Quella Guerra Fredda che per Washington non finisce mai

 

Qualcuno ricorderà sicuramente Alba Rossa, versione tradotta della pellicola Red Dawn, uscita nelle sale cinematografiche nel 1984. Il film, che vedeva l’esordio di una futura “stella” di Hollywood come Patrick Swayze, raccontava uno scenario apocalittico nel bel mezzo di un piano di invasione sovietica degli Stati Uniti. Lo sbarco delle truppe dell’Armata Rossa, immancabilmente affiancate dalle milizie di Fidel Castro, sarebbe stato prontamente scongiurato da un manipolo di giovani ragazzi statunitensi che, organizzatisi con armi e munizioni, avrebbero ingaggiato una vera e propria guerriglia per fronteggiare e sconfiggere la fantomatica minaccia comunista.
Grottesco e fantascientifico, questo film possedeva in realtà un potenziale propagandistico nel quadro di una Guerra Fredda dove la tensione non accennava a raffreddarsi. Malgrado l’avvio delle politiche di perestrojka e glasnost, che avrebbero distrutto e liquidato l’Unione Sovietica nel giro di cinque anni, sino alla fine degli anni Ottanta Mosca teneva ancora in pensiero il Pentagono. La fase reaganiana, d’altronde, aveva preso piede all’insegna di un netto rilancio su scala mondiale dell’ideologia “americana” e dei pilastri politici e sociali degli Stati Uniti, in sempre più netta contrapposizione a quello che nel 1983 proprio Ronald Reagan aveva ribattezzato come l’“Impero del male”. A trent’anni di distanza dall’introduzione del maccartismo, il manicheismo (geo)politico di Washington tornava dunque utile per rilanciare folli progetti di dominazione planetaria, espansi addirittura al settore della ricerca spaziale attraverso il progetto-volano Strategic Defense Initiative, noto col nome di Star Wars.
Alla fine degli anni Novanta, i risultati conseguiti dalla Rivoluzione negli Affari Militari portarono all’adozione di una nuova capacità di controllo, tristemente conosciuta con la sigla “full spectrum dominance”. Pienamente integrata nella National Security Strategy dall’amministrazione Bush jr e applicata in Afghanistan e in Iraq dall’allora segretario alla Difesa Donald Rumsfeld, la dottrina strategica del dominio sull’”intero spettro del conflitto” stabiliva lo scopo di raggiungere un completo controllo coordinato e simultaneo delle tre dimensioni di confronto classiche (terrestre, aerea e navale), dello spazio informatico (cyberspazio e reti comunicative) e dello spazio extra-atmosferico (satelliti, radar e stazioni). In quella fase, lo scudo spaziale – faraonico progetto militare, per ora abbandonato dagli Stati Uniti – fu oggetto di serrati dibattiti e accesissime discussioni, suscitando le scontate reazioni delle potenze e delle nazioni esterne alla NATO e ai partenariati atlantici, seriamente preoccupate per la volontà nordamericana di acquisire un simile potenziale militare che, per altro, avrebbe pesantemente violato il Trattato sullo Spazio Extra Atmosferico del 1967 tutt’ora in vigore.
Ebbene, dopo il crollo dell’Unione Sovietica, definito giustamente dal presidente russo Putin come la “più grande catastrofe geopolitica del XX secolo” (e, mi verrebbe da aggiungere, non soltanto geopolitica), gli Stati Uniti hanno dimostrato di non saper in alcun modo gestire la complessa trama internazionale del mondo. Il “nuovo ordine mondiale” di pace e stabilità, evocato da George H.W. Bush all’indomani della dissoluzione del Patto di Varsavia, non si è nei fatti mai concretizzato; la “pacificazione attraverso la globalizzazione” promossa da Bill Clinton è finita sotto le macerie della deflagrazione balcanica, della pesantissima crisi sullo Stretto di Taiwan del 1995-96 e del ritorno in forze dell’integralismo wahabita; la dottrina della “War on Terror” di George W. Bush ha disseminato macerie e distruzione in Medio Oriente e in Afghanistan, alla fatidica ricerca di inesistenti armi di distruzione di massa nel martoriato Iraq di Saddam Hussein, salvo poi essere completamente annullata e ribaltata dalla nuova politica filo-islamista di Barack Obama durante le cosiddette “primavere arabe”.
