L’Italia crolla ma l’Alta Finanza insiste con Monti

 

Secondo l’Istat, il Prodotto interno lordo italiano calerà del 2,6% nel 2012, il risultato peggiore degli ultimi quattro anni. La spesa delle famiglie per i beni durevoli crolla del 10,1% mentre quella per i consumi necessari del 3,5%. Gli italiani insomma sono sempre più poveri grazie alle misure di austerità di un governo di banchieri che, in otto mesi di lavoro, è riuscito pure ad aumentare di 3 punti percentuali l’entità del debito pubblico rispetto al Prodotto interno Lordo. Tutto questo non preoccupa però i cosiddetti Poteri Forti che anzi premono perché si prosegua nella macelleria sociale in corso.
Così, il convegno indetto dallo Studio Ambrosetti a Cernobbio ha ribadito che il mondo dell’alta finanza internazionale ed italiota vuole una conferma del governo di Mario Monti anche dopo le elezioni del 2013, qualunque sia il risultato che uscirà fuori dalle urne. E a prescindere dalle dichiarazioni dello stesso Monti che, pro forma, aveva messo le mani avanti sostenendo che lui si farà da parte, il mio è un governo a tempo, la politica dovrà tornare ad assumersi le proprie responsabilità e tornare a governare con un esecutivo espresso dai partiti.
Sono gli ambienti dell’Alta Finanza internazionale, quella anglofona in primis, a premere per un Monti Bis che gli stessi sperano possa essere innescato da un risultato elettorale che comporti un Parlamento senza una maggioranza solida e tale da permettere la rinascita di un governo tecnico guidato sempre dall’ex consulente di Goldman Sachs e di Moody’s.
L’attuale Monti Uno è nato infatti su imposizione di Wall Street e della City, non tanto per rimettere a posto i nostri conti pubblici, ridurre il debito e il disavanzo pubblici, quanto per completare il processo di privatizzazioni avviato con la Crociera del Britannia (2 gennaio 1992) e svendere quello che resta delle aziende ancora sotto controllo pubblico. Come Eni, Enel e Finmeccanica. Tutto il resto, come le riforme delle pensioni e del mercato del lavoro rappresentano elementi importanti ma accessori all’interno di questa strategia. Avere introdotto maggiore libertà di licenziamento non ha prodotto finora conseguenze positive sotto l’aspetto occupazionale. Le imprese infatti non assumono perché sono in crisi in quanto il sistema industriale italiano soffre di un calo consistente della domanda estera a causa della concorrenza di paesi come la Cina che si avvale di un bassissimo costo del lavoro.
In tale ottica, la svendita delle nostre aziende pubbliche che ci consentono di avere ancora una politica estera autonoma, si inquadra nel disegno strategico degli ambienti finanziari anglofoni di cancellare la nostra industria pesante e di trasformare il nostro Paese in un mercato di assorbimento di beni provenienti da altri Paesi. Se pensiamo che da anni gli Agnelli-Elkann hanno avviato l’addio della Fiat all’Italia e il trasferimento della produzione in altri Paesi, abbiamo la chiara idea del meccanismo che si è messo in moto. Il tragico è che i partiti odierni, pallidi eredi della DC e del PSI che almeno perseguivano l’interesse nazionale e avevano una visione del ruolo internazionale dell’Italia, appaiono inconsapevoli della posta in gioco e si dimostrano invece prontissimi a fare gioco di sponda per favorire tali strategie anglofone. Un disegno che mira a cancellare una volta per tutte ogni possibilità per l’Italia di giuocare un proprio ruolo nel Mediterraneo e nel Vicino Oriente. Un disegno che potrà essere perseguito attraverso la minaccia virtuale e reale di una nuova speculazione contro i nostri titoli di Stato, più di quello che potrebbe compensare l’azione di interdizione del nuovo fondo salva Stati, l’Esm, attivato per calmierare lo spread con i Bund tedeschi. Una speculazione alla quale le agenzie di rating offriranno un supporto ideologico, declassando la solvibilità dei nostri titoli, e e che le banche come Goldman Sachs alimenteranno puntando al ribasso del valore di mercato dei Btp.
Visto quello che bolle in pentola, appare ridicola la dichiarazione di Pierluigi Bersani che, sicuro della vittoria, ha annunciato che governerà in nome e nell’interesse degli italiani e non in quello dei banchieri. Se si pensa che due banchieri come Passera e Profumo hanno più volte fatto dichiarazioni di voto a favore del PD partecipando pure alle primarie, l’uscita di Bersani appare per quello che è: uno spreco di fiato e una presa in giro. Più con i piedi per terra Casini che, condizionato dagli interessi del suocero, Caltagirone è azionista di banche, assicurazioni e giornali, ha dichiarato che Monti rappresenta il presente ma anche il futuro. Con un manifesto Udc che ammonisce: “i veri valori non sono in vendita”. Quelli cattolici o quelli del suocero? Bah… Più ingenuamente politico Angelino Alfano (PdL) che sperando nel ritorno del Cavaliere ha avvertito che Monti sarà premier soltanto se si candida. Come se fossero i partiti a decidere le cose da fare…
Il tutto è condizionato però dalla nuova legge elettorale, o dalla vecchia se non ci saranno modifiche, e dal risultato che otterranno le varie coalizioni che si presenteranno alle elezioni del 2013, con Fini, Montezemolo, gli stessi Passera e Casini che ancora non hanno deciso cosa fare. A questo si aggiunge poi la lotta per le più Alte cariche dello Stato, in primis il Quirinale, dove il PD vorrebbe Prodi (ex Goldman Sachs) ma per la quale scalpitano pure Monti e altri due ex Goldman Sachs come Letta e Draghi. A conferma del detto che al peggio non c’è mai fine.

 

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