Il ritratto di un paese in piena deindustrializzazione

Il distretto industriale del Sulcis è in piena e conclamata fase d’agonia. Non s’intravvedono soluzioni, almeno per il momento, né per l’Alcoa, abbandonata al proprio destino dalla proprietà statunitense che ne ritiene antieconomico il mantenimento in vita dal punto di vista energetico, né per la Carbosulcis, l’ultima miniera di carbone di quella che un tempo era a buon diritto considerata la piccola Ruhr d’Italia. Ma chiudono, o sono almeno prossime alla chiusura, anche l’acciaieria Lucchini di Piombino a suggellare il lento smantellamento conosciuto negli anni più recenti da tutto il distretto siderurgico locale, e rischia la chiusura, salvo improbabili, tardive e complesse bonifiche, l’Ilva di Taranto col rischio di trascinar con sé nel baratro anche gli impianti della Liguria. Alla lista s’aggiungono Termini Imerese, evacuata lo scorso anno dalla Fiat di Marchionne e degli Agnelli, che per sovrammercato ha minacciato anche la chiusura d’un secondo stabilimento a causa della corrente stagnazione del mercato automobilistico interno per la quale tuttora non s’intravedono rapide vie d’uscita. Potrebbe trattarsi dello stabilimento Sevel della Val di Sangro, dipendente da una joint venture col gruppo PSA ormai in fase di dismissione, oppure di qualcosa di più grosso ancora. E che dire delle piccole e medie imprese dell’Emilia Romagna colpite dal terremoto, per le quali ogni giorno perso rappresenta un chiodo in più sulla bara? O delle tante PMI del Nord Est, anch’esse in chiusura una dopo l’altra?
Di fronte a questo scempio, di proporzioni difficilmente immaginabili anche solo due anni fa quando il Paese già si trovava in piena crisi, la nostra classe politica chiude gli occhi e continua a strimpellare i suoi soliti valzer, come la famosa orchestrina del Titanic. Sono letteralmente scomparsi i distretti industriali: quello delle piastrelle di Sassuolo, vicino Modena, o quello dei filati di Prato, sono ormai ridotti a dei mortori. Reggono le aziende fondate da cinesi ed indiani che hanno saputo adattarsi al “sistema Italia” con più maestria degli italiani stessi. Ma ora è proprio questo a volte lodato e a volte bistrattato “sistema Italia” ad andare in pezzi di fronte alla crisi sempre più globale eppure allo stesso tempo anche sempre più locale e sistemica, con la benedizione d’una classe politica che davanti a tutto questo assume atteggiamenti pilateschi. Sembrerebbe quasi che il ministro dello Sviluppo Corrado Passera ed i suoi sottosegretari, a cominciare da Claudio De Vincenti, lavorino proprio per spogliare l’Italia del suo ruolo di potenza industriale e sviluppata. A proposito della crisi della Carbosulcis – di proprietà della Regione Sardegna – De Vincenti ne ha bocciato il piano di salvataggio definendolo antieconomico. Certo, il carbone non è l’energia del futuro ma con le nuove tecnologie può comunque garantire un proprio contributo all’abbattimento della dipendenza nazionale dagli idrocarburi d’importazione. Il piano, pari a 250 milioni di euro d’investimento all’anno fino al 2020, verrebbe in totale a costare 1,750 miliardi di euro, vale a dire un decimo di quanto il governo (di cui Passera e De Vincenti fanno parte) era disposto a spendere per l’acquisto dei caccia statunitensi F35. Quelli non sono antieconomici, ma semplicemente obbligatori: ce li ordina Washington e servono per aggredire la Siria e forse pure l’Iran.
Meno d’un mese fa, alla convention di “Comunione e Liberazione”, Monti aveva assicurato ad una platea supina ed applaudente di vedere la luce in fondo al tunnel. Un discorso già sentito dal suo predecessore così come da tanti loro omologhi, grandi banchieri, economisti e statisti, di tutto l’Occidente industrializzato. Se la memoria non inganna tali rassicurazioni venivano proferite già nel 2009, ovvero a pochi mesi dall’implosione del sistema finanziario statunitense avvenuto tra ottobre e novembre del 2008. Abbiamo visto quanto siano state profetiche e soprattutto azzeccate. Ora Monti si limita a dire che “la ripresa è dentro di noi”, un concetto alquanto vago e “filosofico”. Siamo passati dall’economia politica all’”esistenzialismo economico”. Tripli salti mortali del neoliberismo.
La realtà è che Monti ed il suo governo non sono minimamente nelle condizioni di saper affrontare la crisi che attanaglia il Paese. Non hanno un piano per rivitalizzare i consumi interni, cosa che – almeno “keynesianamente” parlando – potrebbe nel lungo termine anche frenare la crescita della disoccupazione o addirittura portare alla nascita di nuovi posti di lavoro, stante la ripresa del sistema produttivo. Non hanno una politica nazionale per l’industria, né per quanto riguarda la salvaguardia di quel che è rimasto né per lo sviluppo di nuove realtà produttive nazionali. Non hanno una politica fiscale in grado d’attirare investitori, italiani od esteri che siano, a cominciare dal settore automobilistico, cosa che li porta a sottostare tra l’altro anche molto volentieri ai diktat della Fiat, a tutt’oggi l’unico produttore presente in Italia, contrariamente a quanto avviene all’estero. Le aziende dell’indotto ringraziano, non potendosi rivolgere altrove, e possono unicamente scegliere tra la chiusura o il trasferimento a loro volta. E’ così che spariscono intere aree industriali. Non parliamo poi della cultura, della scuola o della sanità, settori che garantirebbero sviluppo, ricchezza e coesione sociale e che invece per questo governo rappresentano fastidiose voci di spesa.

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