Considerazioni sulla “rabbia islamica”

di Enrico Galoppini

 

Alla luce degli ultimi eventi che hanno visto per protagoniste “folle islamiche” irritate dalla diffusione su internet della “anteprima” di un film[1] che dileggia la figura del Profeta dell’Islam, credo sia necessaria una nuova messa punto, dopo quella sulla “Primavera araba”, i “salafiti” e i “modernisti islamici”.

Vorrei proporre, con tutti i distinguo del caso, un’analogia con gli anni della “contestazione”…
Non bisogna infatti mai perdere di vista una cosa: che chi sta adoperandosi per stabilire un cosiddetto “Nuovo ordine mondiale” agisce su vari piani, alimentando tendenze e situazioni in apparente conflitto e contraddizione, ma alla fine quello che gli preme è la creazione d’un tipo umano simile ad un automa disanimato, preda del suo ego, sia che opti per la “secolarizzazione” che per la “religione”. Per arrivare all’obiettivo, dunque, non viene seguito un percorso “lineare”.

Secondo me, all’inizio, hanno incoraggiato una “Primavera araba” in stile “pacifico” sul modello del “maggio parigino”, tenendosi ‘di scorta’ la successiva opzione , quella “violenta”, che comunque convive a latere ma è percepita dai più come “opposta” alla precedente[2]. Particolare curioso ma significativo e che dà la misura di come le due linee-guida vadano sostanzialmente a braccetto confluendo nel medesimo esito: dopo quarant’anni, spunta un arnese del calibro di Bernard Henri-Lévy, “maître à penser” del ’68, ad arringare la folla a Bengasi!

Particolare meno curioso e molto meno ‘pittoresco’: il primo ed immediato esito della “contestazione” – si badi bene, in Paesi che, sebbene “alleati”, non erano nella Nato e non ospitavano basi americane – è un cambio al vertice politico (ieri De Gaulle, inviso alla Nato, oggi i vari ra’is come Ben ‘Ali e Mubarak, che stavano “aprendo troppo” ad altri paesi come la Cina).

Per rimanere nell’analogia, consideriamo che nelle società islamiche, come in quelle nostre pre-’68, c’è effettivamente “voglia di cambiamento” (grazie soprattutto alla “circolazione” di uomini ed informazioni nell’era della “globalizzazione”) perché molti non ne possono più di un soffocante “conservatorismo” (che non è la “tradizione”, spesso scambiata per “immobilismo”) e vedono illusoriamente nella “democrazia” (partitica) la via maestra per uscirne quanto prima. C’è, inoltre, a livello di “struttura”, una “classe media” emergente: gente che dopo aver studiato desidera delle “opportunità”, che vuole pure farsi un po’ di soldi senza dover stare per forza nell’orbita della ristretta cricca del potere ecc.

Ma una volta frustrate le “speranze” dei “giovani di piazza Tahrir”, che al di là delle critiche che possiamo esprimere al riguardo della loro impostazione “democratica” incentrata sui “diritti”, aspiravano ad un minimo accettabile (e comprensibile!) di “moralizzazione della vita politica”, ecco la stagione delle frange più estreme dei “fondamentalisti”, che corrispondono, nell’analogia, alle nostre Brigate Rosse e agli altri gruppi dell’ “operaismo armato”[3], i quali hanno anche un loro sostegno popolare, non solo di nicchia (come le BR, anche se non lo si ammetteva apertamente).

Questi “estremisti islamici”, oltre che nella modalità “violenta” della loro azione, ricordano le BR per un altro aspetto: se quelle – ammesso che almeno all’inizio si siano costituite spontaneamente[4] – intendevano realizzare il comunismo contro il “tradimento del PCI”, questi contestano “l’Islam istituzionalizzato” dei loro Paesi, colpevole, a loro modo di vedere, di troppi “compromessi”. Su un certo piano del discorso gli possiamo pure concedere questa critica, perché in effetti in tutti questi anni se ne son viste di tutti i colori, con “gran mufti” e “sapienti” che hanno elargito la loro approvazione “islamica” a tutta una serie di provvedimenti ed atteggiamenti delle varie dirigenze dei Paesi arabo-musulmani da far sorgere il dubbio, più che lecito, che la religione fosse diventata ostaggio di personaggi che la strumentalizzano per baciare i piedi ad un potere oppressivo ed ingiusto. È però anche vero che alcuni sapienti (e qui tolgo il virgolettato), coscienti del loro ruolo di responsabilità, hanno per così dire chiuso un occhio su alcune aberrazioni e soperchierie per salvare nel complesso un assetto della società permeato ancora dalla “tradizione”. Sapevano, insomma, qual era l’alternativa alle porte: una miscela esplosiva di “laicismo” e di “fanatismo religioso”[5]. La questione non è di facile soluzione e non sono certo il primo che si pone la questione, essendo stata al centro della polemica dei “nazionalisti arabi” all’indirizzo delle turuq del Sufismo negli anni del colonialismo occidentale e della successiva “indipendenza”.

L’analogia può continuare riflettendo sul fatto che sia i nostri gruppi armati degli anni Settanta-Ottanta sia i cosiddetti “jihadisti” sono eterodiretti dall’Occidente e dai sionisti[6].

