanelli

 

L’ Universita’ italiana , leggo, alla fine sta pagando il prezzo della sua stessa cialtroneria con un crollo di iscrizioni, e oggi vedo che in questi anni c’e’ in Italia un vero e proprio boom di iscrizioni negli istituti tecnici, il che significa che i giovani hanno deciso di fermare gli studi a 18 anni per andare a lavorare. Vedo in questo due cose buone, una buona in senso morale ed una buona in senso materiale.
Prima andiamo al perche’ del crollo di iscrizioni.
Quello principale e’ il blocco delle assunzioni nel mondo del pubblico impiego. Se considerate che dal 1992 al 2002 si e’ passati da 2.600.000 impiegati statali a 3.600.000 , capite che ci sono state circa un milione di assunzioni, circa 100.000 ogni anno.
Se considerate che ogni anno escono dalle superiori circa 400.000 studenti, ottenete molto semplicemente che di questi il 25% ha proseguito verso la laurea soltanto al preciso scopo di fare il concorso pubblico. Poiche’ gran parte dei concorsi pubblici privilegiano comunque i laureati, il 25% della popolazione studentesca ha scelto di fare l’universita’ al solo scopo di fare il concorso.
E’ chiaro che nel momento in cui lo stato non assume piu’ , ferma i concorsi e si sforza anzi di licenziare i dipendenti per calare le spese fisse -a ragione- , bisogna solo per questo calcolare che 100.000 persone ogni anno sceglieranno un percorso di studi diverso, dal momento che la strategia “studio perche’ mi serve il pezzo di carta per fare un concorso” non funziona piu’.
Il secondo punto e’ che l’ Italia sta venendo abbandonata dalle grandi imprese, per la semplice ragione che nessuno si emigra piu’ per lavoro, principalmente per via di un mercato immobiliare ingolfato dai mutui degli anni precedenti. Si affitta poco, a prezzi troppo alti, e si pretende di vendere a prezzi ormai irraggiungibili.
Se io aprissi un’azienda da 5000 persone, dovrei avere la speranza di trovare tutta la manodopera qualificata come mi serve nell’arco di 50 km, il tragitto medio accettabile dal pendolare. Ma la probabilita’ di trovare tutte e 5000 le persone con le competenze adeguate in un raggio simile e’ del tutto inesistente, cosi’ non solo non apriranno mai nuove grandi fabbriche , ma sinche’ la gente vuole trovare lavoro vicino a casa, anche quelle medie si manterranno nei dintorni degli hinterland di poche grandi citta’.
Rimangono ovviamente le PMI, che hanno una piccola sfiga: quando fanno manufatturiero non cercano laureati, ma periti.  Quando fanno servizi cercano spesso ancora di meno, oppure cercano esperienza nel settore.
La conseguenza immediata di tutto questo e’ che negli scorsi anni i laureati si sono visti superare nel mondo del lavoro dai diplomati delle scuole professionali, che si immettono prima nel mondo del lavoro e quando il laureato arriva e’ ancora un principiante mentre loro sono inseriti da 4/5 anni.
Ovviamente, sinche’ l’ Italia fa l’errore di basarsi su PMI(1) , che in realta’ sono PI, il dato di fatto e’ che un diploma ha piu’ possibilita’ di dare lavoro di una laurea.  Quindi, di per se’ , il crollo di iscrizioni alle universita’ e il relativo aumento di iscrizioni alle scuole superiori tecniche non e’ altro che una razionalizzazione del mercato del lavoro.
Dal lato delle universita’, mi viene da dire “ben vi sta”. Ci ho avuto a che fare per lavoro , col mercato Educational&Research, e devo dire che non mi viene da dire altro.
Per prima cosa, non e’ vero che le industrie -almeno le medie e grandi- non vogliono lavorare con le universita’. Nella mia passata esperienza, il problema e’ che -con la sola eccezione del mondo farmaceutico ed alcune universita’ fiorentine (senesi e pisane)- ai professori di far fare cose interessanti ai dottorandi o ai ricercatori non frega un cazzo. I professori vogliono pubblicare, pubblicano spesso roba puramente teorica, e questo e’ quello che chiedono ai loro dottorandi e ricercatori.
L’industria che andasse a chiedere un contributo applicativo alle universita’ si sentirebbe rispondere che nessuno dei professori fa ricerca in quella direzione, e specialmente che i dottorandi sull’applicativo ci devono andare meno possibile.
