Splendori e miserie del complottismo

 

I tempi recenti hanno riportato in auge un termine che ebbe una sua grande diffusione negli anni ’70: il complottismo. Il significato generico di questa parola è la tendenza a vedere nella realtà disegni e trame oscure, che determinano, in maniera inconsapevole per i più, importanti eventi.

E’ lecita un’ottica complottistica?

C’è chi si dice assolutamente certo dell’esistenza dei complotti e c’è chi si indigna per l’uso sistematico del “complottismo” come mezzo che ci permetterebbe di costruirci narrazioni di comodo che confermino le nostre convinzioni (dove nel ruolo del cattivo si potrebbe mettere alternativamente lo Stato o la “casta”, la UE, gli Stati Uniti, la finanza, la massoneria e relative combinazioni varie).

Forse entrambe le posizioni sono semplificatorie e, come spesso accade in questi casi, contribuiscono a occultare più che non a chiarire il fatto di cui si parla.

Ma – per iniziare – cos’è un complotto? Sfrondando il termine dall’alone da romanzo misterico che lo circonda, essenzialmente un complotto è un accordo o piano riservato condiviso da determinate persone per raggiungere uno o più fini (un determinato assetto geopolitico, un cambiamento istituzionale, o anche semplicemente potere o denaro).
E’ evidente che i complotti esistono. Un mondo in cui i complotti non ci fossero sarebbe il mondo della perfetta trasparenza, in cui i fini di tutti sono perseguiti alla luce del sole e nel pieno rispetto di regole comuni. Per quanto si possano avere idee diverse sulla desiderabilità di un tale stato, è chiaro che è ben lontano dall’essere una descrizione della realtà.

Il “complottismo” nasce dunque da una necessità oggettiva, dalla consapevolezza che, come diceva Donald Rumsfeld, “ci sono cose che sappiamo di sapere, cose che sappiamo di non sapere e cose che non sappiamo di non sapere”. Il relativamente ristretto campo delle cose che sappiamo di sapere ci permette di fare ipotesi sulle cose che sappiamo di non sapere e illazioni sulle cose che non sappiamo di non sapere. Il campo del complottismo si situa al confine tra il penultimo e l’ultimo insieme di cose, in un mondo che tende ad essere, per definizione tendenzialmente invisibile alla coscienza comune, o a dare di sé un’immagine fuorviante.

Naturalmente però, c’è modo e modo di affrontare questo esercizio e di utilizzare l’idea di complotto.
Se ne può fare un uso costitutivo e dogmatico. Chi vuole farsi un’idea di dove conduca tale esercizio può farsi un giro su uno dei tanti siti che parlano di “nuovo ordine mondiale”, versione aggiornata del vecchio “complotto demoplutogiudaicomassonico”. La realtà viene considerata come interamente determinata, fin quasi nei suoi minimi dettagli, da una grande cospirazione unitaria, alla quale sarebbero affiliate praticamente per intero le classi dirigenti economiche, politiche e tecniche. Ogni evento, ogni informazione andrebbe letto come increspatura superficiale, come attuazione o come diversivo di questa grande cospirazione storica e planetaria. Come nelle vecchie summae medievali, dall’Idea del complotto sarebbe interamente spiegabile l’intero sviluppo storico, la conformazione della società, l’assetto mondiale. Ricostruzioni più o meno fantasiose trovano dappertutto coincidenze, corrispondenze, sinistre conferme della loro credenze.
D’altra parte la realtà si dividerebbe tra coloro che vedono questa più profonda verità e quelli invece che, ignari, vivono all’oscuro di essa.
Ci si rende conto di come questo metodo porti facilmente a prendere come oro colato fantasticherie o autentiche assurdità. D’altra parte esso permette di illudersi di avere in mano una chiave universale che permetta di decifrare facilmente ogni evento e di sistemarlo in una visione coerente, che dà a tutto una parvenza di razionalità. In fondo, se da un lato è inquietante, è dall’altro confortante pensare che ci sia un piano ben definito dietro allo svolgersi degli eventi. In questo senso il complottismo costituisce una facile risposta alla necessità naturale di orientarsi in un mondo complesso e spesso troppo caotico per le nostre capacità di comprensione.
Contro questo tipo di complottismo, sono giustificate le critiche e anche le prese in giro che ultimamente girano così di frequente sui social network.

