A proposito di Fiat: chi è la “zavorra”?

Di Enrico Galoppini

 

La Fiat resterà in Italia, oppure se ne andrà? È questa la domanda che aleggia, a mo’ di ricatto, sulle teste degli italiani, in particolare su quelle dei lavoratori direttamente interessati (e già sottoposti al teatrino del “referendum”), tra cui quelli dell’indotto che il settore dell’auto è in grado di avviare.

A sentire i giornali e le tv – che per mestiere intorbidano le acque (ma il fiero e vanitoso lettore di “Repubblica” o del “Corriere” non lo ammetterà mai, dovendosi atteggiare a quello che “ha capito”) – sembra che la cosa sia tutta una questione di scambi di battute tra questo e quel “capitano d’industria”. Ovviamente in ballo non c’è il premio a chi piazza il miglior fendente verbale, la battuta più salace, come se a casa dovessimo tifare per l’uno o l’altro (ed è quello che vogliono), ma il livello della qualità del lavoro per milioni di persone. Le quali, considerato che passano a sbattersi in mansioni sovente poco gratificanti otto ore più l’andata e il ritorno (che talvolta ne occupano un altro paio), non possono considerare “il lavoro” una questione di dettaglio, bensì di sostanza. E questo vale per la vita della maggioranza dei membri di una nazione, al di là di quel che può pensarne la minoranza che si sente “eletta”.

Con tutta evidenza, come viene spiegato sinteticamente e sobriamente in quest’articolo pubblicato da “Eurasia”, la Fiat – che di “italiano” ha ormai ben poco, a partire dalla proprietà, subentrata dopo il “suicidio” di Edoardo Agnelli – è nient’altro che il cavallo di Troia per far passare in Italia (povera Patria, ridotta ad una “I” dei “PIIGS”!) livelli di contratti di lavoro improntati al più bieco sfruttamento, riportando le lancette della storia al punto in cui le aveva trovate chi, dapprima (21 aprile 1927), aveva emanato la Carta del Lavoro, e, successivamente – dopo essere tornata la “democrazia” integrale e senza alcun freno “sociale” – lo Statuto dei Lavoratori (1970): ma la prima, assieme al decreto sulla Socializzazione delle imprese (di cui parleremo…), venne abrogata, in fretta e furia, con la cosiddetta “Liberazione” (da noi stessi!); il secondo, un ‘topolino’ rispetto alla prima, per essere picconato da tutte le parti, non ha nemmeno bisogno di una sconfitta militare del regime che l’aveva prodotto, ma anzi, sono gli stessi “democratici” a rimangiarsi tutto!

Pertanto da tutto ciò si ricava una lezione: che le promesse dei “terribili dittatori” vengono mantenute, ma quelle dei “democratici” sono come quelle di Pulcinella.

Che cosa sono, infatti, se non le garanzie e le tutele per i lavoratori riportate ad un minimo di decenza nel 1970, le “zavorre” che “il signore col maglioncino” auspica che vengano rimosse dalla legislazione italiana in materia di lavoro?

A molti pare piuttosto che le “zavorre” siano questi personaggi che anche per il loro semplice pronunciarsi senza pudore meriterebbero sì un bella zavorra, ma legata attorno al collo, nell’ambito di una gita al largo su uno dei loro lussuosi “yacht”!

Ma queste sì che son solo parole, pii desideri e fantasie da frustrati, mentre le affermazioni di costoro corrispondono a fatti che stanno realizzando o sono in procinto di realizzare a tappe forzate sfruttando il bau bau sulla “crisi”, il “debito” e lo “spread”. Per questo non è ozioso soppesare quanto esce da cotante “autorevoli” bocche, o contare le lacrime che escono da occhi glaciali, perché nessuno di questi personaggi rilascia “dichiarazioni” a caso.

