La vittima assoluta

Musulmano, homo sacer, zoe, la catena di sinonimi ci conduce a quell’immagine che secondo Primo Levi ha raffigurato in sè tutto il male del secolo. E che, per Agamben, è la cifra di una vita che, per via dello stato d’eccezione, “è “abbandonata” a se stessa, esclusa dalla protezione della legge, ma allo stesso tempo inclusa nell’ambito della sua pertinenza. Il campo di sterminio è infatti la figura emblematica che rende visibile questo paradosso del legame tra vita e potere, tramite la legge. Esso denoterebbe una zona di regole, discipline e punizioni da riservare a coloro che sono”fuori legge”. Scopo delle pratiche di questo luogo è la produzione dell’homo sacer, di quella vita che può essere annientata senza commettere nè omicidio nè sacrificio. E sulla quale può scaricarsi illimitatamente la violenza che finirà per ridurla, come dice Foucault, a cosa. In altri termini, il campo di sterminio assurge a spazio esemplare di produzione di quello che ho chiamato la “vittima assoluta”.

Stazione finale dell’assenza di libertà e di movimento, punto d’arrivo della de-soggettivazione, questa condizione è stata resa in maniera inimitabile dalla scrittura di George Orwell. In quest’atmosfera onirica e cupa che 1984 riesce a farci toccare, il processo di destituzione della vita di Winston Smith ci restituisce il tragitto esemplare di un “chi” che viene ridotto a “cosa”. Se all’inizio della “terapia”, nell’universo chiuso del “Ministero dell’Amore”, in cui domina una ragione totalmente disincarnata e dove sembra non esistere più alcun luogo sottratto all’ordine simbolico di Oceania, Winston riesce in una strenua e residuale difesa del senso di sé, è perchè egli ancora in qualche modo si aggrappa a una esigua certezza: la certezza del proprio corpo, del fatto che questo ha inscritto se stesso nel passato, venendo al mondo e producendo avvenimenti, garantiti dalla memoria e testimoniati da documenti tangibili.E’ la certezza della nascita e della morte, legate, nella loro irriducibile differenza , alla condizione umana così come Winston l’ha conosciuta fino a quel momento.

Gli uomini come Winston rappresentano un problema particolare per il regime. Tuttavia non un problema irrisolvibile. Per far sì che anche Winston Smith venga riassorbito pienamente nel dominio di Oceania, bisogna, allora, che il suo corpo- metominia, come si è detto di una realtà che resiste alla volontà di onnipotenza del Partito- venga fatto a pezzi, smontato, svuotato, disarticolato. Bisogna sopratutto che quella differenza tra vita e morte- legata alla fiducia di sentirsi “davvero vivente- smetta di giungergli. Quando infatti O’Brien lo obbliga a specchiarsi- in una sorta di scena lacaniana invertita- la certezza di sé inizia a vacillare. Siamo di fronte a un letterale processo di de-soggettivazione. Davanti al suo corpo irriconoscibile, ormai così esausto da esser diventato quasi immune al dolore fisico, la sua resistenza inizia a sfaldarsi. La sua esistenza è ormai minacciata internamente dallo sgretolarsi della fede nell’indistruttibilità della sua stessa realtà. Winston non capisce più se è vivo o se è morto. Come O’Brien gli aveva anticipato: “ Tu non sarai mai più capace di sentimenti umani [….] di sentire amore, amicizia, gioia di vivere, di ridere, di sentire curiosità, di onestà. Sarai vuoto. Ti spremeremo fino a che tu non sia completamente svuotato e quindi ti riempiremo di noi stessi”.

La pratica della stanza 101, l’estrema violenza, in quanto competentemente studiata e approfondita solo per lui, farà compiere a Winston l’ultimo e irrimediabile passo. Quando la sua testa sarà rinchiusa dentro la gabbia dei topi, sacrificherà il suo amore per Giulia pur di non subire quella morte, la cosa per lui davvero insopportabile. Quando cioè Winston scioglierà anche l’ultimo vincolo che lo tiene legato al mondo diventerà finalmente quell’essere che semplicemente sopravvive quale il potere ha sin dall’inizio deciso che diventasse. Amerà il Grande Fratello e non avrà altri pensieri  all’infuori di quelli del Partito, anche perchè non avrà più nessuna passione in grado di trascendere la semplice pulsione inerziale di continuare a vivere. Così, scegliendo la vita a fronte dell’insopportabile, Winston è diventato letteralmente l’ultimo uomo, non nel senso dell’ultimo individui, ma di cò che resta dell’uomo quando non è più in grado di simbolizzazione alcuna.

….La violenza è il fenomeno che soggioga in maniera totale: ferisce e mutila non solo il corpo, ma l’intero stare al mondo dell’uomo. E’ lo strumento più efficace di dominio, perchè la vittima non può sottrarsi al dolore. La violenza innesca reazione che dall’interno travolgono coloro che ne sono colpiti. “Non si capisce nulla della violenza se la si considera soltanto come un processo fisico esteriore”. La violenza appare allora come l’evidenza più efficace per decostruire la validità del dualismo tra anima e corpo. Quella violenza che infligge all’uomo la distruzione, la ferita e la deformazione è, agli occhi di Sofsky, lo strumento più potente per fare a pezzi l’identità umana, il mezzo in grado, come nessun’altro, di ridurre la complicata trama di relazioni di una biografia a quella materialità oggettivata che caratterizza la vittima inerme.

E’ il polo passivo della relazione di potere a richiamare su di sé l’attenzione. Da Lavinas a Sofsky sempre più esplicitamente il campo d’indagine si sposta dal “piacere di crudeltà” verso il dolore della vittima ridotta a passività totale. Anzi, per meglio dire, verso l’esito finale di quell’atto di violenza, che non può essere considerato più come una relazione di potere, appunto per via dell’estinguersi di uno dei soggetti come soggetto.

Tratto da “I nuovi demoni”- Ripensare oggi male e potere” di Simona Forti

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