Ma concludere da queste facili constatazioni a una liquidazione del metodo complottistico sarebbe ugualmente una colpevole semplificazione.
Se l’uso costitutivo dell’idea di complotto ci conduce a fantasticherie metafisiche, il suo uso regolativo è non solo utile, ma necessario a chi voglia avere una buona comprensione della realtà.
Dal studio della storia (la storia italiana da questo punto di vista è particolarmente rivelatrice) è facile rendersi conto dell’esistenza di un’area grigia, in cui operano entità come servizi segreti, organizzazioni criminali, gruppi terroristici, associazioni più o meno segrete, ma anche personaggi pubblici, aziende, ambienti finanziari. Non si tratta di fantasticherie ma di entità la cui esistenza è stata assolutamente documentata, come Gladio, la P2 e via dicendo.
L’area grigia di cui stiamo parlando non è uniforme, ma presenta diverse gradazioni, e trascolora dal segreto vero e proprio, al riservato, fino all’informale. In quest’ultima forma,  che è quella che più da vicino comunica col mondo alla luce del giorno, è il terreno del non-detto, dell’implicito, della legge non scritta, che a sua volta confina con la diplomazia. E’ quel terreno dove persone appartenenti ad ambiti diversi si incontrano, al riparo dalla luce dalla sfera pubblica, per accordarsi, per parlare di cose che ufficialmente non esistono, ma che invece talvolta divengono pesantemente, drammaticamente reali.
Certo, intorno a questo ambito non è possibile fare affermazioni certe e documentate. Forse diventa possibile per lo storico, molto tempo dopo, quando nuovi documenti e informazioni riemergono dai flutti della storia. Ma anche lì rimane sempre il dubbio che qualcosa sia stato tralasciato, omesso, cancellato.
Tuttavia, un’applicazione troppo rigorosa di standard popperiani alle affermazioni su questo ambito, non farebbe altro che portarci a una sorta di negazione di un’ambito di realtà che, per quanto sfuggente, ha dimostrato in passato di avere un peso decisivo sul corso degli eventi e sulle vite delle persone. Credere che oggi il mondo sia più trasparente, intellegibile di allora è francamente arduo per una persona intellettualmente onesta.
Come avventurarsi allora in questo terreno malfermo? Con ipotesi, analogie, caute affermazioni: strumenti che non garantiscono mai la certezza, ma permettono di addentrarsi efficacemente nel terreno del probabile. Ma se gli strumenti affermativi devono essere incerti e sfumati, le conoscenze che stanno alla base di tali affermazioni devono invece essere tanto più solide e abbondanti. Solo sulla base di vaste letture su molti argomenti e materie si può azzardare questo difficile tentativo. Ma anche in questo lavoro preparatorio una robusta base di scetticismo e diffidenza verso ciò che si legge è necessaria.

La realtà non è costruita secondo un piano razionale escogitato da qualcuno. Ma non è nemmeno un ammasso caotico dove la gente si agita senza costrutto. E’ un conflitto dove gruppi e singoli cercano di perseguire scopi a volte paralleli e a volte divergenti, a volte palesi e a volte occulti, con mezzi che interagiscono con le finalità e talvolta le modificano, talaltra le sostituiscono.
La complessità del tutto è troppo spesso un alibi per rinunciare a capire, per rifiutarsi di dipanare l’intreccio e accontentarsi del proprio piccolo frammento di realtà. Dovrebbe invece spingere a capire di più, ad andare più a fondo. Solo dalla consapevolezza viene la libertà, e da questa il cambiamento.

 

Fonte

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