Viaggi della speranza o viaggi dell’improntitudine?

 

Ogni mese, ogni settimana e quasi ogni giorno, ormai da parecchi anni, le coste del nostro Paese assistono agli sbarchi di immigrati clandestini che giungono a bordo di imbarcazioni fatiscenti e precarie, stipati fino all’inverosimile, in una sporcizia e in una promiscuità inimmaginabili, sovente con grave rischio della vita.

La nostra coscienza è fortemente interpellata da tale emergenza divenuta ormai permanente; tutto, la nostra pietà, l’educazione ricevuta, la religione cristiana, la nostra stessa umanità, ci spingono a un atteggiamento comprensivo, benevolo, addirittura venato da sensi di colpa: che diritto abbiamo noi, cittadini di una società privilegiata, di tenere lontani dal benessere i tre quarti dell’umanità? Con quali ragioni potremmo respingere questi naufraghi, questi sventurati che, magari, sono stati salvati dalla Guardia costiera dopo essere rimasti aggrappati alle reti da pesca, in mezzo al mare, per ore e ore?

Questo, infatti, è l’atteggiamento assunto dalla stampa, dai mezzi d’informazione, dagli uomini di cultura e dai rappresentanti dello Stato e della Chiesa cattolica: stringiamoci un poco e facciamo posto a tavola, siamo tutti esseri umani, chi ha deve dare e chi non ha, è giusto e legittimo che venga avanti per ricevere la sua parte. E poi, è in gioco la vita di uomini, donne, bambini: come si potrebbe essere così insensibili, così cattivi da rifiutare un aiuto a chi si trova in reale e immediato pericolo di vita?

Eppure, a costo di essere fraintesi e di attirarci l’accusa di crudeltà e magari anche quella di razzismo, abbiamo il dovere, in quanto cittadini, in quanto uomini e anche in quanto credenti, di interrogarci a fondo sulla questione, rifiutando i ricatti buonisti e le soluzioni preconfezionate che vengono disinvoltamente somministrati all’opinione pubblica.

Punto primo: non è vero che tutti gli immigrati clandestini fuggano da pericoli concreti, dalla guerra, dalle persecuzioni, dalla fame. La grande maggioranza di essi desiderano, puramente e semplicemente, un tenore di vita migliore: hanno sentito dire che in Europa si sta bene, e anch’essi vogliono star bene.

Ciò toglie alle loro traversate a bordo delle carrette del mare quel carattere di urgenza, di imperiosa necessità, di drammatica mancanza di alternative con cui, di solito, sono presentate, allo scopo di impietosire l’opinione pubblica e predisporla favorevolmente, fra l’altro denominandole retoricamente “viaggi della speranza”.

Punto secondo: essi non chiedono di entrare nel nostro Paese, lo esigono: e lo esigono con la forza della loro debolezza, cioè con l’arma del ricatto. Il codice del mare prescrive alle navi o alle capitanerie di porto di prestare soccorso a qualunque imbarcazione si trovi in difficoltà: ma qui non si tratta di una imbarcazione in difficoltà, ma di una flotta infinita che sta prendendo d’assalto, sistematicamente, le nostre spiagge. Non si tratta di qualche navigante in balia dei flutti, ma di schiere innumerevoli che si pongono in situazioni di difficoltà e le utilizzano come lasciapassare per aggirare la legge.

La legge stabilisce che, così come non è lecito entrare abusivamente in una proprietà privata, non è lecito neppure entrare clandestinamente in uno Stato straniero. Se tu vuoi entrare in casa mia, devi bussare e devi chiedere permesso: non ti è lecito entrare dalla finestra, non ti è lecito buttar giù la porta. Certo, sei autorizzato a farlo se ti trovi in una condizione di immediata e gravissima necessità; ma se tale situazione sei stato tu stesso a provocarla, allora la cosa è diversa; e ancora diversa lo è se non tu soltanto, ma migliaia e decine di migliaia e centinaia di migliaia di tuoi amici agiscono allo stesso modo e irrompono in casa mia allo stesso modo.

La cultura dei diritti, figlia dell’illuminismo, del liberalismo, del marxismo, concorre a farci sentire in dovere di acconsentire a questa quotidiana invasione: se ci opponessimo, ci sentiremmo in contraddizione con i nostri principî. Anche un sentimento religioso inteso a senso unico contribuisce a creare in noi un tale stato d’animo: il dovere di aiutare il prossimo, di soccorrere i bisognosi, eccetera.