Certamente ad ogni analogia possono essere portate della obiezioni, ma l’importante è individuare i punti essenziali.

È vero che quel macello degli “anni di piombo” servì a tenere la massa votante nel “moderatismo”, ma questa è ancora la scorza. La massa, quando non ha motivi per lamentarsi troppo, sta sempre dove la metti. Facciamo un esempio chiaro per capirsi: il regime fascista, dal punto di vista della dicotomia “moderazione/estremismo”, tanto di moda nel giornalismo orecchiante e pettegolo ma di nessun valore a livello politologico, sarebbe “estremista”. Già, ma che vuol dire “estremista”? Chi tira una bomba atomica su una popolosa città è un “moderato” o un “estremista”? La questione perciò sarebbe posta male: diciamo invece che il Fascismo aveva il consenso della stragrande maggioranza della popolazione, e che consenso! Perché la gente (che non è la massa degli “intellettuali” o degli avvocatucoli da strapazzo che ha sempre rimpolpato le schiere dei “rivoluzionari”) alla fine vuole vedere la sostanza, e il Fascismo gliela dava! La stessa massa che gli riconosceva questo consenso, con la guerra, si mise ‘alla finestra’ e cominciò a mugugnare, dimentica di quanto di buono aveva ricevuto.

Ho proposto quest’esempio (che come al solito qualcuno avrà mal digerito) per dire che il risultato vero degli “anni di piombo” fu l’incanalamento della politica italiana nell’alveo dell’atlantismo, non del “moderatismo”(a meno che con ciò s’intenda una posizione filo-occidentale)[7], che poi avrebbe portato – quando i tempi sarebbero stati maturi – al filo-sionismo (ancora per tutti gli anni Ottanta non era molto “chic” mostrarsi filo-israeliani). Non a caso furono eliminati tutti i politici filo-arabi (quanto meno per motivi pragmatici): prima Enrico Mattei, poi, con gli “anni di piombo”, Aldo Moro (proprio dalle “BR”) e infine Bettino Craxi (questa volta dal canagliume ex “Potere Operaio”, “Lotta Continua”, “BR” ecc. riciclato con giacca e cravatta negli anni Novanta: insomma, gli ex ‘jihadisti del proletariato’ messi a gestire la gogna mediatico-giudiziaria denominata “Mani Pulite”).

Quando leggo del “nuovo Egitto” che sottoscrive un grosso “prestito dal FMI”, quando vedo le basi americane dove prima furoreggiava il “jihad”, quando assisto al progressivo sfaldamento di una società che chiede “diritti” e non si rende conto che verrà fregata sulle cose che contano (mica mangi i “diritti”!), beh, mi pare che come analogia ci siamo.

Quanto al “pericolo” di una sponda meridionale del Mediterraneo in mano a “fanatici” – che alcuni paventano con qualche ragione – non lo vedo, se non a livello propagandistico. Certamente, per tenere le mani su quel lembo d’Eurasia arraffato dai Marines nel 1945 creeranno questo scenario, in modo da far percepire un “pericolo”[8], ma la sostanza è che, a parte l’arma demografica dell’immigrazione[9], non c’è da temere alcunché da chi non ha la minima idea di come guidare un aereo da guerra, alla faccia dell’11 settembre e dei suoi fantomatici “dirottatori”!

Ed ora aggiungiamo qualche altra considerazione sul motivo ufficiale che avrebbe scatenato le vibranti proteste delle “folle islamiche”: il “film blasfemo sul Profeta dell’Islam”, seguito dalle ennesime “vignette”.

Tutto ciò è molto triste, ma essendo propaganda non dobbiamo fare l’errore di sopravvalutarla scambiandola per sostanza.

Intanto, se si accaniscono con questa veemenza e frequenza, è segno che hanno paura. Hanno paura che nei paesi che indossano la camicia di forza dell’Occidente un numero incontrollabile di uomini e donne si renda conto che l’Islam ed il suo modo di vita non è la mostruosità che vanno dipingendo sui media.

Ma dal punto di vista di chi ha realizzato il “film” e le vignette (ammettendo la loro “buona fede”, ovvero che non si tratti di una operazione di cui sono stati incaricati), c’è anche la sensazione (secondo me non del tutto errata) che “i musulmani”, come “gli ebrei”, abbiano effettivamente stufato con la loro suscettibilità. Fermo restando però un punto: che è l’Occidente ad attaccare ed invadere militarmente, sempre con qualche pretesto, i paesi arabo-musulmani, e non il contrario, quindi anche una certa irascibilità bisogna capirla quando proviene da gente esasperata che ha pure perso, sotto le “bombe intelligenti”, figli, parenti ed amici.

Sull’ipersensibilità degli ebrei ad ogni sia pur lieve appunto mossogli è inutile che ci dilunghiamo perché sappiamo come funziona; anche per motivi di “scena”, diciamocelo, perché ebrei sono presenti ovunque, ma solo dove s’instaura il dominio occidentale (Usa, Nato, Fmi ecc.) s’innesca questa plateale giudeolatria ostentata oltre il limite del ridicolo da tutta la locale “classe dirigente”.

