Di Pietro, Mani Pulite e l’ambasciatore USA: nulla di nuovo sotto il sole

 

In un certo senso si sapeva già tutto. Gli articoli pubblicati da i quotidiani “La Stampa” ed “Il Giornale” tra il 30 ed il 31 agosto, in un certo senso, si limitano solo ad arricchire di nuovi dettagli una verità che timidamente ma anche orgogliosamente viene ribadita da una ventina d’anni. Ovvero, che dietro all’inchiesta “Mani Pulite” vi fosse ben altro che il caso, per la precisione il vasto intreccio d’interessi politici statunitensi e di tutti quei circoli convenzionalmente chiamati “poteri forti”.
A quanto pare, stando alle accuse dell’ex ambasciatore statunitense Reginald Bartholomew, uscite in seguito alla sua morte avvenuta lo scorso 26 agosto all’età di 76 anni, già nel ’91 l’ex console americano a Milano Peter Semler sarebbe stato al corrente dell’inchiesta che di lì a pochi mesi avrebbe spazzato via il Pentapartito colpendo soprattutto Craxi ed il PSI. Addirittura sapeva che tutto sarebbe iniziato mettendo in manette l’allora direttore del Pio Albergo Trivulzio, il socialista Mario Chiesa. Il motivo, a detta di Bartholomew, era piuttosto semplice: Di Pietro si recava spesso a trovare Semler nel suo ufficio, ogni volta raccontandogli di tutto e di più. Maurizio Molinari de “La Stampa”, il primo giornale a lanciarsi in questo scoop, aveva già tenuto un primo colloquio con Reginald Bartholomew, in servizio a Roma dal ’93 al ’97, in cui questi aveva rivendicato la responsabilità della fine dei rapporti fra il pool di Di Pietro e i diplomatici americani. Pare che non sia mai corso buon sangue tra Bartholomew e Semler, al quale imputava metodi spicci ed eccessiva condiscendenza nei confronti del pool di Mani Pulite e delle sue strategie.
Semler si difende a metà, confermando l’intensità e la costanza dei suoi rapporti con Di Pietro: “Incontrai Di Pietro prima dell’inizio delle indagini, fu lui che mi cercò… Ci vedemmo alla fine del 1991, credo in novembre, mi preannunciò l’arresto di Chiesa e mi disse che le indagini avrebbero raggiunto Bettino Craxi e la Dc”. L’inizio ufficiale del fenomeno Mani Pulite, è bene ricordarlo, avverrà solo il 17 febbraio 1992, con Mario Chiesa arrestato in flagranza di reato mentre sta riscuotendo una tangente da sette milioni di lire. Il coinvolgimento della DC e del PSI ci sarà addirittura mesi dopo. Semler aggiunge: “Di Pietro aveva ben chiaro dove le indagini avrebbero portato”.
A differenza di Peter Secchia, il predecessore di Bartholomew, convinto che in Italia non sarebbe mai cambiato niente e che le solite facce avrebbero governato per l’eternità, Semler si dava da fare e in quei giorni travagliati cercava di stabilire una linea di dialogo con tutti: Di Pietro, giudici, leghisti ed altri ancora. L’obiettivo, intuibilmente, era quello di farseli amici, di tenerseli buoni, di trovare in loro dei nuovi referenti politici e non. Al suo fianco, a coadiuvarlo in un’impresa tanto titanica, c’era un funzionario d’eccezione, a sua detta una vera e propria “enciclopedia vivente”: Giuseppe Borgioli. Ma era con Di Pietro che l’intesa raggiungeva livelli parossistici: “Di Pietro con me era sempre aperto, ogni volta che chiedevo di vederlo lui accettava, veniva anche al consolato”.
Ai ricordi di Semler, Di Pietro risponde con un’altra intervista a “La Stampa” dove conferma le frequentazioni spostandole però più avanti nel tempo: “Semler confonde conversazioni avute in tempi e con persone diverse… Ma nel novembre 1991 non potevo anticipargli ciò che non sapevo”. E continua: “Non fummo pedine degli Stati Uniti per far fuori Craxi e Andreotti” aggiungendo “Ma che Dc e Psi e anche il Pci fossero partiti corrotti, in Italia, lo sapevano tutti. In fondo Mani pulite fu la scoperta dell’acqua calda”.
Eppure secondo un articolo a firma di Paolo Bracalini, pubblicato da “Il Giornale” del 31 agosto vi sarebbe stato un primo viaggio di Di Pietro negli USA, organizzato dall’Usia (United States Information Agency), un ente governativo nell’ottobre del 1992. Su cosa vada a farvi e chi vi incontri è un mistero, come può essere facilmente evinto dalle parole di Bill Reinckins, uno dei funzionari dell’Usia, che dice: “Di Pietro ci ha chiesto di mantenere il riserbo sui suoi movimenti”. Ufficialmente in quel viaggio durato oltre due settimane Pietro interrogherà un costruttore chiamato in causa da Salvatore Ligresti ma incontrerà anche personalità d’alto livello come capi e funzionari dell’FBI. Secondo il suo ex amico Mario Di Domenico, che ha dedicato un libro alla vicenda. “si dice che venga ospitato anche da quelli della Kroll, la superagenzia di investigazioni private che da sempre lavora anche per l’intelligence Usa”. L’articolo continua con altre interessanti rivelazioni: “Nel ’92 Di Pietro è praticamente divenuto un eroe nazionale: Famiglia Cristiana si spinge addirittura a definirlo “un modello per i trentenni”. Con una tale notorietà, è impossibile non attirare anche le attenzioni degli americani, che immediatamente vogliono capire chi sia e cosa voglia. Due anni dopo, nel ’94, pochi mesi prima di abbandonare la toga, Di Pietro è di ritorno negli Stati Uniti come ospite della New York University, che lo ha invitato a tenere una conferenza su “L’evolvere dei sistemi di corruzione nella moderna democrazia”. Ma anche durante viaggio, che continuerà anche in California, avvengono nuovi incontri a livello istituzionale, più precisamente con Rudy Giuliani e Mario Cuomo, sindaco e governatore di New York, l’ex segretario di Stato e figura eterna della politica estera americana Henry Kissinger, oltre ad “esponenti del Fbi”. A San Francisco, davanti ad una folla di italoamericani acclamanti, Di Pietro parla già da nuova promessa della politica italiana: “Noi non siamo i nuovi Robin Hood, siamo solo dei servitori dello Stato”. Dieci mesi dopo Di Pietro è a Washington, invitato per un ciclo di conferenze da due istituti di area repubblicana, l’American Enterprise Institute e il Centro studi strategici, dove il relatore è addirittura il sempiterno Edward Luttwak, che lo presenta come “un eroe per il 92 per cento degli italiani” esprimendo inoltre l’augurio che “uno degli uomini nuovi della Seconda Repubblica possa essere proprio Di Pietro”.
Maldicenze? E’ possibile. Ma rimangono molti dettagli oscuri che Di Pietro non chiarisce e non può chiarire; e men che meno possono farlo coloro che l’hanno incontrato e che logicamente, in quei mesi di tregenda per l’Italia, puntavano sulla sua immagine di “uomo nuovo” da sfruttare e cavalcare per assicurare al paese una ritrovata “governance” dopo la distruzione dei partiti e della classe politica della Prima Repubblica. E’ probabile che tali verità, pur venendo conosciute da tutti o quantomeno da molti, siano destinate per sempre a rimanere soltanto come ufficiose anziché ufficiali.

 

Fonte

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: