Mattei, chi lo ricorda oggi, lo ostacolò sempre in vita

 

di Filippo Ghira

 

Sono passati quasi 50 anni da quella sera del 27 ottobre 1962 quando nei cieli di Bascapé una bomba nascosta a bordo dagli “atlantici” fece esplodere in volo l’aereo di Enrico Mattei.
Un assassinio, quello del fondatore e presidente dell’Eni, che le autorità di governo dell’epoca, per non innescare uno scontro internazionale con gli alleati della Nato, cercarono in tutti i modi di far passare come incidente provocato dall’impatto dell’aereo volo contro il suolo. Vi furono minacce contro il contadino che aveva assistito all’esplosione e venne comprata la sua testimonianze attraverso l’assunzione di un parente in una società controllata dall’Eni.
Fu lo stesso vertice del gruppo, a guidare il quale era stato richiamato nel frattempo Eugenio Cefis, allontanato da Mattei perché troppo filo-atlantico e filo-israeliano, a cercare di spargere una cortina fumogena sulle dinamiche di quel giorno. Allora, all’Italia venne inviato un preciso messaggio: non dovete cercare di avere, attraverso l’Eni, una vostra politica autonoma nel Mediterraneo e nel Vicino Oriente.
L’incredibile di tutta questa vicenda è che a coprire un omicidio furono gli stessi protettori politici di Mattei. Quegli esponenti della sinistra della DC, partito nella quale militava e nelle cui formazioni partigiane aveva combattuto durante la Resistenza. La stessa chiamata di Cefis a prendere il posto Mattei rappresentò il segnale che il messaggio degli atlantici era stato recepito:  voi italiani non vi dovete allargate troppo. Non è un caso che dopo il colpo di Stato in Libia di Gheddafi, sponsorizzato dal Sid, il nostro servizio segreto militare, ci furono le bombe del dicembre 1969 e l’avvio della cosiddetta “Strategia della Tensione”.
Un termine, guarda caso, coniato quell’anno dal settimanale britannico “Observer”. Quella Gran Bretagna che era stato il Paese maggiormente penalizzato dal golpe di Gheddafi, considerate le basi militari e navali che Londra vantava in Libia. L’assassinio di Mattei coincise, e questo è un elemento da non trascurare, con la crisi dei missili sovietici a Cuba quando il mondo si trovò sull’orlo di una scontro armato Usa-Urss. In tale fase, una figura come Mattei, nonostante il suo anti-comunismo di fondo e il suo essere stato uno dei fondatori di Gladio, venne ucciso come potenziale elemento destabilizzante degli equilibri geo-strategici nell’area mediterranea. Soltanto una quindicina di anni fa, e suscitando non poco imbarazzo, una perizia tecnica, ordinata dalla magistratura, accertò l’esistenza di residui di esplosivo nelle lamiere del jet di Mattei. Un imbarazzo comprensibile perché l’oggetto di tale perizia era l’ennesima dimostrazione, un’altra fu il sequestro e l’omicidio di Moro, che il nostro era e resta un Paese a sovranità limitata.
Enrico Mattei resta una figura che sembra non appartenere davvero a questo Paese nel quale i politici, soprattutto quelli attuali, non hanno la benché minima idea di quello che sono e che dovrebbero essere l’interesse e la sovranità nazionali. Al contrario, dopo l’infausta crociera sul Britannia del 2 giugno 1992, e dopo la speculazione anglofona contro la lira in ottobre, quasi il 70% delle azioni dell’Eni vennero messe in vendita in tre diverse tranches, prevedendo addirittura una quota del 30% di esse, quindi un 20% circa del totale, ad investitori internazionali. In altre parole a fondi di investimento anglo-americani. Come se il collocamento sul mercato avesse bisogno di compratori esteri. Per la cronaca, a curare la privatizzazione, insieme ad altre banche, venne chiamata l’immancabile Goldman Sachs, che da un ventennio ricopre un ruolo nefasto nelle nostre vicende politiche nazionali, fornendo ministri e sottosegretari (Prodi, Letta, Monti e il non compianto Padoa Schioppa, tutti suoi ex consulenti) e piazzando un proprio ex vicepresidente (Draghi) come governatore della Banca d’Italia prima e come presidente della Bce poi.
Appare quindi paradossale e incredibile che l’Italia politica si appresti a celebrare Mattei. Lo farà oggi alla Camera, presente Giorgio Napolitano, con Gianfranco Fini, Paolo Scaroni (amministratore delegato dell’Eni), il regista Francesco Rosi (autore di un celebre film su Mattei) ed altri, con interventi, lettura di documenti e proiezione di documentari.
Una presenza singolare quella di Fini, perché sulla scia di Casini (Udc) che aveva chiesto la vendita ai privati delle quote ancora pubbliche di Eni, Enel e Finmeccanica, pure Fini si è espresso a favore del processo di privatizzazione. Si tratta insomma di due eredi di quelle correnti liberal-liberiste e cattolico-liberali che si opposero sin dall’inizio al salvataggio dell’Agip, di cui Mattei era commissario liquidatore, alla nascita dell’Eni e alla politica estera ed energetica dell’ente petrolifero pubblico. Quanto a Napolitano è appena il caso di ricordare che negli anni settanta era l’unico esponente di rilievo del Pci ad essere ricevuto senza alcun problema negli Usa dagli ambienti politici e finanziari che contano. Sarà interessante quindi ascoltare gli interventi dei politici presenti, pronti a non dire quello che invece dovrebbe essere detto.
Ieri l’Eni, controllato al 70% dalla Cassa Depositi e Prestiti, ha comunicato di aver venduto alla stessa CDP il 29,99% della Snam che gestisce la rete del gas. Una svolta che era auspicata da tempo dai concorrenti esteri, richiesta dalla Commissione europea e anche dai fondi speculativi di oltre Oceano che l’avevano giudicata più importante della riduzione del nostro debito pubblico. Al di là dei soldi che l’Eni incasserà e che la rafforzeranno finanziariamente ma la indeboliranno dal punto di vista strategico, c’è da tenere presente il consulente scelto dalla CDP per concludere l’operazione. La Goldman Sachs. E poi dicono che non siamo una colonia. Enrico Mattei si starà rivoltando nella tomba.

 

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