Ma se una scialuppa che può portare a bordo quindici persone viene presa d’assalto da tremila naufraghi, è giusto, è responsabile, è etico farli salire? Affonderà e trascinerà alla morte tutti quanti, anche quei quindici che avrebbero potuto salvarsi. Se tutti coloro che fuggono, o che dicono di fuggire, da situazioni di guerra, persecuzione e fame, esigessero e pretendessero di essere accolti in Europa, quattro miliardi di persone si riverserebbero sul nostro continente. E noi, per non sentirci in colpa verso di loro o in contraddizione con i nostri principî, dovremmo lasciarli passare, accoglierli, sfamarli, sistemarli. Come? Dove? Con quali risorse?

È facile recitare la parte dei buoni: quasi tutti quello che lo fanno, non devono subire le ricadute di un tale buonismo, non devono accogliere i clandestini, letteralmente, a casa loro; forse nemmeno nei quartieri in cui abitano. Non devono confrontarsi, tutti i giorni, con lo spaccio di roga, la prostituzione, la criminalità che molti di questi immigrati praticano, perché non trovano lavoro o perché sono già venuti con l’idea di fare soldi senza dover lavorare. Le carceri di alcuni Paesi, come la Tunisia, si sono svuotate da quando i loro inquilini hanno trovato il modo, nella confusione della cosiddetta “primavera araba”, di arrivare qui. Come se non bastassero i malavitosi romeni che, non essendo extra-comunitari, non hanno bisogno di entrare da clandestini, ma lo fanno tranquillamente da cittadini dell’Unione europea.

Soprattutto, coloro che predicano la politica dell’accoglienza indiscriminata non si preoccupano di quel che dovranno vivere i nostri figli e i nostri nipoti. Se oggi la situazione è già grave, domani sarà esplosiva: la nostra sarà diventata una società invivibile, regredita a livelli barbarici. Le decisioni del presente ipotecano il futuro. Noi abbiamo il dovere di lasciare la casa in ordine, affinché sia abitabile dalle generazioni future. Non possiamo prendere decisioni che a noi non costano nulla, anzi ci fanno fare bella figura davanti agli intellettuali progressisti e ai mezzi d’informazione addomesticati, ma che getteranno nel caos i nostri discendenti. Sarebbe una forma di egoismo intollerabile.

Punto terzo: rifiutare lo sbarco in Italia, negare il soccorso ai clandestini che arrivano a bordo di imbarcazioni sul punto di affondare, sarebbe impensabile per ragioni umanitarie, giuridiche e morali. Vero: ma qui si confonde il dovere del soccorso con il supposto dovere dell’accoglienza, che è tutta un’altra cosa. Quelle persone, ripetiamo, si sono messe da se stesse in situazioni di grave pericolo: lo hanno fatto deliberatamente e consapevolmente, allo scopo preciso di esercitare una pressione morale, cioè una forma di ricatto.

Chi conosce la storia dell’alpinismo sa che le autorità svizzere, esasperate dalla frequenza degli incidenti in cordata provocati da eserciti di arrampicatori temerari, a un certo punto si rifiutarono di mettere a repentaglio uomini mezzi per soccorrere gli incoscienti: la storia delle scalate alla parete nord dell’Eiger ne è un buon esempio. Il concetto era, ed è, che chi si mette coscientemente in una situazione di pericolo, non può aspettarsi che le autorità si facciano carco della sua imprudenza o della sua incoscienza. Se qualcuno vuol giocare con la propria vita, deve sapere che c’è un prezzo da pagare. Questo vale per molti alpinisti da strapazzo, per molti speleologi improvvisati, per molti praticanti dei cosiddetti sport estremi. Se vogliono giocare con la loro vita, poi non devono aspettarsi che la comunità metta in pericolo altre vite per soccorrerli, né che spenda enormi somme di denaro – anche se è vero che la vita, in se stessa, vale certamente più del denaro.

Si dirà che paragonare gli sportivi imprudenti con gli immigrati clandestini a bordo delle carrette del mare è già di per sé una operazione inaccettabile, immorale, razzista. Ma guardiamo bene ai fatti: che differenza c’è fra un rocciatore che vuol provare l’ebbrezza del pericolo e un immigrato clandestino che sale a bordo di una barca sovraccarica, magari con i bambini e con la moglie incinta, sapendo benissimo di correre un grave rischio e spinto non da un pericolo immediato di morte, ma dalla generica volontà di conquistarsi una vita migliore?