Se lo sentiranno dire in diversi modi, se lo sentiranno dire in tante salse, con tante scuse, ma se un’azienda va a chiedere un PhD bravo per fare qualcosa, il prof ha immediatamente PAURA che l’ Industria glielo “rubi”, e di rimanere senza segretario. Perche’ questo e’ quello che sono dottori, ricercatori & co per i professori universitari.
Soltanto quando un ricercatore ha fatto abbastanza carriera che il professore lo considera “suo” o “sicuro” , o “radicato” allora gli si permette di avere contatti con l’ industria: si sa che non lo assumeranno, o meglio che il ricercatore non si fara’ assumere. Se il campo applicativo non ha necessita’ di applicazioni industriali nella carriera accademica -come capita solo nel settore farmaceutico e pochi altri quali meccanica, aereospaziale e chimica- di fatto a quel punto i ricercatori universitari pensano alla carriera accademica, e vanno a studiare cose che non interessano all’ industria.
Si realizza un algoritmo di questo genere (quando non parliamo di figli e parenti di professori, si intende):
  • Se il dottorando/dottore sogna un reddito decente e non ce l’ha, ma serve al professore come segretario scientifico, il professore stesso avra’ cura di NON fargli incontrare alcuna industria che potrebbe eventualmente fargli un’offerta di lavoro.
  • Gli stage nelle aziende fanno paura ai professori perche’ temono che le aziende tolgano all’universita’ le teste che essa vuole destinare alla schiavitu’ accademica. Cose come “ti metto a fare un vero stage dentro una vera azienda su un progetto vero” sono viste dai professori come una minaccia.
  • Quando ormai i ricercatori sono considerati stabili ed inseriti dalle universita’, prendono la strada della pura accademia, e non badano piu’ alle cooperazioni con le industrie.
E questo, ripeto, avviene quando non stiamo parlando di figli , parenti e giovani amanti da sistemare.
Si tento’ di ovviare a questa cosa con gli spin-off universitari. Si trattava di aziende nate da idee innovative che nascevano dentro le universita’, che venivano trasformate in aziende dall’universita’ stessa, e ospitate a prezzi concorrenziali dentro le infrastrutture universitarie, per poi essere messe sul mercato dopo l’avviamento.
I problemi di questa strategia in Italia, almeno quando lavoravo con le universita’, furono che:
  • I prof hanno dei parenti che hanno aziende. Queste “spin off” finivano semplicemente per ospitare pezzi di aziende dei parenti dentro i locali dell’universita’, facendo risparmiare loro affitti, riscaldamenti e spesso stipendi. Finiti i 3 anni, le spinoff fallivano o tornavano alla base, cioe’ all’azienda che avevano servito. Quando mi misi in proprio, due miei concorrenti erano spin-off. Un tizio, coadiuvato da due studenti, usava i locali e la rete universitaria -senza pagare affitti, manodopera e connettivita’- per fare il mio stesso lavoro. Era parente di. A me una stupida CDN costava 28 milioni di lire/anno, loro avevano dieci volte quella banda gratis. Per dirne una. Con l’aumento di tasse universitarie ci pagavate l’hobby del parapendio di un tizio , insomma.
  • I prof hanno dei parenti dentro l’universita’. Per controllare che nessuno (gli studenti-schiavi che ci lavorano) abbia strane idee , tipo usare la spin-off correttamente o farsi conoscere nel mondo del lavoro , spesso i prof mettono un parente a controllare che non ci siano strane attivita’ tipo contatti troppo stretti con le aziende. Oppure creano le spinoff apposta per aggiungere al curriculum accademico dei figli un pochino di collaborazione con le industrie o di esperienza aziendale. Che fa sempre bene.
A questo si e’ aggiunta quella ridicola panzana del “programma di rientro dei cervelli italiani”. In pratica, ad un certo punto i concorsi erano praticamente bloccati e quando aprivano c’era gia’ la fila. Siccome non bastavano per tutti, e iniziavano a fioccare i ricorsi dei perdenti, per assicurare dei posti ai pargoli i prof usarono proprio la storia del rientro dei cervelli.
Funzionava cosi’:
  • I prof usavano la Spinoff allo scopo preciso di aprire una sede in qualche paese straniero. La agganciavano a qualche ricerca che il prof aveva in collaborazione o contatto con una universita’ straniera, e ci mandavano i figli.
  • I prof mandavano direttamente i figli a fare il PhD all’estero, in una universita’ comoda, o a prendere l’ MBA o il master, avendo cura di farli svernare qualche anno all’estero.
