Lo sguardo, la parola e le cose

“Il mio nome proprio, nella mia bocca, mi produce sempre una strana impressione”. Emmanuel Bove

Abbiamo ucciso il significato delle parole e dato vita propria alle cose. L’educazione conservatrice ci ha insegnato le parole per ottenere risultati, non per ripercorrerle (come bellissimi procedimenti interminabili). Abbiamo creduto che con solo dire “positivo” si aprivano le porte come se si trattasse di un atto di magia. Nell’intreccio del non pensiero abbiamo svuotato il contenuto delle parole e siamo diventati ripetitori della sceneggiatura dei disegnatori del macchinario. La parola è passata ad essere un’eco molto lontana, impossibile da decifrare. Lettera morta, gesti controllati, vincoli rotti. Collettivi disarticolati. Violenza legale contro il pensiero. Molti abbiamo dimenticato (e in troppi s’impegnano in farcelo dimenticare) che da un estremo si passa all’altro. Dalla saturazione all’indifferenza c’è mezzo passo. Dalla parola come dogma siamo arrivati alla parola come nulla. La parola come un quaderno di appunti  è rimasta schiacciata dal rumore del carnevale delle opinioni. Ci dimentichiamo di chiederci cosa diciamo quando vogliamo dire qualcosa. Però, in questa andata e ritorno del verbo, sembra che lasciamo le parole aggiudicate a determinate cose e ce ne siamo andati, in ritirata verso la non vita, come se la comprensione di quel qualcosa non dipendesse da noi. Il muro continua ad essere un muro per se stesso, non ci domandiamo il perché di quel muro. Lo stesso ci accade con il resto della casa e con gli oggetti per strada. E nella sconfitta dei significati le cose si sono ribellate.

Tra le parole e le cose si è prodotta una distanza. Questa distanza l’abbiamo creata con la perdita dello sguardo. Quando la parola perde il suo significato, le cose diventano enti indipendenti che amministrano la nostra vita. L’essere, allontanato dall’interpretazione, sembrerebbe aver dimenticato che le cose significano qualcosa solo dalla prospettiva dello sguardo. Le parole non sono strettamente qualcosa, le parole possono essere resti di un linguaggio vuoto. E’ l’essere che da forma e senso ai simboli. Ma, in questa diatriba di valori le cose sono passate ad avere più valore delle parole. Come se le cose non avessero bisogno di essere nominate. Il pragmatismo attuale (che scredita ciò che non è misurabile) ci ha portato a non stimare quelle parole che non rappresentano valori tangibili. Nel regno del profitto amore è una parola intangibile che perde importanza di fronte alla parola mobile. E poco o mai ci ricordiamo a cosa serve il mobile. E’ l’unica cosa che ha acquistato rilevanza (e vita) nella quotidianità del senza-senso. Quante volte ci chiediamo se la macchina serve a qualcosa altro oltre che per trasportarci? E’ possibile che le cose comincino ad essere problematiche una volta che smettiamo di chiederci a cosa servono (il pragmatismo pretende che ci si domandi sull’utilità dell’amore e non di quella del mobile).

Una camicia o una bandiera non fanno l’esistenza di un paese se non ci sono persone. Il rumore ha solcato un buco al significato di quello che c’è al di là dei nomi. Succede che dietro un nome c’è un essere che, come le parole, devono essere percorsi. E nell’impero del concreto solo valgono le parole che rappresentano un’utilità diretta, dimostrabile. Dal mobile alla macchina e dal volante alla strada, si è sempre con qualche apparecchiatura nella mano, circondati da cose interminabili che vengono fatte per organizzarci la vita a seconda del (fugace) manuale dell’uniformità. Il timore al labirinto ci porta sempre ad una strada senza uscita. Le cose vengono costruite solo per darci risposte veloci. L’essere umano solo riesce ad ottenere,invece, vie d’uscita attraverso le domande.

Forse bisognerebbe recuperare l’energia delle parole. La loro aria, la loro freschezza, il loro cammino aperto.  Elevarle il senso d’interpretazione al punto d’equilibrio della corda sulla quale attraversiamo la storia. Vivere per percorrere le parole e usare le cose. L’altro giorno ho interrotto la mia passeggiata  per fermarmi –ero a piedi- di fronte al semaforo rosso; di colpo un automobilista ha frenato e dal finestrino della sua macchina mi fece segno di attraversare. Ho rallentato il mio passo colto dalla sorpresa di quel semplice gesto.  Solo molto dopo sono riuscito a dirmi che quel soggetto era uno strano interprete del giusto senso delle cose.

Fonte

Traduzione: FreeYourMind!

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