Ma il musulmano che non vede l’ora di lanciarsi nel rito apotropaico dell’incendio della bandiera americana è come un cane di Pavlov: suonano il campanellino e lui sbava.

La questione è perciò ambivalente ed è anche posta male.

Ambivalente perché se da una parte è da apprezzare un sano attaccamento ai propri valori, considerati non negoziabili (cosa che non fanno i cristiani, i cui valori – ammesso che vi siano ancora attaccati – sono impunemente sbeffeggiati da film, libri ecc.)[10], dall’altra vi è l’evidente aspetto negativo dell'”attaccamento”, come se l’ego di chi si sente offeso reclamasse dei “diritti”; come se questo “profeta” fosse una proiezione del loro “io” frustrato (come quello del 99,99% dell’umanità, fatti salvi i santi).

Tra l’altro, coloro che protestano vibratamente sono “fondamentalisti”, che del Profeta (come della religione) hanno una concezione molto ristretta e “umana”: per loro è semplicemente Muhammad ibn ‘Abdallah[11]! La questione è quindi posta male perché al centro non è da porsi “il signor profeta”, elevato al rango di “idolo”, ma la concezione dell’essere umano, che non sarebbe mai da degradare, né idealmente né praticamente[12], e se pensiamo che il Profeta rappresenta l’ideale dell'”uomo perfetto”, dell’essere compiutamente “virtuoso” pur nella sua (“misteriosa”) natura umana, si comprende come questi tentativi di denigrare ed infangare, oltre che illusori (la Verità non viene affatto intaccata), portano l’uomo – ogni uomo: chi si pone da una parte e chi dall’altra nella querelle – sempre più nel baratro del “troppo umano”.

L’imam al-Ghazali scriveva che vi sono due difetti da cui il musulmano deve tenersi alla larga. E per meglio esprimere l’idea, prendeva a simbolo di ciò due animali, il maiale e il cane. Il primo ingurgita disordinatamente ogni cosa, quindi rappresenta l’ingordigia. Il secondo, col suo continuo abbaiare e ringhiare, simboleggia la rabbia. Dio non voglia che per queste provocazioni, senz’altro odiose e soprattutto penose per il livello di comprensione che denotano in coloro che le provocano, masse di musulmani finiscano per scivolare così in basso, prestandosi al gioco di chi tende continuamente insidie.

 

 


[1] La questione non del tutto chiara perché c’è chi sostiene che tale “anteprima” coinciderebbe col “film” stesso, nel senso che il lungometraggio vero e proprio non esisterebbe. Altri ancora affermano che il regista avrebbe diretto le ormai famose sequenze facendo credere agli attori di recitare per un altro “film”, e solo in seguito sarebbe stato aggiunto un doppiaggio con contenuti anti-islamici.

[2] Ed in una certa misura lo è, tant’è vero che tra i militanti delle due tendenze non corre una gran simpatia reciproca.

[3] Ovviamente nessun brigatista era operaio, come nessun “fanatico” ha capito bene cosa sia l’Islam!

[4] Me lo fa credere che la prima dirigenza, quella dei Curcio, Franceschini ecc. venne presto arrestata per essere sostituita da elementi a dir poco “strani”…

[5] Già che ci siamo, bisogna smetterla una volta per tutte di considerare “laica” l’attuale società siriana, al pari dell’ordinamento dello Stato.

[6] Guarda caso le situazioni più eclatanti di “terrorismo politico” erano in Italia e Germania, i due paesi sconfitti nella Seconda guerra mondiale, geopoliticamente molto importanti per gli interessi occidentali e sionisti. Inoltre, l’una di fatto, l’altra di diritto, erano fortemente influenzate dal comunismo.

[7] D’altra parte le dirigenze di Tunisia ed Egitto prima della “Primavera araba”, e quelle dei paesi del Golfo, non hanno forse potuto fregiarsi del titolo di “moderate”? “Moderato”, dunque, significa “amico dell’Occidente”, o addirittura “servo”.

[8] Mi dicono da Tunisi che tutto questo “pericolo salafita” viene esagerato dai media occidentali. La vita scorre “normale”, ma a dar retta ai resoconti di tv e giornali sembra che là ormai circolino solo bande armate di scimitarra.

[9] Elemento da non sottovalutare perché in sua assenza non avrebbe alcun successo tutta la propaganda mirata a surriscaldare gli animi degli europei sul “pericolo islamico”.

[10] Accade pure che l’assenza di qualsiasi reazione da parte cristiana di fronte agli sbeffeggiamenti della loro religione (mai da parte islamica, sia chiaro) venga ormai elogiata in nome della “tolleranza”, del “vivi e lascia vivere” che i cristiani, in quanto permeati di “modernità”, avrebbero ormai interiorizzato a differenza di ebrei e musulmani…

[11] Muhammad figlio di ‘Abdallah, cioè “un uomo come tutti gli altri”.

[12] Nei paesi a maggioranza islamica l’uomo è spesso ridotto in condizioni degradanti a causa di un malinteso senso delle gerarchie.

 

Fonte

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