  • Dopo qualche anno, essi maturavano lo status di “cervello italiano in fuga”, e rientravano nella casistica che prevedeva l’offerta di inserimento automatica -senza concorso!- nell’universita’ italiana. I “figli di” venivano quindi assunti, con tanto di offerta di soldi per la borsa, e poi iniziavano la carriera accademica senza il concorso di rito. I poveretti che fossero davvero cervelli all’estero e provassero ad usare la stessa strada , che i professori ritenevano un puro strumento di familismo, rimanevano fregati.
Ora, il punto e’ questo: in un momento il cul il MERCATO del lavoro si ristruttura e si razionalizza, ottenendo quindi che l’offerta si adegua alla domanda,   venuta a mancare la domanda dal pubblico impiego, perche’ mai ci aspettiamo che un sistema di studi simile rimanga attraente?
Certo, i soliti soloni dicono che e’ dimostrata la correlazione tra buon reddito e laurea, ma dimenticano che quando calcolano tale correlazione INSERISCONO NEL COMPUTO IL PUBBLICO IMPIEGO E LE GRANDI IMPRESE, che nel futuro dell’ Italia scompariranno o si ridimensioneranno.(2)
In queste condizioni, le universita’ italiane -specialmente le piu’ grandi e (prima) numerose, sono destinate al collasso. Sono dimensionate per una quantita’ di studenti che e’ destinata a dimezzarsi, sono costruite per dare un pezzo di carta a chi vuole fare il concorso -da cui la proliferazione di corsi di studi inutili e stupidi-  e non hanno connessioni con l’ industria.
L’altra cosa che non si dice e’ che i professori universitari stessi hanno iniziato a lasciare le universita’, o salendo su diversi treni di pensionamenti/prepensionamenti o finendo nel mondo della consulenza, o semplicemente andando a lavorare all’estero.
Ormai i professori rimasti sono eredi di vecchi baroni (quando giovani) e politicanti accademici e massoni , ovvero personaggi praticamente incapaci di dare valore accademico.
Se vi chiedete quale sara’ il futuro dell’ universita’ italiana, fatevi prima la domanda “ma l’ universita’ italiana ha futuro?”. Perche’ al primo ITIS che avra’ l’idea di aggiungere un corso di specializzazione applicativo bi/triennale post-diploma , per loro non ci sara’ alcun futuro.
Gli effetti numerici si contano. Il calo e’ iniziato gia’ 5 anni fa, e a 100.000 studenti in meno all’anno, il tasso di disoccupazione rilevato e’ aumentato (guarda caso) di 500.000 unita’. Prima c’erano dai 5 ai 7 anni di giovani che non venivano contati come disoccupati perche’ studenti. 5-7 anni fa dal milione al milione duecentomila giovani.
Che oggi vengono contati come disoccupati. La disoccupazione in aumento, in larga parte, non e’ altro se non l’abbandono dell’universita’, che e’ servita ANCHE per mascherare un tasso di disoccupazione alto e far finta che in Italia non ci fosse una questione giovanile. Non e’ un caso se l’ Emilia Romagna, che ha universita’ enormi rispetto alla dimensione delle citta’ e una percentuale di frequentatori -in passato- molto alta, risultasse tra le regioni a piena occupazione: l’universita’ assorbiva e falsava i numeri dei disoccupati.
Se, come penso ci sara’ un collasso delle iscrizioni all’universita’ e anche i vari corsi “per andare ad insegnare”, che hanno tenuto occupati tanti giovani per tanto tempo -escludendoli dalle liste di disoccupati- faranno la stessa fine, il risultato sugli indici di disoccupazione reali mostreranno la verita’ sull’ Italia: quando le cose “andavano bene”, in realta’ si stava nascondendo la disoccupazione (un milioncino di giovani) sotto il tappeto degli studi universitari.
E alla fine, le menzogne vengono al pettine. Non c’e’ nessun declino e  nessun peggioramento, semplicemente si stanno alzando molti tappeti, e lo sporco che c’era nascosto sotto sta venendo alla luce.
Uriel
(1) E’ un errore perche’ le PI non fanno ricerca. E siccome non puo’ essere lo stato a sobbarcarsi la ricerca industriale, di fatto le Piccole Imprese diventeranno Microscopiche Imprese prima e poi Irrilevanti Imprese alla fine.
(2) Anche questo percorso era simile: ho un amico nella tale grande azienda, che puo’ mettere una buona parolina per me, ma assumono solo laureati. Ergo, mi serve la laurea, sempre nella logica del pezzo di carta per il posto fisso. Ma oggi le granzi aziende stanno assumendo solo persone gia’ assunte altrove per evitare fregature, e il trucco non funziona piu’.

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