Fondo monetario internazionale, la longa manus degli Usa

di Filippo Ghira

 

Il Fondo monetario internazionale, pur essendo diretto da una tecnocrate francese, come l’ex ministro delle Finanze, Christine Lagarde, continua ad evidenziarsi come una estensione della finanza statunitense.
Applicando alla perfezione l’apologo della trave e della pagliuzza, il Fmi ha messo sotto accusa il debito dei Paesi dell’euro intimando agli interessati di ridurlo, attraverso lo smantellamento dello Stato sociale. Ma poi, come sempre, ignorando l’enorme debito pubblico (oltre il 100% del Prodotto interno lordo) degli Stati Uniti. Non a caso, il primo contribuente del Fmi.
Il rapporto annuale del Fmi, reso noto in occasione della riunione in comune a Tokyo con il direttivo della Banca Mondiale, continua ad insistere in questa linea anti-europea sostenendo che i Paesi dell’Unione debbano fare di più perché l’Eurozona rappresenta la principale preoccupazione dei mercati.
Insomma nonostante quelli che il Fmi definisce “i notevoli sforzi compiuti”, ossia il taglio della spesa pubblica e lo smantellamento dello Stato sociale, i rischi per la stabilità finanziaria sono aumentati e la fiducia del sistema è molto precaria.
Una visione delle cose davvero incredibile quella del Fmi se soltanto si pensa che la vera e continua destabilizzazione dei mercati finanziari viene dall’enorme debito pubblico Usa che democratici e repubblicani in agosto si sono accordati per portare “legalmente” sopra il 100% del Pil; viene da un debito che sale al 130% considerando pure quello delle amministrazioni dei singoli Stati della Federazione; viene dall’altrettanto enorme disavanzo commerciale degli Usa, pari a 600 miliardi di dollari; e viene infatti dalla continua emissione di dollari con la quale Washington inonda il mondo, in parte per pagare le proprie importazioni, in parte perché non gli costa nulla.
Una destabilizzazione che gli Usa perseguono senza farsi grossi problemi, contando sul fatto che il dollaro resta la moneta di riferimento nelle transazioni commerciali internazionali e che continua ad essere tale in conseguenza dell’essere espressione della prima potenza militare globale. Se non vi fosse tale implicazione, il dollaro si sarebbe già ridotto ad essere poco più che carta straccia, in quanto espressione di un Paese e di cittadini che vivono ben al di sopra dei propri mezzi. C’è poi da tenere conto di un elemento non da poco. Il fatto che sono le banche Usa e quelle britanniche a speculare massicciamente contro i titoli pubblici di Paesi europei in difficoltà nel fare quadrare i conti pubblici, con il preciso obiettivo di fare crollare l’intero edificio dell’euro attraverso un effetto domino. L’euro rappresenta infatti una seria alternativa al dollaro e alla stessa sterlina. Se a questo poi si aggiunge il fatto che le speculazioni delle banche Usa sono state possibili grazie ai soldi che il Tesoro ha gentilmente versato loro (solo 9,5 miliardi di dollari alla Goldman Sachs), il quadro diventa completo e si comprende il ruolo sporco che il Fmi ha scelto di svolgere. Non è un caso che le riunioni dell’organismo usuraio di Washington si sia svolto unitariamente a quello della Banca Mondiale.
Entrambi condividono la visione tecnocratica che debba essere l’Alta Finanza a dettare le danze, che gli Stati debbano farsi sentire il meno possibile e che, come nel caso italiano, non dovrebbe esserci uno Stato imprenditore. Insomma il settore pubblico non dovrebbe controllare quel poco che resta di aziende come Eni, Enel e Finmeccanica ma dovrebbe lasciare invece che i meccanismi del cosiddetto “Libero Mercato” regolino in maniera automatica quanto non vuole essere regolato da interessi internazionali senza volto ma che poi inevitabilmente fanno capo a potenti gruppi di oltre Oceano e di oltre Manica.
Il Fmi mostra tutte le sue preoccupazioni per l’Italia anticipando che a fine anno avremo un debito pubblico pari al 126% del Pil. Per la cronaca, un anno fa con Berlusconi era al 120% e in giugno scorso era al 123,1%. Sono gli effetti della cura Monti che avrebbe dovuto risanare l’Italia ma sule quali il Fmi si guarda bene dal soffermarsi troppo per non dover ammettere che si è trattato di una rapina che ha impoverito ulteriormente i cittadini. Al contrario il rapporto ricorda che tra giugno 2011 e giugno 2012, tra chiusura di investimenti esteri e fuga di capitali italiani, dal nostro Paese se ne sono andati ben 235 miliardi che per l’Italia corrisponde al 15% del Prodotto interno lordo.

 

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