Come hanno più volte ricordato gli analisti dello stato maggiore della Repubblica Popolare Cinese, la globalizzazione economica avviata negli anni Novanta è un meccanismo che, al di là delle storture e dei pericoli sociali che comporta, nel lungo termine può soltanto evolvere in una multipolarizzazione degli assetti internazionali. Non in una loro unipolarizzazione né tanto meno in una definitiva stasi liberale e capitalistica della storia, come preteso da Francis Fukuyama. La forzatura operata da Washington durante le trasformazioni del 1989 ha invece innescato nella pubblica opinione e nelle classi dirigenti dei Paesi dell’Unione Europea un processo di autoconvincimento del fatto che qualunque soluzione politica ed economica anche solo in parte indipendente dal meccanismo dei mercati internazionali, fosse ormai impraticabile. Sino alla catastrofe odierna, per la quale andrebbero chieste spiegazioni proprio a quegli istituti finanziari statunitensi che continuano a detenere uno stretto controllo sulla stragande maggioranza dei flussi internazionali di capitale, spostandoli da un Paese all’altro come nel meccanismo dei vasi comunicanti, ma con la differenza che gli Stati Uniti sono il vaso più grosso (ricco) e più duro (armato).
Alla fine di questo mese nelle sale cinematografiche uscirà il rifacimento di Alba Rossa, che ripercorrerà la trama del film degli anni Ottanta con qualche piccola modifica: nuovi giovani attori pronti ad emulare le gesta “partigiane” dei loro illustri predecessori e un nuovo nemico. Scomparsa la fantomatica minaccia sovietica, stavolta sarà l’Esercito della Repubblica Democratica Popolare di Corea ad entrare in territorio statunitense, dove troverà l’agguerrita resistenza patriottica di un popolo coeso e pronto a combattere. Certo, risulta difficile pensare a simili apici di epico eroismo pronti ad emergere in quartieri sovrappopolati da schizzinosi agenti di borsa, impiegati esauriti, tossici, prostitute, vecchie zitelle e bambini obesi, eppure il film di Dan Bradley pare ci mostrerà proprio questo. Secondo le indiscrezioni, l’idea iniziale era quella di presentare al pubblico di casa un’invasione cinese, ma i timori per le scontate ripercussioni diplomatiche in una fase economica così delicata per gli Stati Uniti hanno indotto gli autori e il regista a tornare sui loro passi. D’altronde, quale altro Paese potrebbe rappresentare così bene, dal punto di vista americano, l’idea del male e del nemico da distruggere? La Repubblica Democratica Popolare di Corea è una nazione socialista tutt’ora strutturata sul modello sovietico (sebbene nella variante nazionale Juché), già entrata in guerra con gli Stati Uniti nel passato, continuamente indicata, assieme all’Iran, come una “minaccia per la sicurezza globale” nei documenti strategici del Pentagono, e in aperto clima di contrapposizione con Washington e Tokyo, alleati del governo di Seoul.
È un “nemico perfetto” per costruire un nuovo teorema di fantascienza e plasmare le menti di tanti giovani statunitensi, specie in un periodo di crisi come questo, dove – statene certi – le politiche economiche statunitensi torneranno a ruggire con un ostile protezionismo, forse persino più aggressivo rispetto a quello adottato negli anni Ottanta contro il crescente mercato nipponico. Non sappiamo chi vincerà le elezioni presidenziali, mancano ancora un paio di giorni al verdetto definitivo, ma possiamo già stare sicuri: la più luminosa democrazia del mondo ha ancora bisogno di odio.

 

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