Ricordiamo che il costo della traversata clandestina è molto elevato e che chi è in grado di pagarselo, con ciò stesso smentisce la leggenda che stia morendo di fame. È probabile che abbia venduto tutti i suoi beni per poter salire a bordo, questo sì: ma allora dei mezzi di sussistenza ce li aveva. Se non avesse avuto niente, nessuno scafista lo avrebbe preso a bordo per pura bontà d’animo. Quella delle traversate clandestine dal Nord Africa verso l’Italia è una vera industria, anche se un’industria criminale; e, come tutte le industrie, segue una logica economica che non prevede gesti di gratuità.

Il desiderio di migliorare la propria vita è una aspirazione legittima, ma deve fare i conti con la valutazione realistica dei pro e dei contro e non può trasformarsi in un imperativo improrogabile che passa sopra a ogni altra considerazione. Se si desidera entrare in casa d’altri, si suona il campanello e si chiede il permesso; altrimenti è una irruzione, una prepotenza. Quelli dei nostri nonni emigranti erano viaggi della speranza: fatti secondo le regole, con tutti i documenti a posto, nel rispetto delle leggi e dei diritti dello Stato che gli accoglieva. Quelli dei clandestini che vengono a bordo di barche sovraccariche ormai sul punto di affondare – e che talvolta affondano, accrescendo irrazionalmente i nostri sensi di colpa – non dovrebbero essere chiamati viaggi della speranza, ma dell’improntitudine.

L’improntitudine è mancanza di discrezione e di rispetto: un misto di spudoratezza, sfacciataggine, impudenza, impertinenza, sfrontatezza. Molti immigrati tunisini dello scorso anno, dopo aver devastato il centro di accoglienza e le navi che li portavano da Lampedusa in Italia, hanno ringraziato l’Italia mettendosi immediatamente a spacciare droga nelle nostre città. Erano tutti baldi giovanotti piuttosto ben vestiti: non fuggivano né dalla guerra né dalla fame; volevano un tenore di vita simile al nostro, né più né meno, dalla sera alla mattina.

Qualcuno potrebbe obiettare a questo nostro ragionamento che non fa una grinza sul piano logico, ma che in esso manca del tutto la dimensione della compassione e che, quindi, una persona morale non lo potrebbe sottoscrivere, tanto meno una persona animata da sentimenti religiosi. Rispondiamo che, quando ci si trova in situazioni estreme, è necessario assumere una linea di condotta che può sembrare crudele, mentre forse è più pietosa di quella di coloro che sono soliti sbandierare i loro buoni sentimenti. Il chirurgo taglia senza pietà, quando non esistono altre maniere per salvare il paziente: non è crudele, è responsabile.

Ebbene, noi ci troviamo in presenza di una situazione estrema, anche se il fatto che l’immigrazione clandestina avvenga nelle forme di un quotidiano, silenzioso stillicidio (silenzioso perché non fa più notizia, oppure ne fa, ma in maniera sbagliata, solo quando ci sono di mezzo dei morti) allontana e quasi banalizza la percezione della gravità e della drammaticità di essa.

Estrema non è la situazione di chi possiede i beni essenziali per vivere e tuttavia li vende in blocco per comparare un passaggio sulle carrette della morte, rischiando la sua vita e quella dei suoi cari per inseguire non la speranza di un domani, quale che sia, ma il miraggio del benessere facile; estrema è la nostra situazione, anche dal punto di vista morale, che non possiamo respingere nessuno senza sentirci in colpa e senza venire rimproverati dagli organismi internazionali, ma che sappiamo anche di non poter accogliere indefinitamente questo flusso ininterrotto di persone. Se tutti quelli che hanno alle spalle situazioni di povertà dovessero pretendere, come cosa lecita e dovuta, l’ingresso nel nostro Paese, così come finora è avvenuto, milioni e decine di milioni di immigrati finirebbero per sommergerlo.

Sappiamo bene che la povertà del Sud del mondo ha le sue radici anche nell’egoismo dell’economia dei Paesi del Nord, di cui siamo parte: ma di qui a trarre la conclusione che il singolo cittadino, il singolo lavoratore o pensionato, il singolo anziano o bambino, recano una colpa che deve essere espiata acconsentendo a chiunque lo voglia di entrare di forza nel nostro Paese, ce ne corre. Il singolo cittadino non è responsabile dello sfruttamento del Sud della Terra più di quanto lo sia della crisi finanziaria originata dalla speculazione delle grandi banche. Anch’egli, a ben guardare, è la vittima di un ordine mondiale ingiusto; non certo un carnefice.

 

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