Ovviamente, in tutta questa squallida e vomitevole vicenda che va ad ennesimo disonore di quella che una volta era una nazione fiera, non potevano non accodarsi i sindacati, la cui unica funzione (ben regolata dalla summenzionata Carta del Lavoro, alla quale, è bene ricordarlo, si affiancarono tutti i provvedimenti in materia di assicurazione per invalidità e vecchiaia, indennità per malattia, riduzione dell’orario di lavoro (adesso parlano di aumentarlo!), pensione, collocamento (alla faccia delle democratiche “agenzie di lavoro interinale”!), ferie pagate, assistenza sanitaria gratuita, maternità e assegni familiari ecc.: le “zavorre”, insomma) è quella di “indorare la pillola” agli occhi di gente che, poveretta, non ha un livello di consapevolezza sufficiente per comprendere che per “lavorare” non avrebbe affatto bisogno né dell’imprenditore né del sindacato.

Si dà infatti il caso che l’Italia, unico caso nel mondo, sia stato il primo paese ad impostare, realizzandola in parte, ed in condizioni tragicamente avverse nella parte che era rimasta sotto il legittimo governo italiano, la “Socializzazione delle imprese” (12 febbraio 1944). Un esempio poi imitato, senza fare troppa “pubblicità” per non attirare le trite accuse di “fascismo”, da altre nazioni che hanno assaggiato l’amaro calice delle “riforme” dettate da soliti “tecnici” imbevuti di dogmi economicisti: l’Argentina del dopo “crac” conta più di un esempio di questo tipo, e nessuno rimpiange figure nocive e parassitarie che fortunatamente appartengono solo al mondo dei (brutti) ricordi (che talvolta ricompaiono).

Ma quando non resta più niente da dire, e ogni tipo di canagliata è già sortita dall’orifizio, ecco l’asso dalla manica, sempre in combutta coi sindacati: il “ricatto occupazionale”.

Bene, se ci fosse uno Stato degno di tal nome, dopo esser tornato padrone della moneta (il che risolverebbe d’un tratto una miriade di questioni basilari, dal “debito” ai “lavori pubblici”, dalle “tasse” all’”inflazione”), per prima cosa troverebbe il modo di occupare in altra maniera chi restasse senza lavoro, incentivandone anche tutte le “buone idee”, cioè la famosa “libera intrapresa” (!), che nella maggior parte dei casi oggi non può partire per un’assurda ed inconcepibile “mancanza di soldi” (tutti in mano alle banche che li “prestano” ad usura), e soprattutto promuoverebbe, dando libero corso ad uno degli articoli della Costituzione (se ne leggano attentamente gli artt. dal 41 al 46…), la partecipazione dei lavoratori agli utili delle imprese, chiudendo per sempre la nera pagina di un sistema che prevede, truffaldinamente, la privatizzazione degli utili (quando le cose van bene) e la socializzazione delle perdite (quando van male)!

Questi “imprenditori”, infatti, non sono nemmeno coerenti con l’ideologia che professano ai quattro venti.
Non sono forse loro a tessere le lodi della “competitività”, della “flessibilità” e del “libero mercato”?

Bene, leggiamo questa, tra le tante di questi giorni: «TORINO –  Al ministro Passera “non sarà sfuggito che il Governo brasiliano è particolarmente attento alle problematiche dell’industria auto. Sono sicuro che il ministro sappia che le case automobilistiche che vanno a produrre in Brasile possono accedere a finanziamenti e agevolazioni fiscali”.Lo scrive l’ad Sergio Marchionne».

Ma come, prima predicano in un modo e poi razzolano in un altro? Perché sempre questi “aiuti” a fondo perduto? Ma chi l’aiuta uno che resta disoccupato a quaranta o cinquant’anni con prole e mutuo sul groppone?

Che comincino a dare l’esempio adeguandosi alle loro intime “convinzioni”, che peraltro ritengono – senza averlo mai dimostrato nei fatti – il toccasana per il genere umano: perciò, se il loro settore va “in crisi” (e anche su questo ci sarebbe da chiarire il concetto: la “crescita” all’infinito non ha senso), che la smettano di mungere dalle casse pubbliche, cioè dalle nostre tasche. Passino a produrre altro, se sanno farlo, oppure si godano la vita, in qualche isola dei Caraibi, con la grana che si sono fatti, ché per una volta nella vita potrebbero fare una cosa utile. Che se ne vadano pure, di certo non li rimpiangeremo.

 

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